Stasera in tv su Rai 4 alle 23,30 Gattaca – La porta dell’universo di Andrew Niccol, con Ethan Hawke, Uma Thurman e Jude Law

Andrew Niccol mette in scena in “un futuro non troppo lontano” la fallacità di una società eugenetica, dove gli uomini e le donne sono divisi in 'validi' e 'non validi'. Il mondo di Gattaca è piatto, controllato, pulito. Siamo all’apoteosi del mito della purezza che ha visto i suoi orrori nella Germania nazista

  • Anno: 1997
  • Durata: 108'
  • Genere: Fantascienza
  • Nazionalita: USA
  • Regia: Andrew Niccol

Stasera su Rai 4 alle 23,30 Gattaca – La porta dell’universo, un film del 1997 di Andrew Niccol, interpretato da Ethan Hawke, Uma Thurman e Jude Law. È una pellicola di fantascienza, accostata al filone del biopunk: legata ad aspetti sociologici e psicologici, è ambientata in un futuro prossimo in cui sono emerse nuove lotte di classe tra chi è nato programmato geneticamente e chi è venuto al mondo con un patrimonio genetico naturale. Il termine Gattaca è stato inventato combinando le lettere iniziali delle quattro basi azotate che compongono il DNA, l’adenina, la citosina, la timina e la guanina. Tali lettere sono anche richiamate nei titoli di coda: tutte le A, le C, le T e le G nel testo di coda sono selettivamente scritte in azzurro anziché in bianco come le altre; durante i titoli iniziali, il cast degli attori viene presentato in modo che compaia prima una lettera presente nella parola “gattaca” e poi il resto del nome.

Sinossi
In un vicino futuro, Vincent è deciso a ribellarsi al proprio destino genetico che lo condanna a una vita squallida e priva di sogni. Fin da bambino ha scoperto di essere diverso, dal giorno in cui è venuto a conoscenza del fatto che il mondo in cui vive è dominato da esseri concepiti in provetta. Di questa specie fa parte anche il fratello Anton che possiede i geni del successo e una salute di ferro. Tutto il contrario di Vincent che è l’esempio tipico della inferiorità genetica.

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Le fratture della società eugenetica

Andrew Niccol in Gattaca mette in scena in “un futuro non troppo lontano” – come da sovraimpressione alla fine dei titoli di testa –  la fallacità di una società eugenetica, dove gli uomini e le donne sono divisi in due classi distinte: i validi, frutto di ingegneria  genetica, e i non validi, tutti gli altri nati secondo il metodo “naturale”.

In una forma quasi mimetica, Niccol narra la lotta di Vincent, un non valido, per affermarsi in un mondo in cui la discriminazione è elevata a sistema non per diversità di razza o per diseguaglianza sociale ma per nascita, per il tuo “curriculum genetico”.

La società di Gattaca è evoluta: si sono sconfitte le malattie; l’ambiente è salvaguardato; le auto sono elettriche e vediamo distese di impianti fotovoltaici per un’energia pulita; l’igiene dei luoghi è continua; non c’è violenza (almeno in apparenza). Ma “l’intrusione tecnoscientifica riporta sul corpo i conflitti e le contraddizioni che si agitano nel nostro essere sociali, tanto nel bene, quanto nel male. E se da un lato si rendono disponibili procedure di intervento che innalzano il livello delle politiche del benessere, dall’altra inevitabilmente si amplificano le potenzialità di controllo dell’uomo sull’uomo”(1). E, quindi, la classe dei validicontrolla e sottomette quella dei non validi in un controllo dell’élite sulla massa esplicitato attraverso il controllo genetico.

