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Vent’anni senza Vittorio Gassman, il mattatore

Talento e genio fusi insieme come raramente accade, un’intelligenza straordinaria, un’eleganza unica

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Genovese di nascita e romano d’adozione, Vittorio Gassman è stato uno dei più grandi interpreti della migliore stagione del nostro cinema, assieme ad altri fuori classe quali Alberto Sordi, Ugo Tognazzi e Nino Manfredi. Ma Gassman possedeva una bravura, un carisma e un magnetismo che probabilmente lo ponevano su un livello superiore. La sua formazione fortemente teatrale lo rese in grado di essere perfettamente a suo agio in qualsiasi ruolo. Dopo aver ottenuto un grande successo con la compagnia di Luchino Visconti, iniziò la sua avventura cinematografica che lo vide spesso nei panni di personaggi negativi, come, ad esempio, in Riso amaro di Giuseppe De Santis, che gli diede la prima notorietà, insieme a una giovanissima Silvana Mangano.

La svolta arrivò nel 1958 con I soliti ignoti di Mario Monicelli in cui, un po’ trasformato con il trucco, interpretava Peppe er pantera, un pugile suonato che a capo di una masnada di dilettanti (Mastroianni, Salvatori, Murgia, Pisacane) tentava un audace colpo per svaligiare la gioielleria antistante la casa in cui viveva una servetta che aveva ammaliato (Carla Gravina). Il successo del film fu enorme e così cominciò la scalata di Gassman, che l’anno dopo fu protagonista, insieme ad Alberto Sordi e Silvana Mangano, de La grande guerra, film che vinse il Leone d’oro al Festival del Cinema di Venezia ex aequo con Il generale Della Rovere di Roberto Rossellini.

E poi, soprattutto, Dino Risi. Con il regista milanese Gassman ebbe un profondo e prolifico sodalizio che produsse film indimenticabili: negli anni Sessanta Risi e Gassman realizzarono dei veri e propri capisaldi della commedia all’italiana: Il mattatore (1960), Il sorpasso (1962), La marcia su Roma (1962), I mostri (1963), Il gaucho (1964), Il tigre (1967) e Il profeta (1968). Una sequenza impressionate destinata a rimanere indelebilmente scolpita nell’immaginario degli spettatori. Nel frattempo, però, continuò anche la collaborazione con Mario Monicelli, con cui il mattatore realizzò L’armata Brancaleone (1966) e Brancaleone alle crociate (1969): il primo film, in particolare, per la spiritosa reinvenzione di un linguaggio aulico, la bravura degli interpreti e la brillante conduzione registica, è un autentico capolavoro del cinema popolare italiano, in cui Gassman, come al solito, giganteggia.

Ma la collaborazione con Dino Risi proseguì anche negli anni Settanta e Ottanta, ancora una volta con film indimenticabili: In nome del popolo italiano (1971), Profumo di donna (1974), Anima persa (1977), Caro papà (1979) e Tolgo il disturbo (1990). Senza dimenticare l’altro, grande sodalizio, quello con Ettore Scola: C’eravamo tanto amati (1974), La terrazza (1980), La famiglia (1987), La cena (1998). Vittorio, poi, stette anche dietro la macchina da presa, dirigendo se stesso: Kean – Genio e sregolatezza (1956), L’alibi (1969), Senza famiglia, nullatenenti cercano affetto (1972) e Di padre in figlio (1982).

Natura istrionica ma anche fortemente sensibile, l’attore confessò più volte di aver sofferto in vita, malgrado gli straordinari successi (anche con le donne), di abissali depressioni, una delle quali particolarmente grave e da cui si riebbe per un caso, dopo aver ingerito l’ennesima pastiglia medicinale (che in quel caso però fece effetto). Di tale entità fu il problema che intorno a questa sua esperienza scrisse anche un libro Memorie dal sottoscala. Si avvicinò anche all’esperienza religiosa, pur con il suo tipico approccio tormentato e dubbioso.

Vittorio Gassman era un gigante e a pensarlo ancora oggi, a vent’anni dalla sua scomparsa, viene in mente un monumento presso cui fermarsi ammirati. Talento e genio fusi insieme come raramente accade, un’intelligenza straordinaria, un’eleganza unica. Insomma, lo si può solo rimpiangere, non smettendo mai di ricordarlo e celebrarlo.