Intervista a Fabrizio Fogliato e Fabio Francione, autori di Jacopetti Files

Innanzi tutto, come è nato il progetto, la vostra collaborazione, e come avete suddiviso il lavoro tra voi due?

Fabrizio: In realtà non c’è stata una vera e propria divisione del lavoro. Abbiamo proceduto in parallelo sia nella ricerca delle fonti che dei contatti con le persone intervistate. Io e Fabio ci conosciamo da anni e abbiamo, sin da subito, trovato l’intesa su cosa e come lo volevamo fare. Entrambi è da circa dieci anni che – in vari modi – ci occupiamo di mondo movie.

Fabio: quello che dice Fabrizio è esatto. Il libro ha avuto una lunga fase progettuale; l’idea in nuce addirittura risale a moltissimi anni fa, o meglio le idee di ognuno di noi, prima di incrociarsi. Personalmente erano almeno dieci anni che i film di Jacopetti giacevano in un cassetto del Lodi Città Film Festival, poi la retrospettiva che ha originato il libro ha di fatto dettato la realizzazione.

Non è il primo saggio che esamina l’opera di Jacopetti. Quale è stato il vostro approccio, che ha fatto la differenza con il resto?

Fabrizio: Due sono le direttrici che ci hanno guidato. La prima: attorno a Mondo cane si è creata una factory – caso pressochè unico in Italia – da cui Gualtiero Jacopetti, Franco Prosperi, Paolo Cavara, Antonio Climati, Stanis Nievo, Mario Morra, poco per volta si sono separati e dalla loro diaspora sono gemmate tutta una serie di opere (ben 18 film – quelli che noi prendiamo in considerazione) che dal 1962 al 1984 li hanno visto come autori. La seconda – e più importante – abbiamo tralasciato tutte le vicende biografiche (spesso incrostate di retaggi ideologici) per concentrarci sulle opere cinematografiche facendo parlare le fonti: quelle di allora e le interviste di oggi.

Fabio: Jacopetti Files non è libro su Jacopetti, il che genera non pochi equivoci, ma su un genere che ha in Jacopetti il suo iniziatore, peraltro insuperato. Ma non ci stancheremo di ripetere che il libro è il tentativo di biografare un genere di cinema che ha avuto se vogliamo vita breve, sebbene sia confluito o abbia addirittura influenzato  o originato altri generi, il suo successo, tutto italiano, ormai è più acclarato interzionalmente.

Secondo voi quale è stata l’influenza dei Mondo Movies nel cinema internazionale? Vorrei, se possibile, che citaste specifici autori, film e eventualmente i passaggi, a volte non diretti, che hanno condotto queste opere a influenzare una certa grammatica cinematografica.

Fabrizio: È un’influenza trasversale e potenzialmente infinita. Cito alcuni esempi particolari molto diversi tra loro. Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa? (1968) di Ettore Scola; Io sto con gli ippopotami (1979) di Italo Zingarelli; Safari (2016) di Ulrich Seidl. Va aggiunto che il genere mondo movie è trasversale anche al cinema tout court nonché alla moderna televisione fino alla definizione di youtube che altro non è che un infinito Mondo cane, nel momento in cui lo spettatore non è solo un voyeur bensì è, anche e soprattutto, un player. Questa a mio parere è la vera rivoluzione linguistica introdotta dal genere.

Fabio: io e Fabrizio abbiamo fatto un gioco un giorno; è accaduto all’indomani della morte di Bud Spencer. Gli dissi che Banana Joe a mio avviso aveva molto del “mondo”. Nel frattempo in una delle prime redazioni del libro citavamo Seidl, Mondo Manila, ma anche Apocalypse now che fu inserito in terza o quarta bozza, dopo che lo rividi una sera in TV. Questo per dire che il genere “mondo” e’ diventato come un virus che quando meno te lo aspetti endemicamente appare e può contagiare qualsiasi tipo di film. In particolare oggi con gli strumenti critici raffinati che abbiamo e soprattutto la grande disposizione di film che abbiamo in dvd, TV, ecc. sappiamo riconoscerne i “germi”, il contagio.

