Terni Pop Film Fest: intervista a Moisè Curia, volto giovane del futuro

In Umbria il lanciatissimo attore ha ricevuto il premio ‘Volto popolare del futuro’. E noi lo abbiamo subito intervistato.

A Terni il giovanissimo e più che promettente Moisè Curia – attore di Braccialetti Rossi, ora nel cast di Uno di famiglia, l’ultima fatica di Alessio Maria Federici, che sarà nelle sale dal 25 ottobre -, ha incontrato il pubblico e ricevuto il premio ‘Volto popolare del futuro’. Ne abbiamo approfittato per intervistarlo sulle tappe salienti di una carriera iniziata non molti anni fa, ma già carica di soddisfazioni.

Dal Terni Pop Film Fest sei stato scelto, Moisé, come volto popolare. A te piace il cinema popolare?

Sì, moltissimo, anche perché il cinema fa parte del popolo, se non facessimo cinema popolare non esisteremmo noi e non esisterebbe il cinema in genere. Un film che non vede nessuno è un film che in qualche modo non esiste.

I tuoi film preferiti, italiani e stranieri, quali sono?

I titoli sono tantissimi. Non essere cattivo, che ho amato particolarmente. Adesso quest’altro lungometraggio in cui secondo me Alessandro Borghi ha offerto una grande interpretazione, Sulla mia pelle, che è un film straordinario ed è giusto che la gente lo vada a vedere. Poi sono davvero innamorato di una pellicola vista tanti anni fa, ed è Il corvo, un po’ perché ha lasciato un segno in un’epoca che non era male, in una società cui in qualche modo si dovrebbe tornare, ed un po’ perché racconta la vita di questo personaggio delineato in maniera magistrale da uno straordinario attore, Brandon Lee, che purtroppo non c’è più. Poi ci sono tutti i film dei grandi autori, a partire da quelli di Fellini. E ad esempio amo molto Gran Torino di Clint Eastwood. Mi piacciono molto i film d’autore a tematica sociale, anche perché secondo me un film deve raccontare la vita, i problemi della società, così da appartenere realmente al popolo.

Per restare in tema, anche i film che tu hai fatto sono stati spesso con autori importanti, i Taviani su tutti. E sarebbe bello se tu ci dicessi qualcosa anche su La buca, per la regia di un maestro come Daniele Ciprì e con al fianco grandi interpreti come Castellitto e Papaleo…

Bellissima questa esperienza, con Sergio Castellitto e con gli altri. Con Sergio poi siamo tornati a lavorare insieme, visto che stiamo girando per RAI Uno una serie TV che si intitola Pezzi unici, regia di Cinzia TH Torrini, la cui uscita è ormai prossima. Straordinaria esperienza, dicevamo, perché quando io ho fatto La buca ero proprio giovanissimo, si trattava di uno dei primi debutti al cinema. Quindi mi ha insegnato molto lavorare con Sergio come anche con Rocco Papaleo e con un maestro come Ciprì, fantastico anche lui e in grado di lasciarmi tanto. Sergio stesso non ha bisogno di parlare, capisci tutto guardandolo: è talmente bravo e completo, che non ha bisogno di ulteriori apprezzamenti. Daniele Ciprì, invece, è un regista con cui mi piacerebbe tantissimo fare qualcos’altro in futuro, essendomi rimasto un ricordo molto bello e positivo di come si lavora con lui.

Lui poi è uno che aiuta molto i giovani, gli piace persino fare la fotografia dei corti per cineasti emergenti o sostenere in altro modo le nuove leve. Giusto?

Sì, è vero, Daniele aiuta moltissimo! Noi eravamo molto coccolati, curati, lui poi ha una visione dei personaggi così ferma, una visione molto inquadrata di ciò che intende raccontare. Sa già cosa racconterà nel film per cui tu non vai mai fuori, ti lasci guidare: Daniele è come un pittore che dipinge sulla sua tela e perciò è stata un’occasione meravigliosa. I Taviani poi sono stati per me un punto di riferimento. Da giovane al Centro Sperimentale guardavo i loro film, noi le loro opere le studiavamo con attenzione, quindi appena ho saputo che i fratelli Taviani mi avevano preso per un loro film, Meraviglioso Boccaccio, sono tipo sbiancato. E mi hanno regalato davvero tanto, poiché venivano da un tipo di cinema che forse oggi non c’è più, uno stile anche di regia e di direzione degli attori che probabilmente è scomparso. C’è un lavoro a tu per tu, con loro, che ci dava un’idea molto precisa dei personaggi.

