Venezia 76: Destino. conversazione con Bonifacio Angius (Settimana Internazionale della Critica)

Presentato in anteprima alla Settimana internazionale della critica, Destino di Bonifacio Angius fa i conti con il passato cinematografico del regista che, sull'eco dei lungometraggi precedenti, realizza un’opera dagli accenti bukowskiani, mettendo ancora una volta al centro del racconto un personaggio drop out. Di seguito la conversazione con l’autore di Perfidia e Ovunque proteggimi

  • Anno: 2019
  • Durata: 19' 59''
  • Distribuzione: EleNfanT DistriButioN
  • Genere: drammatico
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Bonifacio Angius

Questo tuo nuovo lavoro presenta delle novità, prima fra tutte quella di ritrovarti non solo dietro ma anche davanti alla macchina da presa e per giunta nel ruolo del protagonista. Destino è anche ricco di echi, dettagli e soprattutto degli umori di Perfidia e Ovunque proteggimi. Considerando che si tratta di un cortometraggio, come si inserisce  nella tua filmografia?

Si inserisce in un percorso molto personale come tutti gli altri lavori. Questa era un’idea che avevo in mente da un po’ di tempo e pensavo che l’avrebbe dovuta interpretare un’altra persona che peraltro aveva fatto la comparsa in uno dei miei film. Dopo avergli fatto il provino e aver capito che la cosa non era gestibile, ho deciso di subentrare io. Sono sempre stato appassionato di cinema e i primi passi in questo ambito li ho fatti in una scuola di recitazione di Firenze che si chiamava Immagina. Era un piccolo istituto e quello era il corso che costava meno degli altri. Lì ho imparato alcune cose, ma poi fondamentalmente ho appreso dai miei errori, dunque mi considero un autodidatta. Avevo fatto dei provini anche per Ovunque proteggimi, però non avevo il physique du rôle, e il protagonista è stato Alessandro Gazale. Mi sono riguardato per caso, e avendo appena finito di scrivere la sceneggiatura di Confiteor, il mio prossimo lungometraggio, quello con la più forte componente autobiografica, mi sono detto che avrei potuto interpretare il ruolo di mio padre: oltre ad assomigliargli molto, ho lo stesso modo di parlare, lo stesso sarcasmo. Quando poi si è presentata l’occasione di mettere in scena questo piccolo film ho pensato: “ma dai, lo faccio io così mi alleno”. Ho usato quest’idea per condurre delle lezioni al corso di cinematografia che tengo presso l’Accademia di Belle Arti di Sassari. Sceneggiatura e regia per me sono cose che non si possono insegnare tranne per qualche piccolo aspetto tecnico. Già gli anni scorsi lo studio dei miei alunni era coinciso con il loro impegno su un vero set cinematografico e così ho fatto anche questa volta.

Del corto sei anche il direttore della fotografia, c’è scritto illuminato da….

Si, ma l’ho fatto anche altre volte come anche per la musica. Sta di fatto che abbiamo scritto questa sceneggiatura di getto e poi abbiamo preparato il film. Del protagonista sono stato io a scegliere abito e pettinatura, ispirandomi a un personaggio che vedevo spesso, come altri che ci sono nella mia città oppure a Roma, dove per strada puoi incontrare questi ex rocker e metallari, insomma, dei fancazzisti. Pur facendo un mestiere un po’ più ricco e un po’ più denso, ho pensato di non essere troppo diverso da loro per cui mi sono detto perché no, facciamolo. Alla fine sul set ho ricoperto la maggior parte dei ruoli, affidando i restanti ai ragazzi del mio corso. Sono stato fortunato perché la maggior parte di loro erano molto svegli e mi hanno dato una grossa mano. Certo, per riuscire a essere vero e restituire qualcosa di personale ho dovuto come al solito autoflaggellarmi, seppur in maniera più leggerà perché si trattava di un cortometraggio.

È comunque un corto di venti minuti, quindi c’è un girato consistente. Il bello è che gli unici due registi intervistati, presenti alla Mostra del cinema con due cortometraggi, siete stati tu e Gianni Amelio, ed entrambi vi siete avvalsi della collaborazione di studenti di una scuola di cinema.

