69 Festival di Berlino: in Grace à Dieu Francois Ozon affronta la scottante questione della pedofilia all’interno della Chiesa

Fedele a se stesso e al proprio cinema, Francois Ozon si rende artefice dell’ennesima mutazione presentandosi alla Berlinale con un lavoro per certi versi spiazzante anche per chi, da sempre, è affezionato spettatore del regista francese. Grace à Dieù si candida fin da adesso tra i favoriti per la vittoria dell’Orso d’Oro come miglior film

  • Anno: 2019
  • Durata: 137'
  • Distribuzione: Academy Two
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Francia
  • Regia: Francois Ozon

Fedele a se stesso e al proprio cinema, Francois Ozon si rende artefice dell’ennesima mutazione presentandosi alla Berlinale con un lavoro per certi versi spiazzante anche per chi, da sempre, è affezionato spettatore del regista francese. La novità principale di Grace à Dieu è rappresentata dal dispositivo utilizzato da Ozon, il quale pur non rinunciando alle provocazioni a cui ci ha abituato questa volta decide di trasferirle dalla scabrosità dei contenuti alla modalità della messinscena. Consapevole dell’emotività, ma anche della facile presa insita nella storia (vera) che ispira il film, e cioè dello scandalo occorso a Lione nel 2016 a seguito della denuncia di un sacerdote francese accusato di aver abusato di oltre settanta ragazzini, Ozon sceglie di raccontarne le vicende attraverso il vasto repertorio documentale messo in piedi dalle vittime per costringere le istituzione statali ed ecclesiastiche a occuparsi del caso dopo diversi tentativi di insabbiare le indagini da parte delle gerarchie religiose. Rispetto alla realtà dei fatti e alla loro cronaca Ozon compie la stessa operazione effettuata da Mike Leigh con Peterloo, costruendo un film a doppio fondo, in cui a una prima parte. in cui le immagini svolgono un compito essenzialmente documentario, per il fatto di riportare con precisione burocratica i contatti, le comunicazioni e le procedure legali intercorse tra le parti in causa, ne segue una seconda nella quale la narrazione, liberata dall’esigenza testimoniale, si riappropria della consueta narrazione.

Prosciugato della sua estetica finzionale dalla volontà di restituire uno sguardo il più possibile oggettivo rispetto alla drammaticità dell’argomento, Grace à Dieu tiene a bada enfasi e retorica, puntando soprattutto a smascherare il gioco della parti, instauratosi non tanto tra le vittime e il carnefice (superato dal fatto che fin dall’inizio il colpevole ammette le sue nefandezze, addebitandole, peraltro a una vera e propria malattia) ma teso a evidenziare l’ipocrisia e le contraddizioni delle convezioni sociali e del perbenismo disposto a tutto pur di salvaguardare il sistema e il suo status quo, rappresentato nello specifico dalle istituzione ecclesiastiche, sostenute in primis di dai genitori dei bambini, chiamati in causa in prima persona per non aver risposto al grido d’aiuto dei propri figli.

L’effetto è spiazzante soprattutto per chi, conoscitore dei lavori del regista francese, lo ritrova sul grande schermo in una forma inedita ma non per questo meno efficace. Un cambiamento, questo, che ha conseguenze soprattutto sul piano della resa interpretativa, per la prima volta in un film di Ozon, subordinata alla storia e perciò non in grado di fornire agli attori l’occasione per rimanere nella memoria dello spettatore con ruoli totalizzanti. Ciò detto Grace à Dieù si candida fin da adesso tra i favoriti per la vittoria dell’Orso d’Oro come miglior film.

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Utlima modifica: 10 febbraio, 2019



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