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In Sala

Hai paura del buio

“Coppola, al suo primo lungometraggio, riesce a sviluppare un’attenta poetica delle immagini declinata in chiave fortemente politica”.

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Italia, Romania, due mondi distanti. Potenza economica la prima, paese di emigrazione il secondo. Una distanza destinata a restare incolmabile se non ci fosse il desiderio a muovere Eva, giovane operaia rumena, appena licenziata dalla sua fabbrica. Per dirla con Deleuze, Eva è un macchina desiderante e il suo desiderio è il motore che mette in moto la storia. Seguiamo il suo viaggio dalla Romania fino a Melfi, minuscolo paese lucano che nessuno conoscerebbe se non vi fosse uno dei più grandi e moderni stabilimenti della FIAT che si è installato nelle vuote pianure meridionali come un’astronave venuta ad esplorare lontanissimi mondi.

La fabbrica, i viadotti autostradali, le enormi pale eoliche sono le uniche entità che testimoniano l’inclusione di quelle terre all’interno del sistema produttivo capitalistico nazionale e, dunque, mondiale. Qui avviene l’incontro tra Eva e Anna, giovane operaia meridionale, che lavora in FIAT . La capacità desiderante di Anna è ancora bloccata, non è riuscita a trovare la forza per compiere la rivoluzione che la liberi dai suoi vincoli di oppressione. La relazione tra le due donne riesce a restituirci, pur tra le poche parole che riescono a scambiarsi, le similitudini che esistono tra loro e i loro mondi. Entrambe sono figlie della periferia e le periferie si assomigliano, hanno il segno della marginalità, imprimono il segno dell’abbandono negli uomini e nelle donne che le abitano. La mdp, sempre in movimento, opera una dissezione delle vite dei protagonisti, inquadra severa i dettagli dei volti, segue a un palmo i movimenti dei corpi, registra freddamente i grandi spazi aperti in cui si svolgono le loro vite, siano quelli grigi e miseri di Bucarest o quelli riarsi dal sole del meridione italiano. Le inquadrature strette ci raccontano i dettagli interiori, i campi lunghissimi definiscono i contesti politici in cui sono immerse le storie. Le parole diventano quasi superflue. L’inquadratura iniziale varrebbe, da sola, tutto un film: la mdp è incollata ad un carrello dell’impianto industriale sospeso al solaio della fabbrica, un motore della fabbrica muove il carrello che a, sua volta, muove la mdp. In una sola inquadratura si è saldato un elemento diegetico politico ad uno estetico-narrativo. Riemerge forte, esemplare, la convinzione di Godard secondo cui le carrellate sono una questione di morale. I fuori fuoco selezionano i piani narrativi, collocando l’attenzione e la centralità sulle vite dei protagonisti, staccandoli dai loro fondali quando questi non siano densi di significato.

Eva riuscirà ad incontrare quella persona per cui ha fatto il lungo viaggio, riuscirà a dirle quelle parole che aveva a lungo meditato e, dopo averle pronunciate, sente che la sua vita potrà finalmente ricominciare, mentre Anna deve ancora iniziare il suo viaggio, deve ancora trovare la forza per liberarsi, ma l’inquadratura finale sui corpi delle due ragazze, posti l’uno accanto all’altro, ce le restituisce come icone di questo tempo che frantuma rapporti e produce detriti umani. È il tempo dell’industrializzazione globalizzata che ingoia il lavoro umano senza riconoscergli nessuna dignità. È il tempo che produce tante nuove povertà in nome di poche illusorie ricchezze. È il tempo che distrugge le certezze degli uomini in nome della certezza del profitto. Hai paura del buio di Massimo Coppola, al suo primo lungometraggio, riesce a raccontare questa sofferenza attraverso una poetica delle immagini, attenta e controllata, che è fortemente politica senza essere mai retorica.

Pasquale D’Aiello

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