Red Joan: Judi Dench in una storia d’amore e di spionaggio, che è anche dramma psicologico e conflitto morale

Su due linee temporali distanti si snoda una storia di spionaggio e il dramma di una donna, con il suo conflitto etico, morale e psicologico. Non poteva esserci attrice migliore della grandissima Judi Dench per immedesimarsi nel ruolo di una pacifica, anziana pensionata che nasconde, da quarant'anni e più, segreti inimmaginabili

  • Anno: 2019
  • Durata: 101'
  • Distribuzione: Vision Distribution
  • Genere: Biografico, Drammatico
  • Nazionalita: USA
  • Regia: Trevor Nunn
  • Data di uscita: 09-May-2019

Non poteva esserci attrice migliore della grandissima Judi Dench per immedesimarsi nel ruolo di una pacifica, anziana pensionata che nasconde, da quarant’anni e più, segreti inimmaginabili. Nel film di Trevor Nunn, Red Joan, è Joan Stanley (che rappresenta una persona realmente esistita, Melita Norwood), arrestata mentre sta curando serenamente il suo giardino e accusata di alto tradimento della Corona inglese. Avrebbe passato all’Unione Sovietica informazioni riservatissime custodite nel laboratorio in cui lavorava, in un gruppo di scienziati che studiava lo sviluppo potenziale della bomba atomica, il Tube Alloys Project. Durante gli interrogatori del presente, quasi insostenibili per lei, perché anziana o perché i ricordi sono troppo struggenti, si torna molto indietro nel tempo e vediamo la giovane Joan (Sophie Cookson), studentessa di Cambridge negli anni Trenta. È una ragazza seria, carina, sobria. Veste sempre con colori pallidi, al contrario della sua nuova amica russa Sonya (Tereza Srbova), sofisticata e sexy. È lei, Sonya a inserirla in un mondo del tutto nuovo, quello della lotta politica per il comunismo. Ma è soprattutto Leo (Tom Hughes), suo cugino, di cui Joan s’innamora perdutamente che la conquista anche alla causa della rivoluzione.

Su due linee temporali così distanti, il presente (ambientato nel Duemila) e il passato (dal 1938 al 1947), si snoda la storia di spionaggio e il dramma di una donna, con il suo conflitto etico, morale e psicologico. Joan non è la Elizabeth che abbiamo visto nella serie The Americans, agente segreta del KGB negli anni Ottanta, talmente convinta della causa sovietica da non mostrare mai tentennamenti o sensi di colpa per le azioni necessarie a ubbidire sempre e comunque. Joan è una normalissima ragazza inglese che ha studiato fisica e che si troverà in una posizione già difficile per essere l’unica donna accettata in un team di lavoro tradizionalmente maschile. Quando va in Canada con il suo gruppo di ricerca, le si propone di ammirare l’ultimo prodigio della tecnologia (la lavatrice) e quando viene presentata ad altri scienziati le chiedono di preparare il tè, Sonya le dice che rischiano meno perché sono viste come ombre e, d’altra parte, è incredibile, ma fino al 1951 il loro titolo di studio era inferiore a quello dei colleghi maschi, nonostante superassero gli stessi esami. Red Joan è poi anche una storia d’amore appassionato per un uomo affascinante e sfuggente, sincero e ambiguo nello stesso tempo, irresistibile nella coerenza al suo ideale di libertà, nell’incoerenza della sua realizzazione.

Leo fa di tutto per convincerla a passargli le informazioni per il futuro del Comunismo, ma non per questo Joan tradisce. Solo dopo Hiroshima e Nagasaki, si rende conto dell’orrore, e intuisce quello che di fatto avverrà: se tutti i paesi che contano saranno in possesso del nucleare, si potrà vivere in pace. Quindi, il cedimento di Joan avverrà non per ragioni sentimentali, né politiche, ma per una logica tutta razionale, una scelta di moralità e di necessità universale. E Sonya, che si nasconde dietro un’apparente frivolezza, compare e scompare, come fa Leo, tiene le fila dei giochi spiegandole tutti i rituali della segretezza. Non sappiamo come Joan abbia vissuto i decenni tra ora ed allora, ma sicuramente lo svelamento improvviso di un passato così insospettabile agli occhi degli altri le apre una valanga di memorie che scorrono per lei e per noi, mentre la polizia la interroga e lei nega. Esponendola anche al giudizio del figlio, Nick (Ben Miles), incredulo, avvocato che rischia la carriera se decide di starle vicino come lei gli ha chiesto di fare. Ma proprio qui, nella relazione con il figlio, negli interrogatori dell’oggi, i tempi ci sembrano troppo brevi; vero è, come abbiamo detto, che Judi Dench è bravissima e lo è in particolar modo nel rappresentare la lotta tra le emozioni che emergono, la volontà di trattenerle e la resa finale; ma la necessità di raccontare la storia della giovane Joan sembra sottrarre minuti a quella anziana e non dare al pubblico la possibilità di soffermarsi, di stare con la propria apprensione, che si avverte ma non si fa stato d’animo.

Trevor Nunn è soprattutto un regista teatrale, con una carriera invidiabile, e da lui ci si aspetta una conoscenza altrettanto invidiabile dei ritmi della messa in scena. Il film dura cento minuti e avrebbe potuto anche sfiorare o raggiungere le due ore. Non avrebbero disturbato per una storia così densa di una donna che tocca i destini dell’umanità tutta. Anche la fine delle due vicende, presente e passata, sembra oltre modo frettolosa; la tensione degli anni vissuti dalla giovane Joan non si scioglie in modo credibile, mentre la confessione della Joan anziana, forse, riprende quella del romanzo da cui è tratto il film (La ragazza del KGB di Jennie Rooney), ma mancano i passaggi psicologici a giustificarla. O eventi che possano spiegarne l’accelerazione. Molto credibile, invece, la maturazione della protagonista dagli anni Trenta ai Quaranta, i suoi cambiamenti dalla ragazza ingenua che era alla donna consapevole che è diventata, grazie a una resa, estetica e recitativa, convincente.

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Utlima modifica: 7 maggio, 2019



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