Il controllo eugenetico come dominio e discriminazione di classe: rappresentazione diegetica dell’omologazione di massa

La parte importante del film, dal punto di vista diegetico, è il lungo flashback che ha inizio dopo la prima sequenza – in cui assistiamo alla presentazione del personaggio di Jerome Morrow, navigatore di prima classe, una settimana prima del suo lancio verso Titano – e che finisce con l’omicidio del direttore della missione. Da qui, Jerome Morrow, in voce off – dopo una dissolvenza incrociata che ha carattere non solo temporale ma soprattutto drammaturgico, come una tenda che si scosta –, inizia il racconto della sua storia personale, dalla nascita  fino all’arrivo a Gattaca. Vediamo e ascoltiamo il racconto della società classista di Gattaca. In questa lunga sequenza la funzione narrativa della sceneggiatura diventa dominante attraverso una rappresentazione della fabula con elissi spaziali e temporali, un montaggio netto e con brevi sottosequenze composte di singole o da poche inquadrature o brevi piani sequenza, che danno la sensazione allo spettatore di sfogliare l’album dei ricordi di un sopravvissuto a una catastrofe. Scopriamo che Jerome è in realtà Vincent Freeman nato con parto naturale voluto dai genitori e non “affidandosi al genetista del luogo”. Vincent fin dalla nascita è schedato geneticamente: ha probabilità di ammalarsi di varie malattie, ma soprattutto ha il “99% di cardiopatie, soggetto a morte prematura” con un’aspettativa di vita di trent’anni. E, in modo dicotomico, i genitori “costruiscono” un fratello, Anthony, affidandosi questa volta alla genetica, che diventerà la sua nemesi, il suo sosia, colui che è geneticamente evoluto, tutto ciò che Vincent non è. Lui però, a dispetto dei suoi genitori, sogna di viaggiare nello spazio, diventare un navigatore di prima classe, ma lo stesso padre – fiero del figlio Anton geneticamente perfetto – rinfaccia a Vincent che “tu entrerai in un’astronave al massimo come uomo delle pulizie”. Ed è quello che sarà costretto a fare Vincent dopo colloqui che si riducono all’esame del sangue o delle urine, perché il vero curriculum di ognuno di noi è iscritto nelle cellule.

Il mondo di Gattaca è un mondo piatto, controllato, pulito. Siamo all’apoteosi del mito della purezza eugenetica che ha visto i suoi orrori nella Germania nazista(2), nell’idea dell’igiene, della pulizia del mondo e della razza  e Vincent vive in un mondo dove “l’idea di purezza è (…) un’aberrazione della mente che porta inevitabilmente al rifiuto di ogni possibilità dialettica e al tentativo di sostituire la realtà esterna con proiezioni e antropomorfismi”(3). In Gattaca si sono omologate le persone, tutte livellate a un “quoziente genetico” predefinito dove ormai si è sostituito “l’enorme patrimonio di biodiversità e di pluralità culturale con un povero ripetersi di strutture replicative, banalmente standardizzate”(4) e dove ormai la “sottoclasse” dei non validi è asservita alla classe dominante dei validi.

Nella società rappresentata da Niccol non ci sono comunità, non c’è multiculturalismo, non c’è diversità se non appunto quella genetica che diventa il campo dello scontro di classe tra i validi e i non validi. Certo, il regista neozelandese fa un discorso più metafisico che politico, visto che mette in scena lo scontro sociale per personaggi-icone e per metonimie. Infatti, “l’incompletezza biologica porta a sua volta ad alcune conseguenze molto importanti da un punto di vista filosofico: a) che non si possa denotare, comprendere, spiegare la complessità dell’antroposfera, ossia l’articolato flusso di espressioni umane, partendo da una indagine biologica dell’uomo; b) che la biologia descrittiva della specie Homo sapiens non sia prescrittiva sul comportamento dell’uomo, ossia che l’essere umano, non essendo completamente determinato dalla sua natura biologica, sia in realtà libero nella ricerca della giusta condotta”(5).