Sai, insegnare a qualcuno come fare il regista è impossibile: l’unica cosa possibile è mostrare come si fa. Osservando il regista sul set si può rubare qualcosa, poi però è necessario trovare il proprio metodo. Non si può pretendere che il mio sia universale, che vada bene e sia congeniale per chiunque. Secondo me è più istruttivo procedere con questo tipo di approccio, anziché fare lezioni teoriche o dire loro quello che è giusto o sbagliato. Anche perché in questo mestiere non c’è mai niente di giusto o sbagliato, a prescindere. Ho fatto vedere loro il mio metodo e abbiamo avuto fortuna. Ho collaborato con attori con cui avevo già lavorato, per esempio con Andrea Carboni. Per interpretare mia sorella abbiamo preso un’amica che non aveva mai fatto l’attrice. In produzione c’era Silvia che è stata fondamentale, senza di lei non saremmo mai riusciti a organizzare tutto nel migliore dei modi perché, oltre a trovare le location, ha chiesto i permessi, ha fatto un sacco di cose che io non avevo voglia di fare. In questo è più brava di me perché io a chiedere non sono bravo, lei ha un talento che io non ho.

Mi sembra che una costante del tuo cinema sia la presenza di una parabola esistenziale: se prendiamo Ovunque proteggimi ciò che succede al protagonista ricalca quello che accade in Destino al tuo alter ego. Pur con le dovute  differenze, anche lui a un certo punto cerca di uscire fuori dal suo ruolo nel tentativo di prendere in mano la propria vita. Se poi osserviamo la scena finale di Ovunque proteggimi ci si accorge che è molto simile a quella di Destino: entrambi gli uomini sono a terra, costretti a subire le conseguenze della loro ribellione.

Si, è una cosa che ho notato anch’io al termine delle riprese. Abbiamo fatto lo stesso finale. Seppur diverso, è simile nella dinamica. Però, solo al montaggio ho pensato che anche Ovunque proteggimi finisce così.

In ambedue i film c’è questa parabola all’interno della quale vediamo il protagonista tentare di ribellarsi all’infelicità della propria condizione. E come nei tuoi lavori precedenti, anche in Destino il tuo personaggio è in bilico tra l’accettare il proprio ruolo e la passività che ne consegue o liberarsene con una ribellione non priva di sofferenza.

Diciamo che il protagonista di Destino è un po’ a metà tra quella che è la passività dell’Angelino di Perfidia e la voglia di agire di Alessandro in Ovunque proteggimi. Assomiglia di più al primo che al secondo per il modo di porgere le battute e di parlare. È stata una cosa involontaria, non ho cercato di imitarlo.

È bella questa cosa e cioè che l’autore faccia da filo rosso all’interno della sua filmografia. I film cambiano ma l’autore è sempre riconoscibile.

Non è un caso che, secondo me, uno dei passaggi più importanti sia la confessione di un fatto a cui penso molto spesso, magari nei momenti di sconforto. Parlo di quando chiedono al protagonista chi potrebbe essere stato a fargli il malocchio e lui risponde “tutti perché sono antipatico a tutti, però loro stanno antipatici a me. Perché a prendere sono tutti bravi però quando c’è da dare …”.

Ho pensato subito che quella frase fosse tua.

Si, è un pensiero personale che ho voluto dire. È una frase che mi ripeto nei momenti di sconforto. A prendere sono tutti bravi, però quando si tratta di dare si dimenticano quello che hai fatto per loro e a me è una cosa che non va tanto bene. Di fatto è un’idea che hanno in molti, però dirla in quel modo lì e in quel contesto è stato terapeutico e liberatorio.

Questo è un concetto che torna in ogni tuo lavoro. Nel senso che tutti i tuoi personaggi, dal primo all’ultimo, sono la risposta al dilagante egoismo di cui parlavi. Se pensiamo a Destino il protagonista è l’esempio di una persona che fa una cosa senza un secondo fine. Alla pari di Angelino e di Alessandro è a suo modo un persona pura.

Si, Io mi riconosco molto in questo, anche come persona. Non penso di essere un calcolatore e questo mi causa anche dei problemi nella vita. Quando mi dicono che dovrei essere uno stratega, cambiare continuamente tattica in modo da rendermi adatto a ogni occasione, io dico no. Per principio, voglio agire secondo ciò che sento.

Infatti questo modo di essere è rimasto costante nel corso del tempo. Ci siamo incontrati al festival di Locarno per la presentazione del tuo primo film e poi ancora al festival di Torino. Voglio dire che ci vediamo a distanza di anni e in te non c’è traccia di un qualunque tipo di strategia. Questo secondo me aiuta i tuoi film ad essere struggenti nella loro nuda verità.

