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INTERVIEWS

Essere mamma e lavorare nel cinema. Valeria e CINEMAMAS

Carriera e gravidanza. Quanto é penalizzante diventare mamma e continuare a lavorare aspirando a crescere professionalmente. Ne abbiamo parlato con Valeria Bullo, CEO della Start up londinese Cinemamas che ci racconta come da donna manager si é ritrovata a reinventarsi dopo la nascita di sua figlia Eliana.

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valeria bullo

È di enorme incoraggiamento ascoltare storie di professionisti del cinema che si adoperano in realtà per il bene di tutta la comunità di lavoratori del settore. Anche se avvengono nel Regno Unito. Ecco perché ci interessa raccontare di Cinemamas.

L’emergenza sanitaria mondiale e le sue implacabili conseguenze hanno in realtà favorito una certa collaborativa resilienza un po’ ovunque. Ma Valeria Bullo ci aveva già pensato due anni fa, nel 2018, quando, dopo una vivace carriera in ambito produttivo, è diventata mamma di Eliana.

Se la sua storia avesse proseguito come quella della maggior parte delle lavoratrici dello spettacolo, come lei stessa ci ha tenuto a sottolineare, figli e carriera non avrebbero potuto convivere. Di norma, in ambito cinematografico, chi ha una prole da gestire, o non ne parla o è abbastanza ricco da potersi permettere babysitter a pieno regime o il supporto della famiglia.

Valeria, Eliana e Cinemamas

Valeria tuttavia, non appartiene a nessuna di queste categorie. Italiana, nata e cresciuta in Irlanda, ha studiato all’estero e si è trasferita a Londra in cerca di una carriera nel mainstream. Come tutti, ha fatto la sua gavetta in ruoli mal pagati (o per nulla pagati), fino a quando uno strategico downgrade (la runner di Inception!) le ha permesso di inserirsi tra i film dei grandi numeri. Considerando che Londra ha una capacità produttiva cinematografica pari a quella di Los Angeles, era chiaro il potenziale di una carriera in ambito produttivo. E ce la stava facendo: per otto anni lavora con grandi nomi. Insegna, si stabilizza come Production Executive per Pathé per 6 anni. E poi…

Poi, è arrivata Eliana, appunto. E con lei, sono cambiate le priorità. Ma come era possibile che altre donne (con lavori) “normali” potessero conciliare la carriera e la famiglia? Come facevano a mantenere il ruolo di madri riprendendosi la propria vita?

Essere mamma e lavorare

Per dare una riposta a questo dilemma, Valeria ha elaborato il progetto di Cinemamas: un sito, una pagina Facebook, Instagram e Twitter, ma soprattutto una rete di supporto.

Con una bimba di due anni, oggi, racconta di come il suo progetto sia ripartito prima come autoterapia e supporto ad altre madri; poi come un vero e proprio circuito di mutua collaborazione tra genitori del settore, che rispettano il ruolo e la professionalità, e rispecchiano questa diffusa esigenza di una condizione di lavoro più equa. C’era una diffusa esigenza di trovare i giusti consigli per mamme in carriera, ma anche per capire come programmare il proprio lavoro in modo da fare bene il genitore, e più di tutto: c’era finalmente un terreno di confronto a proposito del tema lavorare nel cinema e avere figli.

“Cinemamas è nato dalla mia esperienza del diventare madre e sentirmi insicura e non supportata in questa fase di rientro nel mondo del lavoro. Dopo un po’ di ricerche, ho scoperto che non c’erano informazioni sul come sopravvivere in qualità di freelance o sul come altri genitori se la stavano cavando. Avrei voluto fare job-sharing, ma non avevo mai sentito di questa opportunità nell’industria cinematografica.”

