Ravenna Nightmare Film Festival: il resoconto dell’inviato di Taxi Drivers, Master Blaster

Dal 30 Ottobre al 3 Novembre si è svolta la diciannovesima edizione del Ravenna Nigtmare Film Festival. Quest'anno ospite d'onore è stata Liliana Cavani, di cui si è proiettata la versione restaurata dell'indimenticabile Il portiere di notte. Master Blaster ha seguito per Taxi Drivers l'intera manifestazione

Il mio negozio, fine Novembre, luci e addobbi natalizi. Colonna sonora, Merry Xmas dei Ramones. Eccomi qui, come al solito in sfavillante ritardo, ad intrattenere coloro che, oltre mia madre, sono così masochisti da leggermi. A dire il vero, stavolta il ritardo non è dovuto alla mia patologica attitudine al procrastinare gli impegni, ma alle kafkiane ed incomprensibili lungaggini di “mamma TIM” nel fornirmi un modem nuovo di zecca, in sostituzione di quello vecchio bruciato da un fulmine la sera di Ognissanti. Roba da chiamare un esorcista più che un tecnico e comunque lo so, a voi non ve ne frega nulla.

XIX Ravenna Nightmare Film Festival

Ma siccome io sto qui, dall’altra parte dello schermo e voi non potete farmi niente, vi toccherà subire anche questo mio sfogo contro il mercato delle telecomunicazioni. D’altronde, poche righe di pazienza valgono bene il vantaggio di sentire il resoconto della passata edizione del Ravenna Nightmare Film Festival che come ogni anno ha tinto di rosso e nero le strade dell’ultima capitale dell’Impero romano d’Occidente. Vado sempre volentieri a Ravenna. Sia perché la città è splendida (per l’ennesima volta mi sono commosso davanti ai mosaici di S. Vitale), sia perché la gente è meravigliosa, sia perché la cucina è ottima anche se non bisogna mai chiamare tortellini i tortellini (ma cappelletti) sennò la cameriera vi sclera.

Ma uno dei motivi che mi fa amare quella città molto più della mia natale Roma è certamente l’attenzione alla proposta culturale, sempre alta, raffinata, intrigante e fuori le righe. Sono tanti gli appuntamenti con cui la città romagnola può sedurre, ma certamente uno dei gioielli della corona, almeno per me, è il Ravenna Nightmare. Festival di cinema oscuro, horror e fantastico dal taglio decisamente molto più elitario e raffinato rispetto alle altre kermesse di genere.

Intendiamoci, un bel frappè di cervella, con addobbi intestinali sparsi per lo schermo, ha sempre solleticato il mio gusto e non ha mai mancato di mettermi di buon umore, anche nei miei periodi più foschi. Ma il Ravenna Nightmare non è una situazione del genere. Lontano dagli eccessi (comunque piacevoli) dello splatter e del gore, il festival ha l’ambizione di essere più sottile. Di sicuro non vuole essere la motosega di Leatherface che trincia e spappola tettone urlanti.

Per la sua natura è più simile al bisturi di Hannibal Lecter che seziona la mente umana, andandone a scovare gli inquieti desideri e mettendo in luce senza pietà angosce e pulsioni che ognuno di noi si porta dentro, liberando silenziosamente ma inesorabilmente i mostri partoriti dal sonno della ragione. È un momento per ammirare film che entrano dentro, lasciandoti il segno, come opere d’arte tanto belle quanto inquietanti. Ed è indubbiamente un contesto riflessivo che permette di fare il punto su ciò che siamo, ciò che non vorremmo essere, ciò che stiamo diventando. Un qualcosa che fa paura e che alla fine riguarda tutti noi ed è più che adeguato al contesto di Ravenna, città di cambiamenti e di passaggi.

Il resoconto del Ravenna Nightmare Film Festival

Le novità e le retrospettive

Oltre a proporre novità cinematografiche che difficilmente riuscirete a vedere nel circuito commerciale del grande schermo in Italia, il festival offre la possibilità di incontrare gli autori, intervistarli e per chi, come me, è qualificabile come “addetto ai lavori”, di intavolarci informali chiacchierate in un ambiente confortevole, molto più libere ed esaustive dell’ingessato e riduttivo contesto del classico incontro stampa. Una cosa che salta agli occhi è la forte partecipazione di pubblico, soprattutto giovane, a dimostrazione di come una buon evento cinematografico sia occasione di socializzazione, oltre che di cultura.

