Manuel De Sica: ricordando, soprattutto e sempre, Vittorio De Sica

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Manuel De Sica e Giovanni Berardi

Manuel De Sica racconta papà Vittorio. Oggi Manuel è un musicista ed un compositore di colonne sonore  famoso ed apprezzato anche internazionalmente,  però, culturalmente, vive in fondo un pegno ed un pregio importante, quello di essere figlio del grande  Vittorio.  In questo senso, teniamo a sottolinearlo, è impagabile oggi il suo impegno affinché la memoria del padre non venga mai offuscata e cancellata dallo osceno insano equilibrio culturale di questi tempi.  Rischi di questo tipo, per i grandi della cultura del passato, se restano indifesi e dimenticati, è grossissimo.  Noi dobbiamo sinceramente dire grazie a Manuel per questo impegno, che diventa anche, come ci ha detto, “sempre più gravoso e difficile con le risorse che abbiamo a disposizione”.  Noi, se oggi possiamo continuare a deliziarci, ad affascinarci e ad emozionarci dinanzi a titoli quali I bambini ci guardano, La porta del cielo, Un garibaldino al convento, SciusciàUmberto D., Miracolo a Milano, Il tetto, L’oro di Napoli, La ciociara, Ieri, oggi e domani  (ma l’elenco a questo punto sarebbe davvero superficiale ed inutile, perché tutte,  indistintamente,  le pellicole di Vittorio sono capolavori magnifici) lo dobbiamo assolutamente al grande impegno di Manuel ed alla passione della associazione  “amici di Vittorio De Sica”.  Un’associazione che resta puntellata appassionatamente in un lavoro costante di ricerca, di pulizia e di cura dei lavori cinematografici di Vittorio.

Manuel è una fucina di ricordi esemplari di Vittorio, e non può essere altrimenti vista la grandiosità somma del personaggio, molti ora li ha messi anche pubblicamente a nudo realizzando il libro Di figlio in padre, un testo che certamente mancava a tutti gli appassionati di cinema. La necessità di scrivere un libro dedicato al padre nasce in Manuel, in un primo tempo, dal semplice ritrovamento di un vecchio testo biografico su Vittorio De Sica.  Era un testo che ritraeva il regista dall’anno della sua nascita, avvenuta nel 1901 e fino al 1952 che, guarda caso, è stato l’anno di nascita del figlio Manuel. Un segnale, questo, che non poteva passare inosservato da Manuel. Dice Manuel De Sica:  “da tempo pensavo di mettere su carta qualcosa che mi riguardava, che riguardava la mia professione di musicista ed il mondo in cui questa si esprime, ma pensare ad una mia eventuale biografia a sessantaquattro anni credevo fosse inutile. Cosa vuoi che importi, tutto sommato, alla gente di quello che è Manuel, o di quello che sono stato. Però una mia biografica congiunta con quella di mio padre, che è stato il grande attore ed il grande regista che tutti sappiamo poteva avere, nel contesto, una sua effettiva valenza. Quantomeno per l’incrociarsi di due vite vicine, legate dagli affetti filiali, ma assolutamente autonome e diverse sul piano professionale. Io mi sono sempre occupato di musica, lui invece, devo dire, continuava a raccontare magnificamente l’Italia con gli strumenti, che devo dire difficili, del cinema. Accostare questi due mondi mi è parso, ad un certo momento del percorso artistico, molto  interessante dal punto di vista narrativo. E poi perché, effettivamente, mancava una biografia che ritraeva mio padre dal 1952, l’anno della mia nascita, al 1974, l’anno della sua morte. Il ritrovamento poi di quel testo ha chiarito in me ogni dubbio letterario”.

