Con 1917 Sam Mendes mette magistralmente in scena l’orrore della guerra

1917 di Sam Mendes non solo porta lo spettatore nell’orrore della Grande Guerra, ma ciò che impressiona è la capacità di rendere materica e immersiva l’esperienza per lo spettatore. Il regista inglese riesce a immergere i contenuti della sua sceneggiatura, rendendoli ancora più profondi e ampi grazie a una scelta stilistica accurata e originale

  • Anno: 2019
  • Durata: 119'
  • Distribuzione: 01 Distribution
  • Genere: Drammatico, Guerra
  • Nazionalita: Regno Unito, Usa
  • Regia: Sam Mendes
  • Data di uscita: 23-January-2020

1917 di Sam Mendes racconta il viaggio di due soldati inglesi da un punto all’altro del fronte francese durante la Prima Guerra Mondiale che devono portare un messaggio per fermare un attacco contro le trincee tedesche. Il caporale Schofield (George MacKay) e il caporale Blake (Dean-Charles Chapman), entro il giorno dopo, hanno il compito di consegnare il messaggio dello stato maggiore al comandante dell’armata inglese. Così potranno impedire il massacro di 1.600 soldati, caduti in una trappola, tra cui il fratello di Blake.

1917 non solo porta lo spettatore nell’orrore della Grande Guerra subita da milioni di persone, ma quello che impressiona è la capacità di rendere materica e immersiva l’esperienza per lo spettatore

Mendes mette in scena i ricordi del proprio nonno che ascoltava rapito da bambino delle sue missioni lungo il fronte Occidentale. 1917 ha questa base solida che lo rende vivo, fatto di vita vissuta in cui la finzione ricrea la realtà della guerra di trincea con la morte sempre presente. I due uomini sono immersi nel fango e nel sangue e circondati dai ratti che scorrazzano tra i cadaveri putrescenti.

1917 non solo porta lo spettatore nell’orrore della Grande Guerra subita da milioni di persone, ma è impressionante la capacità di rendere materica e immersiva l’esperienza per lo spettatore. Il regista inglese amplia i contenuti della sua sceneggiatura (dalla diegesi basilare e semplice, scritta dal regista insieme a Krysty Wilson-Cairns) rendendoli ancora più profondi grazie a una scelta stilistica accurata e originale.

Così, la scelta di un determinato giorno di primavera del 1917 diventa metonimia di tutte le guerre. Con il racconto di un episodio del passato avvisa che nulla è cambiato rispetto a più di un secolo fa e le guerre, in ogni tempo e luogo del mondo, portano solo dolore e distruzione.

1917 è composto da una serie di lunghissimi piani-sequenza, montati magistralmente, tanto da apparire come unico per tutta la durata del film.

La macchina da presa si muove seguendo i due ragazzi in divisa, restringendo lo sguardo su di loro o allargandosi sui campi del fronte. Li segue lungo le trincee a cielo aperto, le gallerie di quelle tedesche abbandonate. Li accompagna nei campi infangati, dove i corpi di uomini e donne sono onnipresenti così come quelli degli animali. Mendes costruisce un perfetto meccanismo cinematografico, dove ogni elemento visivo e profilmico concorrono alla sua riuscita.

La morte è solo questione di un attimo, di un momento. Se un minuto prima osservi un combattimento aereo, quello dopo ti scontri con un nemico. Se un momento prima ti affanni per arrivare in tempo a consegnare il prezioso dispaccio, quello dopo devi schiavare i proiettili. Nella prima inquadratura cerchi qualcosa da mangiare perché senti i morsi della fame, quello dopo ti tieni il ventre trafitto dal pugnale del soldato tedesco che ti toglie la vita.

In 1917 i due protagonisti si muovono all’interno di uno spazio racchiuso e labirintico. I due soldati camminano, corrono, strisciano, saltano da un punto all’altro e, come i topi che incontrano, si muovono in modo circolare. In un mondo pazzo dove lo scopo è non fermarsi mai per poter sopravvivere. Del resto, 1917 finisce come inizia: Schofield si siede nella stessa posizione appoggiato a un albero, osservando la foto della madre e delle sorelle. Così come nell’incipit i due soldati sono distesi nell’erba all’ombra di un altro albero, nelle retrovie inglesi, quando sono chiamati dall’alto comando per la loro missione.

I due protagonisti si muovono in uno spazio labirintico come i ratti che imperversano nel fango e nel sangue delle trincee e delle macerie, dove la tensione per la morte imminente è onnipresente in ogni inquadratura.

Lo sguardo dello spettatore rimane incollato sui corpi e sui volti dei due ragazzi per tutta la durata filmica. La tensione è sempre costante e la visione è un nastro continuo di Moebius reso dalla grandezza di Roger Deakins, direttore della fotografia. Insieme a lui, il regista replica il terrore, la paura, l’angoscia che assale i personaggi in ogni inquadratura.

In tutta questa terra di orrore e morte ci sono tre momenti epifanici (oltre all’incipit e al finale). Il primo lo abbiamo quando, dopo lo scoppio di una mina-trappola lasciata dai tedeschi e fatta saltare dal passaggio di un ratto, Blake salva Schofield sotterrato dai detriti. Lo porta fuori dalle gallerie della trincea nemica, salvandogli la vita.

Il secondo momento avviene in una cittadina francese distrutta. Durante la notte Schofield corre per le strade tra le macerie di case distrutte (un altro labirinto) e per fuggire dai soldati tedeschi si rifugia in uno scantinato. Qui trova una giovane donna e una neonata. Si assiste a una pausa in cui un barlume di umanità sopravvive. Il soldato riesce a calmare il pianto della bambina cantandole una ninna nanna.

Mendes costruisce un perfetto meccanismo cinematografico, dove ogni elemento visivo e profilmico concorrono alla sua riuscita.

Il terzo e ultimo momento di isola felice, nella mostruosità del conflitto bellico, lo abbiamo quando Schofield, sfinito e ferito, raggiunge un bosco dove assiste a un soldato che canta. I commilitoni ascoltano rapiti, prima dell’attacco alle trincee nemiche. Momenti catartici, pause emotive, all’interno di un affresco visivo dove campeggia solo la morte onnipresente.

Con 1917 Sam Mendes mette in scena, con grande maestria e attenzione al dettaglio della ricostruzione storica, tutto l’orrore e il dolore che un uomo può causare a un altro. Un’umanità caduta nel pozzo della pazzia, rabbiosa e rinchiusa in una corsa senza senso. Come dice il comandante a Schofield, dopo aver letto il messaggio e fermato il sanguinoso e suicida attacco, “Questa guerra la vince chi riesce a sopravvivere”. Così si risolve la corsa del soldato-ratto: in una questione di sopravvivenza.

Utlima modifica: 19 Gennaio, 2020



Condividi