Stasera in tv su Rai Storia alle 21,10 Divorzio all’italiana di Pietro Germi, con Marcello Mastroianni e Stefania Sandrelli

Divorzio all'italiana (1961) forma con Sedotta e abbandonata (1963) il dittico siciliano di Pietro Germi. Straordinario nella rappresentazione iperbolicamente caricata della società siciliana, il film ebbe un successo tale che mutuandone il titolo venne coniata l'espressione "Commedia all'italiana". Premio Oscar per la miglior sceneggiatura originale

  • Anno: 1961
  • Durata: 120'
  • Genere: Commedia
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Pietro Germi

Stasera in tv su Rai Storia alle 21,10 Divorzio all’italiana, un film del 1961 diretto da Pietro Germi, con Marcello Mastroianni, Stefania Sandrelli, Daniela Rocca, Leopoldo Trieste, Lando Buzzanca. Presentato in concorso al Festival di Cannes 1962 vinse il premio come miglior commedia, e ottenne anche tre candidature all’Oscar vincendo la statuetta per la miglior sceneggiatura originale. La sceneggiatura del film fu scritta da Ennio De Concini, Pietro Germi, Alfredo Giannetti e Agenore Incrocci, quest’ultimo non indicato nei titoli di testa. Il successo fu tale che fu proprio parafrasando il titolo di questo film che venne coniato il termine commedia all’italiana, che caratterizzò gran parte della produzione cinematografica italiana degli anni sessanta e settanta. Il film è stato inserito nella lista dei 100 film italiani da salvare. Nel 1962 il National Board of Review of Motion Pictures l’ha inserito nella lista dei migliori film stranieri dell’anno.

Sinossi
Un barone siciliano, Ferdinando Cefalù, si innamora di Angela, una cugina sedicenne da cui peraltro è ricambiato. L’unico ostacolo è rappresentato dalla moglie di Ferdinando, Rosalia, una donna brutta e petulante. L’arrivo del pittore Carmelo Patané, vecchio amante della moglie, sembra poter mettere a posto le cose.

Capolavoro della commedia all’italiana del 1961, forma con Sedotta e abbandonata (1963) il dittico siciliano, cui si aggiunge il successivo Signore e signori (1965) in un trittico dedicato alla borghesia. Straordinario nella rappresentazione espressionisticamente caricata della società siciliana, ancorata pigramente, ma senza convinzione, ai suoi miti e riti, Divorzio all’italiana è un film dissacrante, brillante, e anche formalmente interessante, per le trovate originali del regista. Fotografato splendidamente in bianco e nero, questo film infatti è costruito su una geniale alternanza di scene della vita reale e della vita possibile, col barone Ferdinando Cefalù (un grande Marcello Mastroianni) impegnato in fantasticherie apparentemente folli. Non più folli però della realtà, come dimostreranno i fatti. L’arguta satira qui decolla grazie al supporto di un obsoleto articolo del codice penale, relativo al “delitto d’onore”; ci si muove in quel solo apparentemente angusto spazio tra il lecito e il proibito, nel non codificato; uno spazio in cui le irrigidite “forme” della vita sociale lasciano spazio alla proteiforme “vita”, all’ingegno, al sotterfugio, a tutto ciò che si cela dietro le maschere. E non disturbi qui la terminologia critica pirandelliana (se non per la sua convenzionalità), perché realmente ci troviamo nei territori, metaforici e referenziali, dell’autore de Il giuoco delle parti. Si irridono i ruoli sociali irrigiditi al punto tale da diventare grotteschi, proprio come nei romanzi e nei drammi pirandelliani, anche se in questa forma di umorismo Germi raggiungerà il massimo dell’assurdità e della perfezione con Sedotta e abbandonata. La comicità qui è interpretabile nel famoso senso bergsoniano: fa ridere ciò che non è flessibile, che non è adattabile, che conserva ostinatamente le sue caratteristiche, anche quelle che cozzano violentemente con le circostanze, con la logica, con la natura, con la società. Il macchinoso piano del barone per eliminare la moglie Rosalia (Daniela Rocca), e poter poi sposare la conturbante Angela (Stefania Sandrelli), è assurdo e quindi comico, ma è la società in cui il barone vive ad essere derisa, perché è proprio essa ad obbligare all’innaturale, all’irrigidimento, alla fissazione stereotipa delle “parti”. Ed è qui il colpo di genio del barone: per distruggere i vincoli che lo opprimono sceglie di esasperarli, per sfruttarli a suo vantaggio. Una grande “lezione” di furbizia, di capacità di adattamento all’interno della microsocietà in cui vive, benché per noi, spettatori e abitanti della macrosocietà, il suo comportamento resti risibile per le motivazioni succitate. Il barone, eroe di una forma di anti-intelligenza (o antieroe dell’intelligenza), può trionfare grazie alla sua disponibilità al gioco dell’immaginazione, seppur con regole che non ha deciso lui, ma che non si sognerebbe affatto di cambiare. Perché, in fondo, come tutti i siciliani di Germi, è un conservatore e ci è troppo abituato.

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Utlima modifica: 1 Giugno, 2019



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