A differenza di molte kermesse commerciali, dove la sezione retrospettiva è sempre trattata come la cenerentola dell’evento, messa lì solo per tappare qualche buco tra le proiezioni del pomeriggio, la direzione artistica del Ravenna Nightmare pone un’attenzione speciale nella cura di questa sezione, invitando quando è possibile, gli autori di chiara fama a nobilitare l’evento. Tanto per fare la ruota come i pavoni, posso dire che nell’edizione in cui fui onorato di far parte della giuria per il premio della critica, l’ospite con la O maiuscola fu un assoluto David Lynch.

Omaggio a Liliana Cavani, Il portiere di notte

Che dire? La sola opportunità di potermi vantare di una cosa simile giustifica da sola tutto il lavoro gratuito che svolgo per il Grande Capo. Quest’anno il giusto tributo è stato dato a Liliana Cavani, donna e regista che definire rivoluzionaria è sempre riduttivo. Per l’occasione è stata proiettata una versione de Il portiere di notte magistralmente restaurata. Ma, come già detto, quello che assolutamente cattura l’attenzione sono le novità, in questo caso premiate direttamente dal pubblico. E quindi cominciamo la carrellata dei film visionati per voi partendo dal basso, o dall’alto. Questione di punti di vista.

Il resoconto del Ravenna Nightmare Film Festival

Natahan’s Kingdom

Parliamo dell’insopportabile Nathan’s Kingdom. Di norma, per una forma di rispetto, quando voglio asfaltare un lavoro sono solito metterlo nel mezzo, in modo che la stroncatura passi quasi in sordina tra un commento e l’altro. Ma in questo caso posso fare a meno di certe forme di cortesia e piazzarlo al primo posto del mio reportage, perché la pellicola in questione ha inspiegabilmente vinto il premio del pubblico. Una prova lampante di come la “vox populi” a volte diverga inconciliabilmente con la “vox dei”. Laddove ovviamente la voce di Dio è la mia.

Un melenso polpettone in salsa road movie, genere che a meno che tu non sia George Miller è già di suo a rischio noia mortale, e in questo caso possiamo affermare che il regista Olicer J. Munoz del buon Miller non ha nemmeno l’odore dei calzini

La storia ci propone il viaggio di una ragazza e del fratello autistico attraverso il deserto, popolato dalle visioni fantastiche del giovane, e vorrebbe essere la celebrazione della comprensione delle problematiche di quella condizione attraverso l’affetto fraterno e i legami umani. La verità è che la retorica di cui è infarcita la pellicola farebbe venire il diabete ad un orsetto di marzapane e nell’economia narrativa, sembra voler essere solo una giustificazione per la ragazza che squadernando complicità, preoccupazioni e memorie familiari, in buona sostanza si fa tutto il viaggio solo per scaricare il fratello in un centro per ragazzi autistici.

Possiamo girarla ed indorarla come ci pare, ma dietro la patina politically correct, per il povero Nathan alla fine della strada non c’è nessun fantastico regno, ma solo una casa famiglia dove ogni tanto la sorella si degna di andarlo a trovare con il tizio che  lungo il percorso è riuscita a rimorchiare. Volendo trovare a tutti i costi qualcosa di buono, direi che le gambe della coprotagonista sono l’unica cosa che salverei di un lavoro che riesce ad essere di un buonismo urticante persino a me che sono politicamente schierato a sinistra dell’estrema sinistra.

Ira di Mauro Russo

Già che siamo in tema di stroncature, mi tolgo subito l’ultimo sasso dalla scarpa con Ira dell’italiano Mauro Russo. Un film che mi ha fatto rivalutare in una prospettiva nuova e seducente le sedute dal mio dentista. Almeno il mio odontoiatra ha una conversazione brillante e la mano leggera, o perlomeno cerca di averla.

Questo pseudo-documentario, invece, riesce ad essere di una pesantezza alla quale difficilmente riesco a trovare un termine di comparazione

Insomma, quando ti vanti di aver fatto l’ennesimo film “quasi muto” con dei “quasi attori” e riempi i vuoti narrativi con piani sequenza di oltre quattro minuti riprendendo squallide periferie cittadine, viste e riviste milioni di volte, affidando la sonorizzazione al motore dell’utilitaria del fruttivendolo protagonista o peggio ancora ai gorgoglii di una prostituta intenta in una fellatio, non sei Kubrick in Lolita e non sei nemmeno creativo come Orson Welles nel P.S. d’apertura di Quarto potere!