Partendo da questo assunto, Vincent decide di operare una “giusta condotta” che lo porta a eliminare le tracce della sua vecchia vita, a eclissarsi dalla famiglia e dal fratello per studiare, ma soprattutto per diventare un “pirata genetico”, cioè un non valido che utilizza l’identità di un valido. Vincent quindi si trasforma in Jerome Morrow – che vive su una sedia a rotelle dopo un incidente – e diventa a sua volta il suo sosia (come il fratello  Anthony è il sosia di Vincent) – attraverso operazioni estetiche e utilizzando letteralmente il sangue, le urine, le cellule epiteliali, unghie, capelli e gli scarti prodotti dal corpo del vero Jerome per aiutare Vincent a vivere nel mondo di Gattaca. In questo modo Vincent non ha più nessun problema a scalare la società eugenetica di Gattaca con “il curriculum genetico” di Jerome perché “sopra tutto campeggia il difforme, il vagabondo genetico, lo strutturarsi di livelli gerarchici autorganizzati”(6). Il vagabondo genetico Vincent ha indossato il corpo di Jerome, diventando il suo sosia genetico.

In questa operazione, Vincent in qualche modo riesce a emergere perché la sua incompletezza diventa una forza mutante in una società in cui il “catalogo denotativo (descrittivo, interpretativo ed esplicativo) delle qualità biologiche dell’uomo per individuare le linee su cui informare la condotta umana” non è sufficiente. “Il paradigma dell’incompletezza ab origine, o prerequisitiva, benché non veritiero, è infatti molto più appropriato a spiegare l’antroposfera rispetto al determinismo biologico” (7).

La discriminazione classista in Gattaca è esplicitata in tutta la seconda parte del film, quando la diegesi ritorna al tempo presente dell’azione filmica. L’indagine della polizia per l’omicidio – fatto di per sé estraneo poiché gli istinti violenti sono eliminati dal patrimonio genetico dei validi – si rivolge tutto verso i non validi, dopo aver analizzato una serie di elementi raccolti all’interno dell’edificio e trovato un ciglio di Vincent. Ovviamente la polizia non fa altro che controllare le persone dal punto di vista genetico, perché la loro identità non è più quella di individui, ma quella che rimane iscritta nel proprio patrimonio genetico. Assistiamo, quindi, a continui controlli del sangue, delle urine, di tamponi, di lampade per vedere se porti lenti a contatto oppure se hai subito interventi chirurgici correttivi agli occhi. C’è un’ossessione del controllo del corpo che diventa discriminazione di classe. O sei dentro o sei fuori.

Una sequenza, molto breve, diventa rilevante nella rappresentazione di un mondo in cui la violenza è presente ma sottotraccia, nascosta. Dopo l’ennesimo fallimento della polizia genetica per rintracciare il pirata (vagabondo) genetico Vincent, riuscito a penetrare in Gattaca, assistiamo all’esito di una retata di non validi.

I due investigatori sono inquadrati in primo piano mentre discutono delle indagini e dietro una rete, in un cortile, allineati a un muro, una fila di uomini che sono controllati dalla polizia. Ogni tanto uno di questi cerca di sfuggire e il poliziotto di turno lo riprende e lo sbatte al muro.

Scena indicativa della violenza discriminatoria subita dai “diversi”, che è girata da Niccol come se fosse un campo di concentramento, e la sensazione che lo spettatore ha è quella di assistere di lì a poco a una fucilazione di massa(8). Quella retata, la rete, il cortile, quell’angolo di città diventano immagini metonimiche dei ghetti, dove sono richiusi i non validi, cioè la massa lavoratrice, manovale, asservita ai validi, classe dominante tecnoscientista. Sineddoche filmica di una società in cui l’alterità non è più concepibile. Una società però destinata a fallire perché “pensare di poter comprimere i fenomeni evolutivi in un algoritmo, ossia istruirli in un programma, è concepibile solo come contingenza storica culturale”(9).

Tutta la rappresentazione della società di Gattaca si basa sul controllo dell’alterità a favore dell’omologazione di massa. I personaggi costruiti da Andrew Niccol sono tutti delle maschere di una tragedia greca, di un teatro No giapponese, dove ognuno si muove secondo percorsi che sono già iscritti nel proprio codice genetico. E Niccol compie un’operazione di fusione della struttura filmica con la struttura mimetica messa in atto dai personaggi e dai loro rapporti intersoggettivi.

