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Approfondimenti

Il cinema che ci fa viaggiare nel tempo. Ecco i film in costume più interessanti degli ultimi 30 anni

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Estate, tempo di costumi. Sarà per questo che il direttore di Taxidrivers con l’ironia che lo contraddistingue mi ha chiesto di indicare i film in costume da vedere o rivedere. Ma scherzi e costumi da bagno a parte, qui si tratta di ciò che per gli interpreti rappresenta croce e delizia. Infatti, pesanti velluti e attillati corsetti sono scomodi da indossare, ma possono fare la fortuna dell’attrice o dell’attore il cui volto sarà associato per sempre ad una grande personalità del passato, come Elizabeth Taylor a Cleopatra e Stephen Fry a Wilde.

In questo articolo citiamo quindici lungometraggi, fra cui ho scelto tre film italiani e tre coproduzioni internazionali

Cominciamo con quello che a me sembra il film in costume per eccellenza: Orlando.

Orlando (1992)


La regista britannica Sally Potter realizzò questo capolavoro di grazia ed eleganza, traendolo dall’omonimo romanzo di Virginia Woolf. Lasciandone intatte poesia, ironia e fantasia. Coprodotto con una partecipazione italiana, il film ha per protagonista il giovane Orlando che si attiene senza indugio all’ordine di non invecchiare ricevuto dalla sovrana Elisabetta I in punto di morte. Non solo attraverserà i secoli e i confini geografici, ma addirittura cambierà sesso durante il viaggio infinito della propria esistenza, che in realtà è un potente espediente narrativo per condurre una brillante analisi dei mutamenti della società. Il complesso ruolo principale è affidato a Tilda Swinton, già musa di Derek Jarman, che allora ricevette il David di Donatello alla miglior attrice straniera e che quest’anno è attesa a Venezia per il Leone d’oro alla carriera.
Percorso interpretativo inverso, dai panni femminili a quelli maschili, lo compie l’attrice Johanna Wokalek ne La papessa (2009), personaggio che mescola storia e leggenda già impersonato da Liv Ullmann negli anni ’70.

Il mestiere delle armi (2001)


Ermanno Olmi ha raccontato con maestria la drammatica storia del temuto condottiero Giovanni De’ Medici, detto Giovanni dalle Bande Nere, che nel 1526 per difendere lo Stato pontificio dai Lanzichenecchi morì ventottenne a causa di una ferita infertagli in battaglia da un colpo di falconetto, forse consegnato alle truppe germaniche nemiche da Alfonso I d’Este. Il mestiere delle armi è il fosco ritratto di un’epoca di transizione dalle armi bianche alle armi da fuoco, che tanto male faranno alle generazioni seguenti, ma anche una storia di tradimenti nella penisola italiana tristemente divisa tra signorie rivali. Il regista mostra gli orrori della guerra senza bisogno di insistere sulle scene sanguinose e scegliendo come narratore d’eccezione quel Pietro Aretino, drammaturgo e poeta, che realmente seguiva il protagonista nei combattimenti per testimoniare ciò che avveniva. Frutto di accurate ricerche storiche e linguistiche, il film fu presentato in concorso a Cannes e in Italia si aggiudicò nove David di Donatello.

Il resto di niente (2004)


Nella variegata filmografia di Antonietta De Lillo risalta quest’opera tratta dall’omonimo romanzo di Enzo Striano e dedicata alla vita e al pensiero di Eleonora Pimentel Fonseca, impersonata dall’attrice portoghese Maria de Medeiros. La nobildonna del ‘700 inseguì gli ideali di uguaglianza, libertà e fraternità dirigendo il giornale della Repubblica napoletana fino a sacrificare la propria vita insieme ad altri giovani aristocratici. Interpretando con originalità il classico canone del cinema in costume, la regista si concentra sulle ultime ore della protagonista e ne tratteggia un memorabile ritratto, raccontando con sensibilità le emozioni intime e con efficacia le tragiche vicende pubbliche che l’hanno coinvolta. Tra i riconoscimenti tributati a Il resto di niente spicca il David di Donatello per gli abiti disegnati da Daniela Ciancio.

E ridendo l’uccise (2005)


Suggestivo film di Florestano Vancini, che firma anche soggetto e sceneggiatura insieme a Massimo Felisatti. E’ ambientato nella città che ha dato i natali al regista, Ferrara, anche se girato nel Lazio e a Belgrado avvalendosi dell’ottima scenografia di Giantito Burchiellaro. E ridendo l’uccise racconta abilmente la vita cortigiana e l’ingiustizia sociale nel XVI° secolo, attraverso gli occhi di un onesto buffone di corte alle dipendenze di Giulio d’Este. Indimenticabili le interpretazioni di Manlio Dovì nel ruolo del protagonista e di Fausto Russo Alesi che veste i panni di Ludovico Ariosto. Il film finisce con il sonetto In morte di un buffone del poeta pistoiese Antonio Cammelli che narra come la morte si divertì con il giullare per un tratto e ridendo l’uccise.

Royal affair (2013)


Candidato all’Oscar come miglior film straniero e coprodotto da Danimarca, Svezia e Repubblica Ceca, Royal affair di Nicolaj Arcel vede tra i produttori esecutivi anche Lars von Trier. Impeccabile nella ricostruzione del XVIII° secolo come in ogni altro aspetto della realizzazione, racconta la coraggiosa lotta di chi credeva nell’Illuminismo. La storia del medico tedesco Johann Struensee (Mads Mikkelsen) e del suo amore per la nobildonna inglese Caroline Matilde che ha sposato il re di Danimarca, si scontra con l’apparente follia di quest’ultimo, ma ancor più con i biechi interessi degli aristocratici. Possiamo definirlo un film anticipatore del terzetto al potere, dilaniato da rivalità amorose e influenzato dagli intrighi della nobiltà locale, che cinque anni dopo sarà messo in scena da Yorgos Lanthimos ne La favorita (2018).
Degli affari di corte è costellato tutto il cinema storico, da La regina Margot (1994) con Isabelle Adjani a Elizabeth (1998) di Shekhar Kapur con Cate Blanchett, da Marie Antoinette (2006) di Sofia Coppola, che vinse l’Oscar per i costumi firmati da Milena Canonero, a L’altra donna del re (2008) con Natalie Portman, Eric Bana e Scarlett Johansson.

Ritratto della giovane in fiamme (2019)


Realizzato in Francia in coproduzione con il nostro paese, è il primo film in costume di una delle autrici più interessanti dell’attuale scena mondiale, Céline Sciamma. Con lucida lentezza e sofisticata profondità intellettuale, Ritratto della giovane in fiamme mette a fuoco la difficile condizione femminile del XVIII° secolo, avvalendosi anche della partecipazione di Valeria Golino nei panni della contessa. Sciamma rinuncia quasi del tutto allo sfoggio di abiti e di ambienti tipico del cinema in costume, senza che ciò interferisca con la buona riuscita del film, anzi conferendogli in tal modo una dignità sublime, avulsa dalla ricchezza dei mezzi messi in campo. Il lungometraggio è stato premiato all’ultimo festival di Cannes per la sceneggiatura, firmata dalla stessa regista.
Concludiamo con la menzione di un altro film sulla condizione femminile nell’epoca settecentesca, La duchessa (2008) di Saul Dibb con Keira Knightley e Ralph Fiennes, dove è la stessa creativa protagonista, realmente esistita, a disegnare e realizzare i raffinati costumi che indossa.