Al pubblico che si deve sorbire 83 e dico 83 minuti di codesto strazio risulti come uno che non riusciva a mettere insieme dei dialoghi per raccontare il degrado delle città. La periferia della provincia fa schifo? Certamente! Ma lasciar andare la macchina da presa in lunghissime carrellate mute sui casermoni urbani non la racconterà meglio o in modo diverso di chissà quanti altri venuti prima di questa mal riuscita risposta italiana a L’odio di Kassovitz. A Russo è andata bene perché quello del Ravenna Nightmare è un pubblico civile, colto, sensibile e rispettoso. Se l’avesse proiettato al Fantafestival di Roma penso che sarebbe uscito dalla sala a fascicoli settimanali.

Il resoconto del Ravenna Nightmare Film Festival

Feral di Andrès Kaiser

Adesso che ho sfogato le mie frustrazioni su due film che meritavano di essere massacrati, è il momento di ammorbidire i toni, fermarsi un attimo e raccogliere le idee. Perché Feral di Andrès Kaiser è un prodotto che mi lascia molto perplesso. Intendiamoci, il film di per sé è godibile, ben girato e la tematica del “ragazzo selvaggio” vista attraverso la prospettiva dei “crampi spirituali” di un sacerdote che ha lasciato l’abito, ma non la fede, è nuova e interessante. Colpisce nella costruzione dei dialoghi come si riproponga in maniera spietata, ma non scontata, la tematica dello scontro di civiltà, nella quale quella bianca e cristiana deve essere necessariamente considerata la migliore e imposta con “amorevole violenza” anche a coloro che non sentono affatto il bisogno di supposti miglioramenti.

Il ritmo è incalzante e gli intrecci che si innestano su una storia lineare non mancano di fornire quei colpi di scena che ti inchiodano alla poltrona per tutta la durata della pellicola

Un film giusto, senza la retorica buonista dell’uomo civilizzato, in cui vittime e carnefici si scambiano continuamente il ruolo. Quello che non mi convince è la formula del mockumentary con cui è presentato. Non so se questa sia una falla effettiva o se invece sia figlia di un mio pregiudizio. Certo, lo pseudo-documentario ormai è un genere talmente abusato che ormai spesso lo associo alla pochezza di idee.

Eppure in Feral di idee ce ne sono e anche tante. Per fare un esempio iperbolico è come se il regista ci avesse servito un ottimo panettone, ma presentandolo nella confezione di una colomba pasquale. Come dire: il giusto prodotto nel formato sbagliato. Ma ripeto, i miei dubbi potrebbero essere generati solo dalla cattiva opinione che ho per il genere in sé. Quello che è sicuro è che prima di un giudizio definitivo, il film meriterebbe una seconda e anche una terza visione.

Sons of Denmark di Ulaa Salim

Imboccato il corridoio ascendente del mio personale indice di gradimento, possiamo passare a Sons of Denmark di Ulaa Salim. Uno dei film che mi è piaciuto di più, un film potente

Ambientato nella Danimarca di un futuro prossimo, un leader politico grassoccio e barbuto, segretamente legato ad una feroce organizzazione neonazista, ma apparentemente rispettoso delle regole del gioco democratico, si avvia a vincere le elezioni facendo leva sulle paure basilari di una società che ha smarrito se stessa e che vede di giorno in giorno decadere il suo livello di benessere, incolpando dei mali della società gli ultimi, i più deboli, coloro che più di ogni altro la società la subiscono. Un attentato, poi rivelatosi un’abile strumentalizzazione per capitalizzare ulteriori consensi xenofobi, viene sventato da un poliziotto di origine straniera, ma cittadino danese.

Vi ricorda qualcosa? A me molto.

Forse sarà per questo che il film mi ha colpito come un pugno nello stomaco per il suo realismo, infinitamente più terrificante di qualunque mostro abbia mai visto sullo schermo. Scevro dalla retorica del tutti buoni – tutti cattivi, i ruoli si confondono. I cattivi sono chiaramente indicati, l’orrore del nazismo, a dispetto delle equiparazioni circostanziali e da operetta che il parlamento europeo ha fatto di recente con altre ideologie, lo conosciamo tutti. Era e rimane il male assoluto, l’abisso senza fine, la perdita della condizione umana senza possibilità di redenzione e senza termini di paragone. I buoni invece hanno contorni più sfumati. Sono arrabbiati, strumentalizzati, pieni di lati oscuri che si muovono in una società che oscilla tra odio dichiarato e falsa accettazione. Né santi, né demoni, semplicemente uomini.

E chi si dovesse sentire colto da un falso senso di sicurezza solo perché bianco ed europeo, forse non avrà piacere nello scoprire che agli occhi di uno scandinavo medio, tra un italiano e un magrebino c’è ben poca differenza. E si, loro se ne fottono che noi costruivamo una Domus aurea mentre loro erano intenti a dipingersi il corpo di blu nelle caverne o che noi eravamo in pieno Rinascimento mentre loro ancora grugnivano coperti di pellicce in stamberghe di legno che pomposamente chiamavano Langhus (palazzi). Potranno anche sorridere e mostrarsi freddamente cordiali, ma non riusciranno a nascondere che per loro noi siamo altro e con la civiltà c’entriamo ben poco. Fatto l’esamino di coscienza?