Confronti dei rapporti di forza tra i personaggi-icone: l’affermazione dell’alterità del sosia genetico

Ma Gattaca è anche una rappresentazione dei rapporti di forza tra un non valido, uno della sottoclasse, e quelli della classe dominante. In questi scontri tutti escono in qualche modo sconfitti, mutati, cambiati dall’incontro con il non valido Vincent.

Il primo è il fratello Anthony, che scopriamo essere il poliziotto che indaga su suo fratello.

In due sequenze simili, una sorta di analessi cinemica, metafora della forza del vagabondo genetico, lo spettatore è partecipe allo scontro tra i due fratelli. Alla fine del flashback, Vincent e Anthony si sfidano a nuotare nel mare aperto finché uno dei due, rinunciando, non torni indietro. Fino a quel momento il validoAnthony ha sempre vinto, mentre in quella sequenza Vincent – il non valido, il destinato alla sottomissione – riesce a superare per la prima volta il fratello e quando quest’ultimo è in difficoltà e rischia di affogare gli salva la vita. Da quel preciso momento Vincent prende coscienza delle sue potenzialità. Vincent trasforma le sue imperfezioni in strumenti di lotta cognitiva per l’affermazione della propria individualità nei confronti della società genetica di cui il fratello Anthony è parte integrante. Vincent comprende che “l’imperfezione non è un dato di fatto, ma un farsi, ossia un flusso ibridativo con la realtà esterna, uno spostamento di pressione selettiva, un’esternalizzazione di funzioni o, ancora, un’iscrizione di funzioni ibride nel corredo della nostra specie”(10).

La seconda sequenza è verso la fine del film, quando Anthony scopre che il fratello è il pirata (vagabondo) genetico che stanno cercando a Gattaca. Lui sa che Vincent non è l’assassino che stanno cercando, ma comunque invita il fratello a lasciare un “posto che non gli spetta”. Il sosia genetico(11), un doppio da cui allontanarsi per affermarsi. E anche qui c’è una sfida tra i fratelli in mare, questa volta filmata in notturna e con il mare mosso. E anche questa volta Vincent vince la sfida. L’incredulo Anthony – che non vedeperché la sua pulsione scopica è diretta esclusivamente verso se stesso e quelli che considera suoi simili – chiede al fratello non valido come abbia fatto e Vincent gli risponde che “tutto è possibile, tutto è possibile, non risparmiando mai le forze per tornare indietro”. Anche qui Anthony sta affogando e Vincent torna indietro e lo salva, perché lui sa che senza il suo doppio non potrebbe esistere nemmeno lui, perché la sua affermazione diventa azione metonimica della rivincita di tutti i non validi.

Anche con la collega Irene e con il direttore Josef, Vincent ne esce vincente.

Con la prima riesce a instaurare un rapporto di amore che si sviluppa lungo la diegesi filmica fino alla scoperta e all’accettazione di Vincent come un non valido che può accedere di diritto a Gattaca e dove l’incrocio del codice filmico avviene su un oggetto mimetico come il cuore malato di entrambi (un im-segno che non c’è, invisibile, ma solo citato e solo udito – come ad esempio durante l’allenamento di Vincent sulla pedana in preparazione del viaggio su Titano). Per Irene il cuore malato è un freno, perché geneticamente non è riuscito bene, mentre per Vincent diventa una frontiera da abbattere, un confine da superare.

Anche il direttore Josef non ha alcun gene di violenza nel suo patrimonio, però sarà lui a uccidere il direttore di missione, un appartenente alla sua stessa classe, spinto solo dall’ambizione intellettuale di vedere realizzato il viaggio su Titano.

Vincent invece, il non valido, colui che controlla e canalizza la sua violenza verso uno scopo di libertà elimina metaforicamente tutti i validi che stanno intorno a lui. L’affermazione di Vincent e la sconfitta del controllo della società eugenetica sono chiare poiché “ogni organismo vivente, anche a parità di programma genetico, è unico, come uniche sono le storie evolutive”(12) e non è possibile determinare aprioristicamente il destino di nessuno.

Come con il fratello, Il rapporto di doppio e di confronto avviene anche con Jerome Eugene Morrow di cui Vincent assume l’identità.

