Steve Jobs

  • Anno: 2015
  • Durata: 122'
  • Distribuzione: Universal Pictures
  • Genere: Biografico
  • Nazionalita: USA
  • Regia: Danny Boyle
  • Data di uscita: 21-January-2016

Arriva nelle sale italiane dal 21 Gennaio 2016 Steve Jobs, l’atteso biopic sul fondatore della Apple, diretto da Danny Boyle.

Sinossi: È il 1984 e la Apple sta per immettere sul mercato il Macintosh, un nuovo computer che, nelle intenzioni del suo creatore Steve Jobs, dovrebbe rivoluzionare il mondo informatico e permettere all’azienda di diventare leader assoluta del settore. In realtà sarà un flop. Nel 1988 Jobs – fuori dalla società che egli stesso aveva creato per una serie di inconciliabili divergenze che lo vedevano contrapporsi sia all’amministratore delegato John Sculley che all’amico e co-fondatore Steve Wozniack – si prepara al lancio di NeXT, la sua nuova creatura nata come ideale alternativa ai prodotti Apple. C’è un solo problema: a pochi minuti dalla sua presentazione ufficiale, il computer non è ancora provvisto di un sistema operativo. Passano dieci anni, Jobs è ormai tornato alla Apple come amministratore delegato e si prepara alla presentazione dell’iMac, il computer su cui grava la responsabilità di salvare l’intera azienda dal collasso economico. Tra le pieghe di questi tre eventi emerge il quadro di un uomo senza alcun dubbio geniale, ma anche incredibilmente arido da un punto di vista umano.

Recensione: Era un’impresa assai ardua quella di sintetizzare la complessità piena di contraddizioni dell’uomo Steve Jobs cercando di prescindere dai molteplici strati di mitizzazione che ne hanno fatto un personaggio già in vita e che, in seguito alla prematura scomparsa, hanno seriamente rischiato di allontanarlo dalla sua dimensione più intima per renderlo, a suon di “Stay Foolish”, una sorta di santino a esclusivo uso e consumo di nerd e Apple-Addicted. Di certo non c’è riuscito Jobs, il ben più canonico biopic del creatore della mela morsicata che, solo due anni fa, aveva bruciato sul tempo la Sony, nel frattempo già al lavoro su uno script commissionato ad Aaron Sorkin e ispirato alla biografia di Jobs scritta da Walter Isaacson. Sorkin – che, non è affatto un mistero, è un genio – si è dunque preso i suoi tempi, lasciando sedimentare il ricordo di un personaggio talmente connotato in termini iconici da risultare quasi impossibile da ricreare in maniera credibile sullo schermo e, alla fine, se ne è uscito con un autentico capolavoro di scrittura cinematografica.

Un film dall’impianto fortemente teatrale – molto più di quanto non lo fossero già The Social Network e Moneyball – che, nelle mani di un regista magari un po’ furbetto ma dotato di indubbie capacità di miseenscène come Danny Boyle, letteralmente esplode. Sceneggiatore e regista, paradossalmente, sembrano lavorare in direzioni opposte con Sorkin a lavorare di cesello, rispettando (in realtà solo apparentemente) alla lettera la più classica delle strutture drammaturgiche in tre atti, mentre  il regista di Trainspotting costruisce ardite vie di fuga estetiche che sembrano portare di continuo il film da un’altra parte rispetto al tema centrale della storia per poi ritornarci puntualmente.

Si può essere un genio senza per forza smettere di essere anche una brava persona? Questo sembra chiedersi il film per tutte le sue due ore di durata e la sua perfetta riuscita è garantita proprio da come si guardi bene dal rispondere a tale domanda, delegando la responsabilità di qualsiasi giudizio di valore morale al pubblico – o al limite a Wozniack, sodale di Jobs e eterno secondo – e suggerendo, al tempo stesso, la velata ipotesi che forse Jobs potesse non essere né un genio né tanto meno una brava persona. Forse era semplicemente un uomo con una visione che, la sua fortissima propensione al marketing, gli ha concesso di portare avanti fino alla fine dei suoi giorni e, in qualche modo, anche oltre.

I punti di forza del film sono principalmente due: innanzitutto l’idea di raccontare la Apple, ossia l’azienda con i più alti profitti nella storia dell’industria, attraverso i suoi fallimenti. E poi – e questa forse è la scelta più radicale operata da Sorkin – la volontà di raccontare pubblico e privato di Jobs senza mai scindere i due piani in modo netto, quasi come se l’uno fosse sempre alimentato dall’altro e viceversa. Ovvio che un lavoro del genere avesse bisogno di interpreti di livello e Boyle si conferma particolarmente ispirato anche nella direzione del cast. Fassbender, in particolare, è straordinario nel non cercare la mimesi fisica con Jobs, preferendo invece concentrarsi unicamente su alcuni dettagli (soprattutto vocali) che restituiscono il personaggio in maniera perfetta  allontanando però dal risultato qualsiasi rischio caricaturale. Ma sono tutti gli attori a funzionare a meraviglia, a cominciare da Kate Winslet, vera e propria nemesi del protagonista, fino a Michael Stuhlbarg e Jeff Daniels, quest’ultimo vecchia conoscenza di Sorkin fin dai tempi di The Newsroom.

Scrittura, regia e interpretazioni contribuiscono a fare di Steve Jobs uno dei film più importanti del 2015 – non solo in termini di spettacolo puro, ma proprio di linguaggio – e non stupisce più di tanto il tiepido responso ottenuto al box office americano nei primi giorni di programmazione. Perché è un film che, coraggiosamente, non ammicca mai né intende compiacere lo spettatore, travolgendolo da subito con un fiume di parole in piena (i dialoghi sono tra i migliori che si siano ascoltati al cinema da anni) e con un livello di tensione costante che si distende giusto un po’ nella magnifica e per niente consolatoria sequenza finale.

Fabio Giusti

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Utlima modifica: 18 Novembre, 2015



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