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“Il Metodo Kempinsky”: viaggiando per mare, su IndieCinema

La strada è fatta d’acqua, la destinazione è falsamente ignota: le immagini dell'atipico road movie di Federico Salsano rapiscono lo sguardo e seducono la mente

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Memoria liquida

“Ha fatto più danni la coscienza di sé che il gelato gusto puffo”

Pensieri come onde. La bellezza del mare. Un viaggio che è al tempo stesso fisico e mentale.
Ci dicono che nel suo peregrinare sarebbe approdato presto alle sale, se a scombinare tutti i piani non fosse intervenuta l’emergenza Covid-19, ma nonostante la convinzione che vederlo sul grande schermo ci avrebbe regalato qualche emozione supplementare, poterci godere in streaming Il Metodo Kempinsky ha rappresentato una soddisfazione davvero notevole: quello diretto nel 2019 da Federico Salsano è un road movie atipico, immaginifico, dotato di una forte attitudine per l’ironia e di un’altrettanto esibita vocazione esistenzialista. In barca a vela con Lele Panzeri si attraversa l’Atlantico, si finisce per sbarcare su un altro continente, ma soprattutto ci si lascia trasportare da una corrente che non è soltanto quella oceanica, bensì quella dei ricordi, dei sogni, delle più intime confessioni. La memoria dell’acqua, la memoria dell’uomo.

Fantasie caraibiche

“In barca a vela contromano”, verrebbe da dire citando una stralunata commedia di parecchi anni fa. Ma quello della datata pellicola con Valerio Mastandrea e Maurizio Mattioli era ancora un solido canovaccio, mentre qui la volontà di sperimentare coi linguaggi e con la forza stessa dell’immaginazione procedono a briglia sciolta. Col vento in poppa. Attorniato da strambi personaggi che appaiono quasi quali proiezioni di un inconscio in subbuglio, Lele Panzeri ci accompagna lungo un viaggio che, pur catalogando paesaggi marittimi da urlo e studiatissime inquadrature, conserva un passo irreale, sospeso, pronto a virare in un attimo verso la pura allegoria. Con tutte le differenze del caso, certe sequenze dell’irraggiungibile Les garçons sauvages di Bertrand Mandico parevano sondare analoghe frontiere dell’immaginario…
Per non parlare poi, data l’ambientazione, di tutto il realismo magico annidato nella cultura latinoamericana: ciò che talvolta, in campo cinematografico, si è incarnato nelle surreali parabole di Birri, Jodorowsky, Solanas. Tale è l’impatto quando il protagonista scende finalmente a terra, subito travolto da un vorticoso susseguirsi di incontri, ricerche, passaggi da un mezzo di locomozione all’altro, nell’enigmatica ricognizione di un’area caraibica (Cuba, Repubblica Dominicana, Isole Vergini…) la cui alterità tropicale ha un appeal ora letterario ed ora estremamente materico. Il nostro attempato ma sempre vigile eroe percorre uno spazio così carico di suggestioni, portandosi dietro un paio di totem non meno emblematici: un pupazzo di Pinocchio dall’aria sfrontata e l’iconica linguaccia dei Rolling Stones, band evocata più volte nel corso della narrazione.

Siamo tutti “rolingas”

Tra aforismi folgoranti, epifanie beckettiane, singolari raccordi di montaggio e qualche sulfureo detour filosofico, il viaggio si sposta così nel territorio della mitologia pop. E volendo anche rock. Perché proprio l’ombra degli Stones si avverte con forza in chiusura: altra presenza di peso nel cuore dei Caraibi, cui si allude tramite scene che supponiamo esser state girate durante l’Havana Moon, il loro concerto a Cuba entrato di diritto nella storia della musica; quello, per inciso, di cui si parla anche alla fine di The Rolling Stones Olé Olé Olé!, bel documentario sulla lunga tournée sudamericana del gruppo proiettato, qualche anno fa, alla Festa del Cinema di Roma.