Splice

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“L’intento è quello di mostrare come si crea un mostro, piuttosto che mostrare l’atto d’ira del mostro”, così in un’intervista il regista canadese Natali, racconta dell’ultimo film e dei motivi che l’hanno spinto a realizzarlo.

Dren è una chimera, una fantasiosa illusione che nasce dagli esperimenti genetici di Clive (Adrien Brody) ed Elsa (Sarah Polley). Nascondendo la creatura (Delphine Chanéac) tra il laboratorio nel quale nasce ed un fienile in cui la tengono lontana da occhi indiscreti, i due scienziati la vedono crescere, senza rendersi conto che accanto alla sua umanità si annida una minaccia mostruosa. Genitori e creatori, i due veri mostri, osano l’impossibile e giocano nel loro laboratorio, imitando Dio.

Oltre tredici anni dopo lo straordinario successo che ha accolto l’uscita di Cube (1997) e la realizzazione di Cypher (2002) e poi di Nothing (2003), il regista Vincenzo Natali torna a sconcertare la critica ed il pubblico con il suo ultimo film, Splice.

Regista e sceneggiatore, Natali ha lavorato al progetto per più di dieci anni, fino ad incontrare il consenso di Guillermo Del Toro che decide senza remore di produrre il film. Invidiabili e promettenti premesse diventano sia la pubblicità, già partita nel 2007 in rete intorno all’ultimo lavoro del talentuoso regista canadese, sia la fotografia del giapponese Tetsuo Nagata, già suo collaboratore nell’episodio di Paris, Je t’aime (2006), oltre ad un scrupoloso lavoro intorno agli effetti speciali decisi per la realizzazione della creatura. Scegliendo effetti puramente meccanici, senza ricorrere troppo alla computer graphic, Dren, infatti, appare come un’umana, meravigliosa creatura che mantiene l’equilibrio complesso tra la sinuosità di un corpo femminile accanto agli artigli e alle ali di una figura mitologica, come una chimera che racchiude in sé parti di drago e di uccello.

“Credo che una leggera modifica al viso di qualcuno, come quella che abbiamo fatto con Delphine, sia più sconvolgente di qualsiasi cambiamento importante”, racconta Natali, illustrando i suoi disegni.

Un film, questo, definito a metà: né horror né fantasy, né sconcertante né inquietante, né sensazionale né mostruoso. Come quadri luminescenti, le immagini di Dren, vengono ritratte da una fotografia che si fa cupa, oscura ed allo stesso tempo profondamente luminosa. Come un vero e proprio ibrido, il film ricalca le sorti della creatura che matura, diventando metà animale e metà essere umano.

In pochi minuti Dren cresce, come se passassero anni, e dall’immagine del feto neonatale, di kubrickiana memoria, si fa bambina, mentre gioca con una bambola, immagine nella quale non può riconoscersi. Diventerà metà donna, metà animale, sinuosa ed elegante ed allo stesso tempo vendicativa ed arrabbiata, sfuggendo così al controllo di chi l’ha creata.

Ricalcando le ombre di Frankenstein, il film non racconta tanto il dramma di un mostro che riconoscendosi tale cerca di sfuggire al proprio tormento e a chi lo insegue, ma sembra più mettere in scena un esperimento finito male, sfuggito di mano a chi credeva di mantenere il tutto sotto controllo. Del tutto prevedibile, la morale non è la brutale rabbia della seducente freak Dren, ma la mostruosità dei due creatori che emerge inconfondibile.

Pur richiamando alcune scene dell’Alien di Ridley Scott, qui l’ibrido Dren però è sempre in scena, continuamente a metà tra uno still life ed una creatura alata.

Martina Bonichi

Utlima modifica: 26 Febbraio, 2015



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