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‘L’arte della felicità’ il sorprendente film di animazione di Alessandro Rak

L’arte della felicità è un film di animazione italiano dal tratto graffiato, piovoso e scrosciante, che si avvale di una scrittura molto profonda e - non si spreca qui il termine - filosofica. Il lungometraggio di esordio di Alessandro Rak ha ricevuto nel 2013 l'European Film Awards per il Miglior Film d'Animazione

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L’arte della felicità è un film italiano d’animazione del 2013 diretto da Alessandro Rak, al suo debutto in un lungometraggio. Il film, ora su Mubi, è stato inizialmente scritto da Luciano Stella, ideatore della manifestazione culturale napoletana L’arte della felicità, come “prosecuzione” cinematografica del materiale raccolto nelle varie edizioni della manifestazione. La sceneggiatura fu poi riscritta insieme ad Alessandro Rak, Nicola Barile e Paola Tortora prendendo spunto parzialmente dalla morte del fratello di Luciano Stella, Alfredo. Il film è stato realizzato a Napoli da 40 autori, tra cui soltanto 10 disegnatori e animatori dello studio Mad entertainment, primato assoluto per un film cinematografico d’animazione. Qui per leggere di altri prodotti della stessa casa di produzione.

L’arte della felicità è stato presentato alla Settimana Internazionale della Critica della 70esima Mostra del Cinema di Venezia, dove ha ricevuto il Premio FEDIC – Menzione speciale e il Premio Cinema Giovani – Miglior film italiano. Il film, inoltre, ha ricevuto l’European Film Awards per il Miglior Film d’Animazione.

Sinossi de L’arte della felicità

Nello scenario di una Napoli dalle atmosfere cupe, surreali e pre-apocalittiche, si dipana la storia di Sergio, un ex pianista divenuto tassista. Sergio ha abbandonato la musica quando suo fratello maggiore Alfredo, con il quale condivideva la stessa passione, ha lasciato Napoli per trasferirsi in India. La scoperta della vera ragione della partenza di Alfredo condurrà Sergio a rinchiudersi nel suo taxi, che diviene un microcosmo in cui la sua storia incontra quella dei passeggeri, testimoni di una quotidianità per lungo tempo allontanato da sé, grazie ai quali troverà una nuova strada per la felicità.

La recensione de L’arte della felicità (Rita Andreetti)

Alfredo Sergio sono due fratelli cresciuti con un solido legame, nutrito anche dalla comune passione (e talento) per la musica. Una scelta, che pare improvvisa agli occhi di Sergio, porta Alfredo lontano, in Nepal, nel pacifico isolamento di un monastero buddhista. Così la vocazione per la musica di Sergio va svilendo. Raggrinzita dall’assenza del compagno di vita e di ispirazione, va a scemare definitivamente: rassegnato alla possibilità di non poter più suonare, Sergio accetta la licenza del taxi dello zio e trascorre le sue giornate al volante.

Alfredo e Sergio sono anche due amici fraterni le cui certezze del legame vengono messe in discussione dalla morte di Alfredo.

Tanti interrogativi per Sergio

Con un linguaggio destrutturato in flashback continui e persecutori, alternando partenze e addii, Sergio si domanda se veramente ha saputo capire quel fratello così lontano. Oppure se il suo egoismo non lo abbia reso cieco di fronte ai messaggi silenti che questo gli lanciava. Tuttavia, Alfredo e Sergio sono pure due anime perse che hanno incontrato in modi diversi la filosofia buddhista. Il primo abbracciandola apertamente, il secondo traducendola in spicciolo motore di vita quotidiana. L’abitacolo del taxi di Sergio diventa, infatti, un confessionale e un dispensatore di saggezze forse popolari, forse eccelse. Ogni passeggero ha il suo messaggio da lasciare e una corrispondente pillola di sapere da ritirare. Per poi tornare a vivere sotto la pioggia scrosciante, quasi infinita, della Napoli trafficata.

Proprio Napoli è l’ultima protagonista della vicenda. Con le sue strade disegnate, scolpite, dai cumuli di spazzatura, e la cittadinanza chiassosa che si alterna sotto gli ombrelli. Anche il Vesuvio ha un suo ruolo definito. Sembra una specie di dio supremo, una calamità incontrollabile che vorrebbe ripulire la città con i sistemi più drastici, scavalcando le trame fitte dei potenti che controllano dall’alto.

Una storia all’italiana

L’arte della felicità è finalmente una storia all’italiana di un taxi driver, stratificato e misterioso così come la struttura narrativa stessa. Ma soprattutto è un film di animazione italiano dal tratto graffiato, piovoso e scrosciante. Si avvale di una scrittura molto profonda e, non si spreca qui il termine, filosofica; è un racconto avvincente sui percorsi di auto scoperta e coscienza, sulle relazioni fraterne e sui sensi di colpa che rendono questa animazione un compendio di virtù umane idealizzate. Dal punto di vista produttivo, poi, è uno di quei miracoli all’italiana inspiegabili, un’essenza dell’artigianato che qui sta tra l’arte e la tecnologia, con la lista troupe più corta della storia, sulla quale ovviamente troneggia il contributo manuale e intellettivo di Alessandro Rak: un esordio olistico tutto napoletano.

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  • Anno: 2013
  • Durata: 82'
  • Distribuzione: Luce Cinecittà
  • Genere: Animazione
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Alessandro Rak