Si, se riesci ad avere quella spinta sei a metà del lavoro. Se non riesci a trovarla dentro di te, come fai a fare il regista? Questo è necessario se si vuole fare un film. Una volta che a me mancherà – e spero che questo succeda il più tardi possibile – vuol dire che non sentirò più la necessità di girare. D’altra parte, non sarebbe neanche male, perché vorrebbe dire che starei meglio come persona. Dunque, mi auguro che succeda nel momento in cui riuscirò a sostenermi. Io faccio solo questo per vivere e non so fare altro, se non lo faccio che cos’altro potrei inventarmi? Alla fine sono felice di averla questa rabbia, questa incomprensione verso il mondo che ci circonda, di vedere le cose sempre a rovescio. Mi aiuta a creare.

Secondo me, questo modo di essere contribuisce alla tua unicità come regista. Tornando al film, una delle  scene più complesse è quella che si svolge dentro la chiesa. La religione è uno dei temi che ritorna sempre nelle tue storie e il fatto di fare entrare il protagonista senza mostrare lo spazio interno, né il prete che lo sta per confessare, diventa ancora una volta metafora dell’assenza di Dio. Peraltro, il dialogo durante la confessione è esplicativo della solitudine del personaggio.

È un uomo perduto, che non ha nessuno a cui chiedere, e alla fine si rivolge agli unici che lo possono ascoltare e cioè il prete e Dio. Dei due forse è solo il secondo che lo fa perché l’altro non è comunque molto interessato ai suoi problemi. Quindi si ritorna sempre lì, il contesto religioso serve a mostrare la necessità di essere compresi. Non è una cosa legata alla speranza, è più il desiderio di essere capiti perlomeno da qualcuno, anche qualcuno che non c’è. Con la differenza che se parlo con qualcuno che non vedo mi rimane comunque l’illusione di essere riconosciuto e capito.

Da qui la scelta di non mostrare le icone della religione.

Per la verità inquadrature in tal senso le ho anche girate, ma poi mi è sembrato talmente più forte, più misterioso, e anche ironico se vogliamo, raccontarmi in un’unica inquadratura. Se avessi staccato sul prete magari quest’ultimo sarebbe apparso fin troppo gigione.

Se dopo l’entrata avessi fatto vedere l’interno della chiesa sarebbe diventata una scena come tante altre, invece così assurge a luogo dell’anima. Tra l’altro, il fatto che la stessa sia la conseguenza del consiglio dato al protagonista dalla cartomante è quantomeno tragicomico.

Nella realtà funziona proprio così. Quando sono andato a farmi togliere il malocchio la guaritrice mi ha detto “devi dire questa preghiera tre volte, per tre giorni di seguito a occhi chiusi, però prima ti devi confessare perché hai bisogno di purificarti”. Io poi non l’ho fatto, un po’ per vergogna, un po’ perché se vai a confessarti devi dire tutto e di più di quello che ho messo nel film. Avrei raccontato cose indicibili e probabilmente il prete si sarebbe spaventato. Tutti noi abbiamo qualcosa di indicibile, ce l’ho io, ce l’avrai tu.

Sempre questa scena è caratterizzata da un uso particolare del tono per cui lo spettatore rimane spiazzato, non sapendo se ridere o piangere. Non è l’unica in cui ricerchi questo effetto e mi riferisco al campo lungo in cui vediamo il personaggio seduto fuori dal bar, con la bambina da una parte e lui dall’altra che si guardano. Sembra quasi Kaurismaki e per certi versi Perfidia ma spinto un po’ di più verso situazioni da comica del cinema muto. Parliamone, perché secondo me si tratta di una sequenza molto efficace.

Dal punto di vista tecnico e logistico abbiamo dovuto cacciare la gente dal bar (ride, ndr). L’assistente di produzione è andata a chiedere il permesso di girare fuori dal locale per pochi minuti e abbiamo trovato dei ganzi, dei tipi da bar di quelli….

Simili a quelli che troviamo anche in Perfidia.