Sons of Denmark è un film che in un paese come l’Italia, dove ogni anno gli emigranti doppiano alla grande gli immigrati, dovrebbe essere fatto vedere settimanalmente in ogni scuola di ordine e grado.

Falò all’alba di Koichi Doi

Decisamente più poetico, intimista e delicato il film del giapponese Koichi Doi, Falò all’alba. Impostato come un documentario, con personaggi veri nel ruolo di loro stessi, il lavoro è però simile ad un film drammatico, per gli altissimi livelli di poetica per immagini che riesce a raggiungere. Narrando l’iniziazione a cui un padre sottopone il figlio per introdurlo alla disciplina del teatro tradizionale Kyogen a cui la famiglia si dedica da più di 600 anni, Koichi Doi ci introduce delicatamente nell’essenza stessa di un mondo e di una cultura dalla quale siamo affascinati ma che raramente ci sforziamo di capire.

Un film paragonabile a un haiku, apparentemente semplice, cela al suo interno infinite sfaccettature che sono parimenti indispensabili alla comprensione del tutto

La sinossi è estremamente scarna e si può racchiudere nell’addestramento che il ragazzo riceve dal padre in questa disciplina tradizionale. Ma già dall’uso della fotografia, studiata per stimolare il distacco tra il punto di vista e la vicenda in sé, si può capire che i significati reconditi sono molteplici. Quindi prendo il coraggio a due mani e alla fine della proiezione rapisco il maestro Koichi per una breve chiacchierata, avvalendomi dell’indispensabile aiuto del professor Marco Del Bene che si presta come traduttore e che voglio qui ringraziare.

Chi mi conosce sa bene che non amo il telegrafico botta e risposta delle interviste canoniche, quindi inserirò le riflessioni del regista nel discorso generale della recensione. Ma sia ben chiaro che molti aspetti di questa piccola perla sarebbero andati perduti se “sensei Doi” non avesse avuto la pazienza di ascoltare le mie riflessioni sul suo lavoro e di chiarire i dubbi che avevo in proposito.

Come ribadito più volte, il tratto caratterizzante del testo filmico, unitamente al flusso delle immagini, è la delicatezza. Un aspetto importante questo, se si vuole parlare del teatro Kyogen, una disciplina teatrale che nella sua storia non contiene un solo omicidio. Un’arte gentile che il regista vuole trattare con gentilezza e lo fa raccontandoci una tradizione secolare non attraverso i massimi sistemi, ma con una storia intimista. La famiglia come microcosmo in cui si alternano cambiamento e accettazione.

Koichi Doi al pari di molti intellettuali nipponici come Yukio Mishima, avverte il cambiamento che sta investendo la sua società. Forse più rapidamente di quanto la società giapponese stessa sia in grado di sopportare e questo desta in lui una forte preoccupazione per la perdita delle tradizioni fondanti di quella cultura.Paradossalmente, mi fa notare che il teatro Kyogen ha forse più estimatori all’estero che non in Giappone, dove il contesto giusto per apprezzare questa forma espressiva è lontano dalle grandi metropoli, nelle piccole comunità che vivono il territorio perpetuandone le tradizioni. Ed è il territorio l’altro grande protagonista assoluto del lungometraggio. Immanente nella sua algida asperità, assoluto nella trascendente immobilità dei paesaggi innevati. Ed è in proprio questo spazio circoscritto, dove si muovono i suoi personaggi che  il regista vede la possibilità di allargare la propria coscienza spirituale.

Falò all’alba è un film che scuote pur lasciando immobili. Sicuramente ho capito molto di più del teatro tradizionale giapponese e del suo spirito con questa storia intimista che non con due annualità di teatro all’università.

Il resoconto del Ravenna Nightmare Film Festival

Il resoconto del Ravenna Nightmare Film Festival

9 doigts di F. J. Ossang

Chiude questa lunga carrellata 9 doigts di F. J. Ossang. Che dire? Secondo me bravo è troppo poco. Un thriller? Un pulp? Un film di fantascienza? Un fumetto? Sicuramente una produzione anarchica all’ennesima potenza. Morboso come Velluto blu di Lynch, violento come un disco degli Exploited. Un film che muta pelle in continuazione partendo dalla classica ambientazione noir che ti aspetteresti da una pellicola francese.