Vincent ne diventa il sosia, il sostituto, ne assume le sembianze e il ruolo. In realtà anche Eugene è un valido sconfitto: pur essendo destinato geneticamente a primeggiare, mostra a Vincent la medaglia vinta in una gara di nuoto, una medaglia d’argento, un secondo posto inadatto a un individuo così perfetto. Per questa ragione Eugene tenta il suicidio gettandosi contro una macchina, riuscendo solo a rendersi storpio. Tutto il rapporto e le varie informazioni che lo spettatore riceve del rapporto tra Eugene e Vincent hanno una predominanza mimetica rispetto alla fabula del film, ma l’elemento filmico dello stato di Eugene è rappresentato dalla sua sedia a rotelle, im-segno dell’in-validità morale ed etica dell’individuo geneticamente programmato. Eugene dice a Vincent che “qui non importa dove sei nato ma come sei nato, il sangue non ha nazionalità. Se troveranno in esso quello che cercano non hai bisogno di nessun altro passaporto” diradando i timori di Vincent prima di entrare a Gattaca. In questo scambio morale ed etico, Eugene riceve da Vincent la sua voglia di sognare e di cambiare il proprio destino preconfezionato.

E arriviamo alla penultima sequenza, prima dell’entrata nell’astronave per il viaggio nello spazio, dove Vincent affronta l’ultimo esame imprevisto delle urine da parte del dottor Lamar.  Il medico è introdotto nella prima sequenza – ennesima analessi cinemica di cui la fabula filmica è ricca – dove assistiamo al primo dei tanti esami medici cui sottoporrà Vincent per tutta la durata del film in modo ossessivo e continuo e dove Lamar chiederà a Vincent: “ A proposito, ti ho mai parlato di mio figlio?”. E alla risposta negativa di Vincent, Lamar dirà: “Ricordami di farlo una volta”. Lo farà nella penultima sequenza che diventa la variante e simbolo della rivolta in atto laddove, pur scoprendo che Vincent è un non valido – e avendolo sempre taciuto -, lo farà partire lo stesso, perché il figlio del dottor Lamar è anch’esso un non validoper un’erronea programmazione genetica.

“Lui ti ammira molto” dice Lamar, spettatore interno al discorso filmico, testimone di tutti noi spettatori esterni, di tutti noi non validi che sapevamo fin dall’inizio di Vincent. E mentre il razzo parte per lo spazio – uno spazio interiore, dove Vincent/Jerome è un genoma ibrido che si innesta nella nuova sintesi genetica -, un razzo che in realtà è im-segno di uno spermatozoo che feconda la nuova società ibridata, (dove il cinema ingravida metaforicamente la mente dello spettatore), vediamo Eugene/Jerome, in un montaggio parallelo, rinchiudersi nella capsula della pulizia per bruciarsi e immolarsi mentre il fuoco del razzo si accende. Il sacrificio di uno è la realizzazione dell’altro, dell’alterità.

E Lamar diventa icona di un movimento sottotraccia nella società di Gattaca in cui “la carenza non viene più letta come incompletezza, ma come bisogno dell’alterità, cosicché avvertiamo nel bisogno il grande motore delle caratteristiche più autentiche dell’essere umano”(13).

L’inizio della fine. Visione dell’incipit come sintesi filmica

La fine di Gattaca si ricollega al suo incipit – prima analessi cinemica ripetuta nel corso del testo filmico – dove in una fabula riccamente mimetica diventa la sua sintesi cinestetica. L’incipit rappresenta la pulsione scopica-ibridativa di Niccol della realtà filmica che lo spettatore si accinge a vedere.

