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INTERVIEWS

Rinascere ad Amatrice. Intervista al regista di Polvere Simone Aleandri

Il documentarista romano presenta a Venezia il suo nuovo progetto, "Polvere" sulle conseguenze del disastroso terremoto che nel 2016 ha colpito Amatrice. Attraverso il racconto di persone del luogo vengono mostrate le varie azioni di recupero, in atto ancora oggi.

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Polvere di Simone Aleandri

Polvere è il documentario del regista Simone Aleandri, presentato al 77 festival di Venezia. Un documentario in bianco e nero sulle conseguenze che il terribile terremoto, avvenuto nel 2016 ad Amatrice, ha portato con sé. Tanta distruzione, tanta desolazione e tanta polvere, appunto. Ma la grande forza di volontà di molte persone del luogo ha permesso alla città di non venire dimenticata. L’impegno e la dedizione hanno, anzi, fatto tornare alcuni amatriciani. Quello di Simone Aleandri è un racconto corale che fa riflettere.

Da cosa è nata l’idea di mostrare un argomento del genere?

L’idea nasce dopo che sono venuto a conoscenza della storia e della vicenda di Floriana Svizzeretto che nel 2002 aveva realizzato un museo ad Amatrice. Insieme ad altre due donne, era riuscita a far confluire all’interno di questo museo una serie di opere d’arte, ma, purtroppo, con il terremoto, tutto è andato completamente distrutto e Floriana stessa ha perso la vita nella sua casa lì vicino. Nel 2018, due anni dopo l’accaduto, ho cominciato a frequentare molto di più Amatrice e mi sono reso conto di quanto il museo rappresentasse un simbolo per la comunità, di quanto fosse importante conservarne la memoria e di quanto questo luogo fosse vivo. Le opere che Floriana vi aveva inserito venivano utilizzate dalla popolazione e venivano prese per essere portate in processione. C’era, quindi, proprio un rapporto vivo con l’opera d’arte, così come c’è un rapporto con le tante chiese che sono andate distrutte (Amatrice spesso è ricordata per essere la città delle cento chiese). La gente sta continuando a cercare, con le proprie forze, di ricostituire una propria idea di comunità e identità attraverso il recupero di questi simboli e di queste opere d’arte.

Polvere di Simone Aleandri

Perché hai scelto proprio il bianco e nero? Per dare maggiore autenticità ai fatti mostrati?

Per diverse ragioni. In primo luogo perché credo che l’uso di questo bianco e nero consenta di amplificare lo stato di sospensione in cui vivono gli abitanti di Amatrice ormai da quattro anni. E poi perché il bianco e nero fondamentalmente denuncia un’assenza, pur mantenendo le sue sfumature. Mi auguro di tornare ad Amatrice a fare un documentario a colori quando la città sarà finalmente ricostruita. Io sono tornato ad Amatrice nel 2018 e quando mi sono trovato nella via principale, ho appreso che l’esperienza mediatica che avevo fatto, come tutti tramite telegiornali e simili, era molto diversa da quella che mi ero effettivamente trovato di fronte. Anche per questo volevo allontanarmi dal racconto di cronaca, dal reportage. Siccome stavo facendo un documentario sul dopo e non sull’evento in sé del terremoto ho pensato che l’uso del bianco e nero accentuasse queste cose.

Una scelta che ho particolarmente apprezzato è l’aver mantenuto spesso suoni naturali e aver privilegiato il silenzio soprattutto in determinati momenti piuttosto che la musica o magari suoni e melodie. Questo perché secondo te il silenzio ha lo stesso valore delle parole?

Credo non ci fosse molto bisogno di musica o di commento. Molto è veicolato dalla forza delle persone, dai silenzi e dalle loro parole di sofferenza. In realtà, però, la musica c’è ed è stata molto dosata. È stato fatto un lavoro importante da Riccardo Cimino, musicista che ha curato musiche e sound design, che tengo a sottolineare. Entriamo ad Amatrice attraverso silenzi, facce, volti e rumori di una città ammantata dalla polvere e che quando giravo stava ancora facendo i conti con le demolizioni. Oggi Amatrice è una spianata e la musica è un tono di colore. Arriva, però, nella seconda parte quando mi concentro più sulla forza e la caparbietà di queste persone. Forse la musica è il tocco di colore al film.

Un altro elemento che torna spesso è la ripresa dall’alto che inquadra un vasto panorama, spesso di macerie, a sottolineare sia la distruzione che la desolazione. Come mai questa visione dall’alto?

Sono ricorso all’uso del drone perché volevo avere un punto di vista complessivo di quello che il terremoto ha lasciato. È stata fatta un’inquadratura a piombo a 400 metri d’altezza. E mostra quello che è oggi Amatrice: una spianata. Non avrei potuto raccontarlo in altri modi. Per il resto, poi, ho cercato di passare dal macro al particolare, quando sono entrato negli ambienti quotidiani. Anche lì ho cercato di lavorare con ottiche ampie per rendere questa costrizione.

Un momento che mi ha colpito è la scena nella quale le strade e i vari spostamenti vengono mostrati attraverso google maps (con l’inquadratura che si “adatta” in qualche modo a questa “tecnica”). Qual è il motivo di questa scelta? Che poi fra l’altro ho notato coincide con la frase “da noi c’è questa esigenza di ricordare continuamente” che si lega perfettamente a questo tipo di “visione”.