Una stazione, la notte, il maltempo e alcuni criminali che fanno cose da criminali. Fin qui ci siamo. Potresti quasi immaginare il resto, se non fosse per il look dei criminali che sembrano usciti da un vecchio fumetto. Una casa, il protagonista che ci si sveglia dentro, una bella donna e l’assortito gruppo di malviventi. Comincia la discesa nel maelstrom con un patto.

Per essere accettato nel gruppo di malviventi il protagonista dovrà fare a pezzi un cadavere. Una puntatina al caro vecchio gore che sveglia subito la mia attenzione. La banda finisce su una vecchia nave che sembra quella di Caronte, con una valigetta radioattiva, diretta in un posto chiamato Nowhere, come il pullman da tour dei Sex Pistols. Fuori solo la notte perenne che si fonde con il grigio della fotografia.

Non ho parole! Rimango inchiodato allo schermo per tutta la durata del film, rinunciando ad un certo punto a dare un senso ai mutamenti che intercorrono nella trama. Me lo godo per le immagini e le atmosfere cupissime, per l’ironia sottotraccia. Come fosse un quadro in movimento o un caos immobile. I richiami nel decoupage dall’incerta definizione temporale si incastrano alla perfezione e trovano da soli un senso.

Praticamente Ossang è riuscito non so come a mettere tutto quello che amo in un unico film, a frullarlo e a tirare fuori un capolavoro

Prima che finisca la proiezione ho già deciso che questo regista io lo devo conoscere. Parliamoci chiaro, non c’è niente che non gli possa chiedere nell’incontro pubblico a chiusura di serata, oltretutto vengo a sapere che lui non ama dare interviste. Ma lui e la bravissima Elvire, protagonista femminile della pellicola, sono troppo particolari e hanno stuzzicato troppo la mia curiosità per lasciar perdere. Ossang è un musicista punk, come il sottoscritto, quindi decido che la linea di condotta da seguire è l’unica con la quale potremmo intenderci. Faccio il punk.

Conversazione con Ossang ed Elvire

A fine serata, sfacciatamente, mi imbuco alla cena dei registi e comincio a parlare con questa strana coppia di autore e attrice. Inizio a chiacchierare come se nulla fosse, ma il francese è furbo e capisce subito che sono un critico. Non so se per il fatto che è estremamente gentile o per l’aver subito sfoggiato il tatuaggio della mia band, ma Ossang ed Elvire non solo non si scompongono, quando confesso che scrivo per Taxi Drivers, ma anzi si concedono volentieri alla mia curiosità e mi regalano persino un Cd con la colonna sonora del loro film precedente (che per inciso tengo da circa un mese fisso nella mia autoradio).

Va detto che seducono già dalla gestualità con cui parlano del loro lavoro. Si capisce benissimo che credono in ciò che fanno e fanno ciò che sono. La chiacchierata val bene la fatica di cui mi faccio carico nel parlare per circa un’ora nell’odiatissimo inglese. Altra cosa che mi piace del film, è che a differenza di molti prodotti nostrani che rinunciano già nella loro genesi al mercato nazionale, Ossang è molto orgoglioso di girare in francese e si stupisce del fatto che da noi in Italia non sia così. Musica per le mie orecchie! Ne avessimo dieci di registi come lui, che se ne fregano di infiocchettare un bel prodotto commerciale stelle e strisce, e in due mesi risorgerebbe il cinema di genere che tanto lustro diede alle nostre produzioni.

Altra cosa che mi garba è il fatto che è girato in pellicola. Scelta artistica e anticommerciale. Probabilmente è questo il punto di forza del regista che punta a fare un’opera autoriale in cui ci si ritrovi, piuttosto che il solito blockbuster che tenta di piacere a tutti senza realmente far innamorare nessuno. Come un pittore d’avanguardia butta sulla tela i colori che lo intrigano, così Ossang fissa le sue passioni sulla pellicola. La vecchia fantascienza, i fumetti di Tintin, la musica, la poesia macabra e sarcastica, dirigendo gli attori come in un teatro dei vampiri del XXI secolo.

Personalmente, tra le righe del film ho trovato anche alcune problematiche ecologiste. Ma ripeto, questa è una mia personale lettura. Non so se il regista volesse toccare esattamente quel tema, la risposta non è stata netta. Tuttavia mi piace pensare che sia proprio questo che il regista vuole. Che ciascuno guardi in quel magma ribollente e violento che è 9 doigts e ci si riconosca, rubando magari qualcosa all’autore, ma in fondo anche questo è anarchia, anche questo è punk!

Colonna sonora: Trasmission dei Joy Division.

Utlima modifica: 3 Dicembre, 2019



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