Si, non c’era verso di farli andare via e allora gli ho dovuto offrire una birra e mandare Silvia a chiedergli gentilmente di spostarsi da un’altra parte perché io mi sarei messo a litigare. Siamo riusciti a mandarli via e lì, miracolosamente, con la coda dell’occhio ho visto che la bambina muoveva la testina e allora l’ho guardata. Ho aspettato il momento giusto per tagliare sullo sguardo e poi ho dato lo stop.

Quante volte l’hai fatta?

L’abbiamo girata con tre ottiche diverse. Sapevamo già quale avremmo scelto, ma abbiamo girato anche le altre per avere delle alternative. Ho scelto quella con la birra sul tavolo e loro due che si guardano. Funzionava di più. Ho una figlia che ha due anni e mezzo ma non ho preso lei perché ho pensato che fosse troppo difficile da gestire e in realtà è vero. La “nostra” bambina non era neanche tanto facile da trattare perché piangeva in continuazione. Qualche volta siamo riusciti a farla stare in silenzio ma poi ho pensato di utilizzare il suo pianto come un vero e proprio effetto sonoro che parte dal dialogo iniziale e arriva fino in chiesa. Peraltro la disperazione non è tanto della bambina ma di lui che piange dentro di sé pur cercando di non farlo a vedere a nessuno.

Il fatto che tu lui non riesca a prendersene cura e che poi la perda non potrebbe essere il modo di esorcizzare le tue paure di padre come a suo tempo fece Moretti con La stanza del figlio?

No, è legato anche al destino. Lui è convinto di essere sfortunato e poi lo diventa per davvero. È sufficiente che vada in chiesa per tre minuti e quando esce non trova più la bambina. È proprio sfortuna, anche perché fuori non c’era nessuno. La sparizione della bambina è anche un po’ irrealistica, accade come se fosse un miracolo in negativo. Lui voleva avere sfiga e alla fine l’ha avuta.

Un po’ come dice Scorsese in Taxi Driver a proposito dello stare male, e cioè che più dai spazio a questa sensazione e più la realtà ti mette nella condizione di acuire il tuo malessere.

È così. La realtà funziona in questo modo. Se tu credi che le cose andranno male alla fine vedrai che succederà proprio così. Ne sono più che convinto.

Volevo tornare sulla scelta dei toni e sul loro essere in bilico tra sensazioni opposte.

La dinamica del film prevedeva di partire da una situazione grottesca, con lui, nullafacente, pronto a dire frasi assurde del tipo “ io non cerco lavoro perché tanto ho sfiga”, mentre il marito della sorella gioca con la PlayStation senza pronunciare parola. Essendo un personaggio vuoto, quello che faccio è andare a vedere cosa si nasconde dietro al suo stato, perché di solito ci si trova paura e angoscia. Il che non vuol dire avere a che fare con un elettroencefalogramma piatto ma esplorare una solitudine che genera malessere, dolore e angoscia per il futuro. Lui non ha un deficit mentale, ma è uno che vive con questa ansia e tenta di nasconderla, facendosi passare per chi la sa più lunga degli altri. Alla fine però questa condizione viene fuori nel finale in cui lui, da essere umano in apparenza menefreghista, si spaventa e addirittura prega per ritrovare la bambina. Il miracolo avviene proprio perché lui fa lo sforzo di pregare, il che sembra una sciocchezza rispetto all’accaduto ma funziona. La bambina era dietro l’angolo, bastava fare un giro e l’avrebbe ritrovata perché la vicenda non si svolge in una città enorme e smarrire una neonata è veramente difficile.

Nel film il marito della sorella incarna una sorta di nemesi, espressa più che altro dalla mimica del corpo perché per il resto rimane sempre in silenzio. Andrea (Carboni, ndr) cosa ti aveva chiesto e come ti sei rapportato al personaggio e alla storia?

Come hai detto il mio personaggio non parla.

Però fa paura e mette a una certa soggezione.

È ovvio che quando un genitore lascia la figlia a un cognato e scopre che questo l’ha perduta non la prende bene, anzi. All’inizio quando lui arriva a casa dicendo cosa è accaduto io gli chiedo dove erano per andare insieme a cercarla. Quando la ritroviamo per fargliela pagare lo picchio. Sbagliata o no, in quel momento è una reazione plausibile.

Tu come l’hai diretto? Lui è veramente una nemesi e tra l’altro è un personaggio con un preciso peso drammaturgico.