Titoli di testa. Inquadratura fissa. Dettaglio in caduta di unghie, peli, capelli, cellule epiteliale morte con un lento movimento della macchina da presa sul viso di Vincent che si sta radendo. La macchina da presa poi scivola su un braccio e poi in dissolvenza incrociata lo spettatore vede una spazzola che pulisce il corpo. Dissolvenza e Vincent si sta strofinando con forza per pulireil proprio corpo. L’inquadratura si allarga con una zommata all’indietro e si vede Vincent dentro una camera, che sembra una prigione, un forno, una cella, una cassa di compensazione, dove ogni giorno elimina il vecchio corpo per farne nascere uno nuovo.  Si allontana da un frigorifero aperto dove ci sono sacche di urina e di sangue pronte per l’uso. Applica del sangue sotto una piccola sacca attaccata al dito indice. Cambia l’inquadratura in campo medio di un interno e vediamo una stanza asettica, che sembra un laboratorio, una camera obitorio, al centro dell’inquadratura un telo. Vincent si alza e si volta e s’incammina verso l’esterno dell’inquadratura, passando dietro questo telo, e per pochi frame resta dietro il telo, im-segno del suo mimetismo, della sua trasfigurazione in un altro, nascosto dietro questa pellicola per il resto della giornata. Dissolvenza in campo medio esterno, un’auto si allontana da un edificio isolato e geometricamente asettico. Poi vediamo un’altra dissolvenza in campo lungo su un altro edificio più grande. Fine dei titoli di testa. Stacco.

La prima sequenza ha inizio, dove Vincent/Jerome si mette in fila per entrare in Gattaca e pungere il polpastrello per passare il tornello, in file ordinate dietro decine di persone (e quante assonanze con certe inquadrature di Metropolis di Fritz Lang).

Da qui si sviluppa il discorso di Niccol che metterà in scena per lo spettatore, dove l’incipit è il cuore filmico di GattacaIl regista neozelandese utilizzerà il linguaggio cinematografico in modo combinatorio, sfruttando elementi classici e postmoderni, (e la colonna sonora avrà un forte impatto drammaturgico) in questa lunga sequenza iniziale. E come il nome Gattaca è la ricombinazione dei simboli dei quattro elementi di DNA umano (Guanina, Adenina, Timina e Citosina), così, fin dal titolo e fin dall’incipit, Niccol ricombina emblematicamente il testo filmico secondo gli elementi di un dna cinestesico del suo cinema.

Note.

(1) Roberto Marchesini, Post-human. Verso nuovi modelli di esistenza, Bollati Boringhieri, Torino, 2002, p. 407.

(2) Vedere Roberto Marchesini, op. cit., pp. 172-178.

(3)  Op.cit., p. 180.

(4)  Op.cit., p. 181.

(5)  Op.cit., p. 9.

(6)  Op.cit., p. 41.

(7)  Op.cit., p. 10.

(8) La polizia genetica di Gattaca è riprodotta nella polizia temporale di In Time, dove anche lì c’è un controllo della classe dominante sui lavoratori basata sul dominio del tempo. In In Timel’eternità è diventata una possibilità solo per i ricchi e il controllo genetico si è trasformato nel dominio del tempo. Tutti hanno accesso all’evoluzione genetica, ma il potere si mostra sul controllo del tempo a disposizione per vivere. Se in Gattaca non si vedono mai i ghetti dove vivono i non validi, in In Time il ghetto di quelli che lottano per acquisire più tempo è reso visibile da una messa in scena esplicita a scapito di una più efficace riuscita drammaturgica.

(9) Op.cit., p. 99.

(10) Op.cit., p. 41.

(11) Per chi volesse approfondire il concetto di sosia e del doppio nel cinema, leggete il bel saggio di Alessandro Aronadio, Lo Strano caso del dr. David e di Mr. Cronenberg, Bietti Heterotipia, Milano, 2010.  Questa chiave di lettura psicoanalitica si presterebbe a un’analisi specifica di un film come Gattaca, che noi non abbiamo approfondito non essendo oggetto di lettura del presente lavoro. Un altro tipo di valida analisi è quella fatta da Gianni Canova, L’Alieno e il Pipistrello, Bompiani, Milano, 2000, pp. 1-3, dove il punto di vista è la crisi dello sguardo. Sono solo due possibili esempi di differenti analisi di Gattaca che dimostrano la ricchezza multistrutturale e tematica dell’opera di Niccol.

(12) Op.cit., p. 103.

(13) Op.cit., p. 184.

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