È quello che ho visto quando sono tornato ad Amatrice dopo il terremoto, pur essendoci già stato. Avevo di fronte una spianata senza riferimenti e, insieme alla troupe, ho aperto google maps. Ci trovavamo a camminare su qualcosa che non esisteva e, invece, su google maps era ancora presente. Tornando a casa ho aperto street view e mi sono reso conto che c’erano ancora le immagini di una città che sembrava ancora viva. E poi la cosa che mi ha colpito è stato il fatto di vedere, anche se oscurate da google maps per una questione di privacy, le facce delle persone fotografate. Perché ha amplificato, ancora di più, il tutto. Si tratta di persone che hanno perso la vita, ma che sono dentro una realtà virtuale. E la frase si lega bene perché se non hai memoria ti chiedi “chi sono?” e questo legame è fondamentale. Viviamo in un paese bellissimo e fragilissimo al tempo stesso con un forte legame tra generazioni che ha a che fare con la storia. Quando questo si spezza si perde la propria identità ed è doloroso. Grazie alle opere d’arte si può “sconfiggere” la morte. È importante, quindi, creare un ponte di collegamento tra passato e futuro soprattutto per le persone che torneranno a vivere ad Amatrice e si guarderanno indietro chiedendosi da dove vengono.

Ciò che emerge non è tanto il racconto del fatto in sé che tutti conosciamo e che avrebbe fatto cadere il film nel banale, ma è il racconto di un recupero da parte di più persone. E quello che ho percepito è proprio il racconto di “vite comuni”.

È un racconto corale e comunitario. Passato il momento dell’emergenza, in cui devi trovare un tetto e un pasto caldo da mangiare, l’essere umano ha bisogno di altro, e ha bisogno di riconoscersi, attraverso valori condivisi. Ho cercato di raccontare chi, con caparbietà, si sforza per cercare di ricostruire questo senso di comunità. Dal prete di campagna, che cerca di mantenere la comunità spirituale, allo scultore, che ha deciso di ritornare a vivere in quei luoghi dopo il terremoto e cerca di far superare il trauma ai bambini attraverso l’arte. Un racconto dall’interno della gente del posto che si sforza affinché la comunità non si sfaldi.

Hai pensato fin da subito al documentario? Non hai pensato a un film di finzione per raccontare le storie di queste persone comuni? O magari ti è venuto in mente per un futuro in base a quello che hai “scoperto” coinvolgendo queste persone?

Sono un documentarista, quindi il mio approccio è lavorare con la realtà. Non ho pensato che potesse venire fuori un film di finzione anche perché non credo che ci sia nulla di più forte della realtà e delle persone in carne ed ossa che hanno vissuto in prima persona una vicenda del genere. Credo che tematiche così delicate ed emotivamente coinvolgenti possono passare attraverso la finzione, ma la forza del racconto sta proprio nel fatto che è il loro racconto. Io ho cercato di osservare, però quello che volevo era che il racconto fosse il loro con le loro facce e le loro espressioni segnate da questa vicenda. Non credo ci sia qualcosa di più forte di chi ha vissuto sulla propria pelle questa vicenda.

Ci sono altre due frasi del documentario che mi sono piaciute. La prima è “ogni segnale e ogni ricordo può essere utile” che è un po’ il compito dell’arte in generale (sia cinema, teatro, pittura, ma anche lettura se vogliamo), dove ogni dettaglio è fondamentale per comprendere tutto. E in particolare l’ho vista adattissima a questa visione, dove ogni piccolo elemento ritrovato/recuperato è fondamentale sia per il film stesso che per la storia della città.

È il simbolo di chi quei posti li ha vissuti prima di te. C’è un legame fortissimo tra la gente e quel territorio. Soprattutto per le comunità i simboli sono importanti perché sono i tratti in cui si riconoscono e si definiscono come comunità. Quello che verrebbe da fare e da pensare è andare via. Invece loro sono talmente legati alla propria terra che ci sono addirittura persone che rientrano per dare una mano e non perdere quello che sono loro stessi e quello che il terremoto ha messo a dura prova.

Un’altra frase è “bisogna ricostruire le coscienze”. Si può considerare un po’ lo scopo del film?

Quello che mi auguro possa fare questo documentario è che venga mantenuta una luce sulla vicenda. Pochi giorni fa c’è stato l’anniversario del terremoto e se ne parla purtroppo sempre meno. Loro si sentono abbandonati perché, mentre in un primo momento c’è stata una copertura mediatica e tutti ci siamo nutriti delle immagini che arrivavano, dopo sono stati quasi dimenticati. E, a tal proposito, ho dedicato molto tempo ad entrare in fiducia con queste persone, che vedevano il mezzo in maniera negativa perché scottati dall’esperienza iniziale. C’è da ricostruire, da fare ancora tanto, ma c’è soprattutto una comunità che ha bisogno di aiuto che loro cercano di mantenere unita, principalmente attraverso il recupero dei simboli con i quali si identificano. Poi io ho parlato di Amatrice e ho preso quello come caso, ma ci sono tanti altri casi, purtroppo, che vivono della stessa condizione.

Augurandoci che “Polvere” venga visto da un pubblico numeroso, in modo che tutti lo conoscano, c’è già qualche progetto futuro per Simone Aleandri?

Mi auguro che la presentazione al Festival di Venezia sia un punto di partenza. Il documentario è prodotto dalla Clipper Media insieme ad un’associazione culturale che si chiama Aregoladarte che, nel corso del tempo, ha cercato di organizzare vari eventi per mantenere vivo il ricordo di Amatrice. Per altro è un’associazione tenuta dalle sorelle di Floriana, Stefania e Raffaella Svizzeretto, e che sono loro che mi hanno raccontato questa storia. Sono molto attive sul territorio per mantenere viva l’attenzione. Il progetto è diffondere il documentario nelle scuole, fare delle uscite mirate nelle sale cinematografiche.

Sono Veronica e qui puoi trovare gli altri miei articoli

Polvere

  • Anno: 2020
  • Durata: 60'
  • Genere: Documentario
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Simone Aleandri