Il mio personaggio vive in questa situazione dove non è gratificato da nessuno, non ha fiducia nel prossimo ed è geloso di tutti. Anche nel primo dialogo si percepisce che non corre buon sangue tra di loro, il cognato nemmeno lo saluta. Di fatto il marito della sorella è la rappresentazione del suo vuoto esistenziale. Pur vedendomi disperato non ci pensa un attimo a darmi una manata in faccia, una testata, un pugno e tre calci. Perde le staffe e poi mi lascia lì. Quello che è successo è molto grave, ma lui pensa solo a dargli le botte, tant’è che lascia il passeggino lì e sembra quasi che della bambina gli interessi relativamente rispetto alla possibilità di avere la scusa per poterlo finalmente picchiare.

Tra l’altro la sequenza finale, con lui a terra sanguinante e solo, cristallizza quella che è la condizione esistenziale del personaggio.

Si, ma cosa ancora più importante è il fatto che lui pianga, perché a un certo punto taglio su una lacrima che esce dai suoi occhi, facendo di quel pianto silenzioso l’eco della solitudine che lo attanaglia. Quella manata in faccia e le botte che seguono rappresentano il mondo in cui lui vive.

Qui però torna l’Angelino di Perfidia. Mi riferisco al vuoto e alla solitudine di questo personaggio. La mancanza di reazione di Angelino e l’indifferenza degli altri si fanno sentire anche qui.

Si, c’è molto del mio primo film. Anche perché penso che il mio nuovo lungometraggio, che devo ancora girare, sarà una fusione di tutto il non detto di Perfidia e del libro aperto che c’è in Ovunque proteggimi. Sarà una mescolanza di questi due stati d’animo, del passaggio dal vuoto alla presenza estrema, all’impulsività e alla violenza palpabile.

Accennavi al fatto che sarà una sorta di saga familiare.

Si, sarà un’epopea familiare che parte dagli anni Cinquanta per  arrivare ai giorni nostri.

Quindi un film importante.

Si, i due terzi saranno raccontati a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta.

Quindi ci sarà anche una ricostruzione d’epoca ?

Si, e poi c’è un prologo negli anni Cinquanta mentre gli ultimi venti, venticinque minuti saranno ambientati ai giorni nostri per raccontare la catastrofe antropologica che stiamo vivendo ora.

Quindi c’è ovviamente un confronto con la contemporaneità?

Si, assolutamente.

Tornerà anche qualcuno dei “tuoi” attori?

Certo, anche questo te lo posso assicurare.

Quando inizierai a girarlo?

Magari te lo potessi dire. Non lo so. Tra circa un anno, mese più, mese meno. Abbiamo già una parte del budget.

È una produzione grossa?

No, nel senso che sarà una produzione importante ma organizzata e gestita dalla Monello film che ha prodotto questo cortometraggio. Credo che sia la strada migliore da percorrere, soprattutto se si vuole fare un film così personale. Dopodiché, una volta che riuscirò a fare Confiteor potrò pensare ad altro, anche in termini produttivi.

Confiteor, cioè ?

È la parte più intima di una confessione, l’ultima parte di essa, ed è la storia – drammatizzata – della mia famiglia, in cui io interpreterò il ruolo di mio padre.

Sarà raccontata come flusso di coscienza o cronologicamente?

No, avrà una costruzione classica, proprio perché è un film che deve arrivare a tutti e perché voglio che il racconto venga capito dagli spettatori. Ci sarà molta musica, sarà un film molto sonoro, legato a un progetto importante e già presente in scrittura. La sceneggiatura di Confiteor è quella che ho più chiara anche dal punto di vista del montaggio. Infatti, come diceva Hitchcock a Truffautsarà una noia incredibile girare questo film perché praticamente è già tutto nella mia testa”. Adesso non mi resta che ingaggiare qualche attore di nome per fargli fare il ruolo del patriarca e darmi da fare per trovare qualche soldo in più. È un racconto epocale e, dunque, qualche compromesso bisogna pur farlo.

Penso che sia la prima epopea girata in terra sarda.

Si è la prima vera epopea. Utilizzeremo sia il colore che il bianco e nero. Sarà un film grosso; anche se non costerà tantissimo noi lo faremo sembrare grandioso. Per me sarà un passo in avanti decisivo. Sarà il mio “o la va o la spacca”. Sto rischiando molto con questo film.

Già al terzo film “o la va o la spacca”?