Noom Peerapong from Unplash

Noom Peerapong da Unsplash

Quando arriva la pandemia

La pandemia dà manforte allo sviluppo del progetto: Aline Harjani si unisce, ottengono un piccolo contributo per portare avanti il sito ed iniziano gli incontri online gratuitamente offerti da esperte del settore, i webinar e le interviste alle madri. Per condividere, incoraggiare, premiare. Da lì a poco, l’annuncio che il progetto è stato inserito tra i finalisti di Maker and Shaker of the Year Awards.

Raccontano e condividono storie, parlano di riscatto e di reinserimento, o istruiscono sul come gestire la Sindrome dell’Impostore.

Valeria Bullo, in effetti, ci ha visto lungo. La coscienza di questo stato di tremendo isolamento delle donne e dei genitori tutti del settore audiovisivo, era una condizione lungamente e comunemente lamentata. Il Looking Glass Report pubblicato nel febbraio 2020, rivela la diffusissima insoddisfazione dei lavoratori dello spettacolo inglesi, che può essere intesa come uno spaccato di una condizione quasi mondiale: due terzi di questi sono passati attraverso la depressione, e l’87% ha ammesso di aver avuto disturbi psicologici a seguito dello stress da lavoro. Con una media di 60 ore lavorative settimanali, quale genitore potrà mai essere in grado di bilanciare serenamente la sua vita privata con la carriera professionale?

A questo si aggiunge un diffuso stato di pressione sociale, per cui le richieste del settore sono così alte che chi non si attiene ai ritmi viene presto lasciato indietro: mobbing, bullismo, sfruttamento. E nessun supporto psicologico ed emotivo, per coloro che transitano attraverso situazioni del genere.

“Per tanti anni ho subito delle forme di bullismo e tuttora ho difficoltà a parlarne”, ci racconta Valeria.

Cinemamas, la mano amica

Cinemamas è una mano amica tesa verso le madri (e i padri), che nello svolgimento di un preziosissimo contributo al benessere e alla crescita della società, vengono più spesso spinte ai margini. Per il valevole progetto che ha iniziato, Valeria collabora adesso con Film and Television Charity, che cerca di implementare la condizione dei professionisti creando dei protocolli più adatti ai ritmi umani e più salutari dal punto di vista psicologico tramite il Whole Picture Programme. Ovvero, come migliorare l’igiene mentale del settore.

Per fortuna, i vari lockdown hanno sdoganato ufficialmente l’uso di sistemi di smart working prima guardati con molto sospetto: dal sempre più famoso telelavoro, al job-sharing, dove due persone svolgono il lavoro previsto per una, e lo dividono in autonomia. Quello che è importante capire è che sì, più probabilmente sono i genitori freelance a trovarsi a richiedere forme contrattuali alternative, ma non necessariamente. C’è anche chi non crede più alle 40 o più ore di impiego settimanale.

Insieme a queste alternative, si moltiplicano le proposte di asili nido ad orari flessibili, interni agli studios; e politiche aziendali fatte di piccoli cambiamenti, tra cui il “basta email nei weekend”. Anche i piccoli cambiamenti costano grandi sforzi sociali e rocambolici smantellamenti gerarchici: tuttavia pare evidente che il momento sia proficuo per camminare in quella direzione.

Thomas William da Unplash

Thomas William da Unplash

Cosa è cambiato dalla Valeria di prima e la Valeria di oggi?

“Sono più fiduciosa e ottimista sul futuro. Vedo più possibilità per le donne e per i genitori. Avverto la solidarietà. Prima avevo un solo vero amico tra i colleghi: adesso ho scoperto diverse mamme volonterose di condividere. Mi sono sentita molto più parte di questo settore in questi ultimi due anni che negli ultimi quindici. Ho vissuto solidarietà e supporto senza precedenti.”

La tragica realtà che ci ha travolto con il COVID, ha aiutato Valeria e altri come lei, a trovare la forza per concretizzare le proprie aspirazioni, smettere di demonizzare le proprie paure e dare voce ad altri senza il fiato per farlo.

È augurabile che un esempio così nobile si diffonda a macchia d’olio e arrivi a coinvolgere realtà ben più dure da scalfire, come il caro vecchio Stivale.

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