Stessa domanda, ma riguardo alla cultura in generale, visto che, come è noto, Jacopetti ha avuto una forte influenza su diversi media.

Fabrizio: Si può aggiungere – a quanto detto in precedenza – che lo jacopettismo è entrato come tratto (azzardo) antropologico nel modo di fare informazione, una certa informazione in Italia. Anche la letteratura non ne è rimasta immune nel volere utilizzare i contrasti e il teriomorfismo per spettacolarizzare le vicende narrate.

Fabio: la prendo alla larga, se permettete. Andare a discutere di jacopettismo, spesso sinonimo di spregiudicatezza, andatoci cauti  è andarsi a cacciare in un ginepraio di polemiche. Invece, a mio avviso, bisognerebbe andare a studiare seriamente Cronache la rivista che Jacopetti dirigeva prima di darsi al cinema. Lì si può capire Jacopetti. Ne sono certo.

Avete esplorato anche la vita sociale e privata del Nostro? A mio parere fu inscindibile con l’opera in sè.

Fabrizio: Assolutamente no. Ci è solo e sempre interessato il cinema. Va detto che il libro, inevitabilmente, parte da Gualtiero Jacopetti ma poi se ne allontana nel seguire vicende molto diverse tra loro. Una su tutte quella dei F.lli Alfredo e Angelo Castiglioni.

Fabio: sinceramente la vita di Jacopetti mi interessava poco. A Fabrizio lo stesso. C’è una biografia molto bella di Stefano Loparco, che basta e avanza, il nostro lavoro tocca altre corde.

Come avete svolto le ricerche? Mi chiedevo se aveste avuto accesso a novità inedite sull’opera o la vita di Gualtiero Jacopetti.

Fabrizio: Sì. Il libro è ricolmo di documenti editi (pochi) e inediti (molti) provenienti da archivi pubblici e privati. Per scoprirli rimando alla lettura del libro. Aggiungo solo che quella dei F.lli Castiglioni è una vicenda etno-cinematografica mai raccontata finora.

Fabio: è stata un lavoro di estremo equilibrio, oserei dire e credo che Fabrizio concordi con me di scrittura e riscrittura sia dell’inedito sia dell’edito, tanto che di ciò siamo orgogliosi che le due linee si confondono ed è difficile, tranne per i segnali delle fonti, distinguerle. Sul libro nel libro dedicato ai Castiglioni, una vera scoperta, ha riferito già Fabrizio.

Come saprete vi è una diversa percezione del fenomeno Mondo Movies in Italia e all’estero. Vorreste commentare questa idiosincrasia?

Fabrizio: Il problema è ideologico. Punto e basta. Il nostro libro ha la prefazione di Nicolas Winding Refn. Credo che le sue parole siano sufficienti per comprendere come il genere sia visto nel resto del mondo. Non dimentichiamo che è l’unico genere conosciuto ad ogni latitudine e longitudine del pianeta. Mondo cane lo conoscono in Suriname come a Sumatra!

Fabio: Fabrizio, adattandosi alla vulgata che presto si è attaccata al pezzo, quando parla di prefazione per l’intervento di Refn che abbiamo tradotto dalla partecipazione del regista di Neon Demon al festival di Lione dove propose in carta bianca Addio zio Tom, sbaglia, ma recupera nell’individuare il nocciolo della questione. Invece  “la prefazione” è parte di un doppio prologo, bisogna quindi leggere Refn sull’oggi, e Jacopetti stornato in un’intervista di cinquant’anni prima per comprendere quale sia la percezione dei film allora e ora. Ricordo che l’intervento di Refn è su YouTube.

A vostro parere il sottogenere shockumentary avrebbe ancora senso oggi?