Quasi letteralmente non c’è più, visto il lutto che ha colpito quest’anno il mondo del cinema. Immagino che anche per te sia stata un’emozione forte apprendere della scomparsa di Vittorio…

Sì, perché Vittorio quando stavamo sul set era quello che in qualche modo ci sembrava più vicino, quasi fosse il nostro nonno, visto che dei due era tra virgolette il fratello buono…

Paolo invece è quello più schivo dei due?

Già, rispetto a Vittorio il più schivo era senz’altro Paolo, mentre Vittorio era quello che quando qualcosa non andava aveva sempre il modo giusto per venirti a parlare, con estremo rispetto, con estrema maestria, di ciò che secondo lui non funzionava. Con te cercava sempre di trovare quella strada che secondo lui avrebbe giovato al film. E ciò era molto, molto bello.

Parlando ora dei tuoi progetti futuri, cosa puoi dirci? Sembra che lavorerai ancora con Castellitto e che sarai protagonista del nuovo film di Gaudino…

Sì, sarò protagonista del nuovo film di Giuseppe Gaudino e Isabella Sandri, che uscirà al cinema nei prossimi mesi. Un film forte, a tematica sociale, interessante al punto che secondo me la gente deve vederlo perché, come dicevo poco fa a proposito di Sulla mia pelle, c’è bisogno di film così; e c’è bisogno quindi di Un confine incerto, visto che la sua tematica necessita oggi di essere smossa. Uscirà poi a breve, il 25 ottobre, un altro film con me, che è Uno di famiglia di Alessio Maria Federici, dove interpreto questo giovane ragazzo che sogna di fare l’attore ma fa parte di una famiglia di ‘ndranghetisti calabresi, tutti presi da questo marasma e pronti a creargli una serie di inconvenienti decisamente comici. Usciranno inoltre queste due serie televisive che ho già girato, ovvero I bastardi di Pizzofalcone e Carlo e Malik con Claudio Amendola.

De I bastardi di Pizzofalcone è la seconda stagione, giusto?

Esatto, dei “Bastardi” è la seconda, io sono una new entry e sono felice perché questo si è rivelato poi un anno molto bello, dove di cose belle ne ho fatte parecchie, e spero andando avanti di farne altrettante.

Che sensazione hai, essendo stato scelto qui come icona popolare, vista anche la partecipazione a Braccialetti rossi e ad altre serie di successo? Come gestisci questo lato della tua carriera?

Questo aspetto, che implica un rapporto stretto col pubblico, mi dà sensazioni bellissime, perché penso che noi non esisteremmo senza un pubblico che ci guarda. Può sembrare una frase fatta, ma è solo realismo. In qualche modo dobbiamo sempre ringraziare chi ci ha guardato e ci ha fatto arrivare dove siamo. In realtà poi la mia vita non è mai cambiata dal prima al dopo, è cambiato forse il modo della gente di inquadrarmi nella loro vita. Si sono forse riconosciuti in quei ruoli che hanno visto attraverso il cinema o attraverso la televisione, trovando in me più che un’icona un personaggio in cui riconoscersi, una direzione in cui andare. E questo mi fa piacere perché in qualche modo è bello sapere che sei così. Ed è anche difficile esserlo, visto che sai anche che non puoi dare un messaggio sbagliato, senti la necessità di dare alle persone un messaggio giusto e di fare un percorso in cui la gente si possa rivedere e in qualche caso cambiare la situazione. Io sono uno di quegli attori che ancora pensano che coi loro film cambierà qualcosa in Italia. E quindi cerco sempre di fare film a tematica sociale, per dare dei messaggi che poi possono essere colti o meno, ma tra vent’anni magari qualcuno potrà dire che almeno ci hai provato, ad offrire il tuo punto di vista su ciò che sta accadendo oggi in Italia, nella speranza che altri se ne accorgano e che la direzione possa cambiare.



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