Si, si, me la sto rischiando alla grande. Dopo posso veramente decidere di fare il regista di film d’azione, mi piacciono molto gli action movie e i thriller pieni di scazzottate.

Mi piacerebbe vederti all’opera. Nel cinema moderno ci sono questi grandi autori, per esempio Denis Villeneuve, che passano dal cinema d’essai a quello d’azione.

Si, a me piacerebbe molto. Una volta fatto Confiteor e dato tutto quello che si poteva dare in questo percorso che parte da Perfidia e passa per Ovunque proteggimi, mi piacerebbe chiudere con i film altamente personali, che sono sempre molto dolorosi e sofferti per il troppo amore che ci si mette a farli. Si tratta di opere che devi seguire, a cui devi voler bene ed essere disposto a proteggere: per adesso posso ancora reggere, ma magari a cinquant’anni non so se sarò in grado di farlo. La mia speranza è quella di riuscire a diventare un autore a tutto tondo con questo film e chiudere un certo percorso. Da lì in avanti vorrei fare qualcosa di diverso, e solo più in là tornare a fare qualcosa di più personale. Pero prima c’è Confiteor che sarà un film molto duro.

Perché duro?

Duro perché ci sono delle cose che non ho mai detto a nessuno. Ci sono tanti argomenti che a parlarne con un amico ti vergogni a riferirle, invece io le dico nel film perché lo uso come scudo.

Il paesaggio sardo avrà un ruolo centrale?

Non più dei film precedenti. C’è il connotato del luogo ,ma non sarà narrativamente preponderante. Potrebbe essere un film ambientato in qualunque parte d’Italia.

Parliamo della produzione. Silvia (Napolitano, direttrice di produzione, ndr), questo è il primo film di cui segui la produzione.

Si, io all’Accademia di Belle Arti ho studiato pittura, però poi mi sono voluta iscrivere al corso di cinematografia dove abbiamo avuto la fortuna di avere come insegnante un grande professionista come Bonifacio che ci ha coinvolto attivamente nel progetto del suo cortometraggio. Nel momento in cui ci ha detto la storia l’ho immediatamente visualizzata, ho fatto un po’ mio il progetto e di conseguenza mi sono data da fare per cercare di aiutarlo a realizzarla.

Esattamente cosa c’era da fare?

Ad esempio, trovare i posti che sono andata a scovare nei dintorni di dove vivo, e poi sono riuscita anche a trovare la bambina adatta, che è la mia nipotina. Non riuscivamo a trovare la bambina per cui, avendo una nipotina di otto mesi ho chiesto ai genitori di poterle fare interpretare la parte. Loro erano un po’ restii ma alla fine hanno accettato.

Dunque Bonifacio, si tratta di una promozione sul campo e una collaborazione destinata a ripetersi.

Si, dopo questa esperienza ho coinvolto Silvia nel prossimo film perché è una rarità trovare delle persone che abbiano la capacità di risolvere problemi e soprattutto l’intelligenza nel sapere anticipare le tue richieste. La cosa che mi ha stupito di più di Silvia è stato che lei riusciva a sapere in anticipo cosa volevo. È stata fondamentale nel trovare le location, e senza di lei questo film non sarebbe stato girato con la stessa facilità. Tra l’altro, insieme ad un’altra ragazza ha curato anche il trucco.

Dopo l’anteprima veneziana dove e come si potrà vedere Destino?

L’ha preso in distribuzione EleNfanT, che è un distributore di cortometraggi tra i più attivi che ci sono in Italia, quindi credo che farà un bel po’ di festival. Poi, come paracadute penso comunque di inserirlo all’interno di un film a episodi di cui a Ottobre girerò altri due segmenti che insieme ad un terzo, intitolato Domenica, faranno parte di un’unica storia. La mia intenzione è di poterli intrecciare tra di loro attraverso un comune filo conduttore. Il film si chiamerà La noia, un titolo che mi piace perché va controcorrente rispetto alla leggerezza a tutti i costi venduta nelle sale italiane. In un episodio c’è un pezzo di Vasco Rossi che si intitola proprio così. È un brano bellissimo degli anni Ottanta che uno dei protagonisti seleziona in un jukebox. Sarà un’opera autoprodotta che magari potrei fare uscire prima di Confiteor, se la produzione di quest’ultimo andrà per le lunghe. Ti terrò aggiornato.

Utlima modifica: 19 Settembre, 2019



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