Fabrizio: Continua, senza interruzioni, ogni giorno su youtube e più in generale sulle miriadi di video caricate sui social network.

Fabio: ….. e anche al cinema. Talvolta.

Se parliamo invece di giornalismo, che è l’identità primaria di Jacopetti, chi possiamo definire come i suoi eredi. C’è un approccio ugualmente scandalistico nelle recenti rivelazioni relative a corruzione politica, camorra, vaticano etc.?

Fabrizio: Gualtiero Jacopetti è il primo nome (poi bloccato da Bettino Craxi) che viene fatto da Silvio Berlusconi per dirigere l’informazione della nascente Fininvest (all’epoca RTI). Direi che le intenzioni erano e sono quelle – da Striscia la notizia fino a Le iene (con i suoi pro e contro, ma senza voler esprimere un giudizio).

Fabio: qui si gioca al ribasso osservando il giornalismo quotidiano e televisivo italiano, tranne poche eccezioni rappresentate da qualche media locale e da qualche quotidiano come il manifesto per il quale scrivo che ha una propria identità, soprattutto di ricerca, definita sia nelle inchieste, nella politica e nelle pagine e nei supplementi culturali. Ma siamo su versanti decisamente opposti. Comunque non è mischiando biografia al lavoro che si comprende di più Jacopetti. Anzi. Però d’altro canto parlando di Africa addio, nel libro, qualche nome lo facciamo che a quel tempo da posizioni diverse parevano dialogare con quel film.

Fabrizio, tu hai già analizzato l’opera di Cavara in passato. Qual è il rapporto con questo nuovo saggio, e mi chiedo se siate partiti da quel lavoro per poi indirizzarvi su un discorso più ampio.

Fabrizio: Qui la vicenda è interessante e curiosa, perché il mio “Paolo Cavara. Gli occhi che raccontano il mondo” – nel giro di poco più di due anni è uscito in due edizioni completamente diverse. La seconda – quella attualmente in distribuzione – presenta il regista nella sua originalità slegandolo completamente dal legame con Jacopetti & Prosperi per offrire il ritratto di un autore moderno, profondamente morale e a tratti sorprendente nel proporre un cinema innovativo ed europeo, nonché nel sondare le affinità linguistiche con il cinema di Michelangelo Antonioni. Inoltre, attraverso una serie di documenti inediti, getta più di un dubbio sulla reale paternità di Mondo cane e fornisce al lettore tutti gli strumenti per capire dove finisca il contributo di Jacopetti/Prosperi e dove inizi quello di Cavara nella realizzazione di quello che rimane – e qui sta anche il suo fascino – una delle opere più controverse e innovative dell’intera Storia del Cinema.

Fabio: Cavara è un po’ un caso. Nella nostra biografia è contato in ben 4 film, Mondo Cane e il primo derivato La donna nel mondo e poi con il dittico d’esordio da solista, I malamondo e L’occhio selvaggio, il giusto rilievo insomma gli è dato e forse sono i suoi film migliori, per certi versi irripetibili di un’esperienza che l ha visto indubbio protagonista. La successiva filmografia ben indagata a più riprese da Fabrizio s’infrange nel tentativo di trovare una strada autoriale che si perde nei generi, relegandolo nelle seconde, terze file del cinema italiano. Non è un caso che Fabrizio indaghi un regista che aveva alte velleità autoriali e sciaguratamente si perdeva in film di dubbia qualità, che era Luigi Scattini. Soltanto che Scattini a differenza di Cavara non ha vestali che ne impediscono una definitiva riconoscibilità, nonostante i numerosi prodotti editoriali, tra libri e DVD, usciti in questi ultimi anni. Ma ripeto, è un caso minore e al servizio di un genere che ha fatto per un breve tratto la sua fortuna e se resta conosciuto è proprio per quel pugno di film.

Gianluigi Perrone

Utlima modifica: 28 Settembre, 2016



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