MedFilm Festival: Red Cow di Tsivia Barkai Yacov

Il film dell'israeliana Tsivia Barkai Yacov, presentato al MedFilm festival 2018, approccia ambienti e temi legati alla ultraortodossia religiosa da angolazioni insolite.

  • Anno: 2018
  • Durata: 90'
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Israele
  • Regia: Tsivia Barkai Yacov

Il contesto in cui si muove la protagonista di Red Cow, Benny, ricorda in parte l’ambiente ultraortodosso di Gerusalemme già esplorato da Amos Gitai in Kadosh (1999). Fanatismo religioso. Mortificazione del corpo. Subordinazione della donna all’uomo. Svariate forme di chiusura mentale, all’interno di un assetto sociale tendenzialmente claustrofobico.

Ma anche se certe coordinate di fondo appaiono simili, la cineasta israeliana Tsivia Barkai Yacov introduce comunque angolazioni nuove. Sfumature. Fughe prospettiche. Elementi, insomma, che riconducono la condizione esistenziale dell’adolescente protagonista tanto a un clima di costrizione che a un insopprimibile desiderio di riaffermare il proprio punto di vista, le proprie scelte. A partire dall’eros, così fortemente osteggiato da una figura paterna la cui vocazione autoritaria è comunque minata da troppi nodi irrisolti.

Presentato al MedFilm Festival 2018 nell’ambito di Rather be Horizontal: Women in Film, sezione che abbiamo avuto modo di elogiare più volte, Red Cow (Para aduma, in ebraico) è un lungometraggio dall’andamento narrativo solo in apparenza lineare, ricco invece di sottili notazioni caratteriali, sottotesti politici, e altri indizi di una stratificazione profonda. Niente male, se si considera che per Tsivia Barkai Yacov, già allieva di Berlinale Talents, si è trattato anche dell’esordio al lungometraggio.

La storia è ambientata nei giorni che precedono l’omicidio di Rabin, momento spartiacque della storia israeliana, laddove tale figura viene anche evocata in alcuni frangenti, tramite richiami lapidari ma assai pregnanti al suo ruolo politico. Detto questo, l’approccio stilistico asciutto e velatamente allusivo di Red Cow non sfocia mai nel cronachistico, accarezza semmai un determinato humus culturale per accendere poi i riflettori sulle pulsioni primarie della protagonista, sulla sua diversità sessuale e sul suo essere causa di un aspro confronto con il padre. Tuttavia tale contrasto non è mai espresso in modo grossolano, roboante o scontato. Nel delineare il personaggio di Benny, nome da uomo e spirito estremamente libero, si cercano al contrario quelle sottili increspature dell’animo umano, che sembrano dialogare in modo nervoso con le location stesse (vedi i bagni notturni di padre e figlia in gelide acque sorgive), assicurando un certo quoziente di intimità all’intenso racconto cinematografico significativamente collocato in una asfittica, grigia enclave ebrea fondamentalista nel cuore di Silwan, quartiere musulmano di Gerusalemme Est.

Utlima modifica: 16 Dicembre, 2018



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