Vittorio De Sica resta, per certi versi, una personalità ingombrante, certamente rimane uno dei più grandi e geniali artisti del cinema italiano di tutti i tempi. Un innovatore, finanche, e, assolutamente da citare sempre al presente, un illuminato caposaldo del glorioso movimento culturale del cinema italiano, quello del Neorealismo, che ha proiettato il cinema italiano in tutto il mondo; nelle scuole di cinema, questa esperienza italiana viene considerata un modello espressivo totalizzante e crudo, tanto da diventare, assolutamente, una materia scolastica tra le più considerate dagli allievi, alcuni diventati a suo volta assoluti maestri come, un esempio su tutti, Martin Scorsese. Dice Manuel De Sica: “dal 1968 al 1974 io e papà siamo andati al cinema quasi tutte le sere. Ed ascoltavamo musica dandogli un valore di assoluta distensione. Per me, ma assolutamente per lui. In quei momenti nei suoi occhi vedevo davvero la gioia assoluta, e tra di noi un rapporto che si andava rinnovando, che diventava, in condizioni speciali, sempre più autentico, più maturo”. Ed infatti proprio dal 1968, durante la lavorazione del film Amanti che inizia per Manuel la collaborazione con il padre Vittorio. Dice Manuel De Sica: “in realtà papà non voleva il mio debutto in un suo film, temeva in qualche maniera questa cosa qua, quindi per il film  Amanti mi osteggiava in tutti i sensi, non mi prendeva quasi in considerazione, pur capendo che avevo un talento. Fu Marcello Mastroianni,  protagonista del film a suggerirmi di autofinanziarmi un provino e passare per la trafila dei suoi collaboratori più stretti, piuttosto che direttamente da lui.  Poi Carlo Ponti il produttore che forse credeva poco nel progetto e non lo amava alla follia, fece sapere a mio padre che, nelle intenzioni, la cosa più bella del progetto di Amanti era la colonna sonora. La collaborazione con mio padre è iniziata così. Dopo, forse convinto anche della mia autonomia, diventerà decisamente costante”.

E questo futuro sarà infatti sarà la colonna  di un film, bello e difficile, come Il giardino dei Finzi Contini, tratto dal romanzo di Giorgio Bassani, a cui, nel 1971, sarà assegnato un premio Oscar come miglior film realizzato in lingua straniera. Ma nonostante questo, l’approccio semplice nel contesto del cinema italiano, la carriera per Manuel non è stata poi così facilitata. Anzi. Dice Manuel De Sica: “il fatto di chiamarmi De Sica, devo dirlo, non mi ha assolutamente giovato nella mia carriera. Colleghi di mio padre, dopo la sua scomparsa mi hanno messo alla prova anche duramente, anche se sapevano bene che avevo un talento. Ma lo stesso mi hanno messo a dura prova perché mi chiamavo De Sica. Era necessario dimostrare tre volte di più quale era il valore della mia musica. E questi signori erano Dino Risi, Luigi Comencini, StenoCarlo Lizzani. Con altri compositori, ad esempio, così ferrei e rigidi questi registi, questi bravissimi registi, non lo erano mai stati”. L’ idea di aderire alla regia per Vittorio De Sica matura dopo il fallimento critico di un film come Manon Lescaut  girato dal regista  Carmine Gallone. Vittorio De Sica decise, dopo questo insuccesso, che sarebbe stato lui, e soltanto lui, a decidere destini e stati d’animo dei propri film futuri. E  Cesare Zavattini, che Manuel considera come uno zio, “è stato un privilegio crescere tra le sue ginocchia”  confida Manuel, entra nella vita di Vittorio con il film, memorabile, I bambini ci guardano  girato nel 1943.  Sarà questo con Zavattini un sodalizio autentico, che ha dato al pubblico di tutto il mondo, e per decenni, i più importanti film del dopoguerra italiano. Una cinematografia che è stata, appunto, studiata e celebrata in tutto il mondo. Manuel conviene con noi quando affermiamo che il cinema di Vittorio, nella fattispecie quello neorealista, continua a restare alle radici della nostra attuale realtà. E Manuel conviene con noi anche quando, ancora, affermiamo che, tutto sommato, l’opera che poteva fungere da testamento spirituale Vittorio non ha avuto il tempo per realizzarla, cioè quel progetto tanto amato tratto da Gabriele D’Annunzio, Le novelle della Pescara, che Vittorio De Sica voleva realizzare con le tecniche e la poesia di un tempo. Un film ambientato nel mondo arcaico-popolare dell’Abruzzo non poteva essere interpretato da attori professionisti, di quelli cioè selezionati nei libri paga dei produttori, ma bensì fa veri popolani abruzzesi.

Dice Manuel: “certo, papà voleva sempre tornare a lavorare proprio come un tempo, decisamente alla sua maniera, senza nessuna preoccupazione, in fin dei conti, di ordine commerciale, proprio come ai tempi del neorealismo”. E’ stato, a questo punto lo pensiamo anche con somma certezza, un dramma dell’anima il periodo ultimo vissuto da Vittorio De Sica, una esistenza professionale ormai incanalata in un netto contrasto tra le esigenze di una industria cinematografica sempre più proiettata in prodotti di facile consumo, da smerciare possibilmente in fretta, e la sua identità poetica fatta assolutamente di tenerezza e di amore.  Non è un caso infatti che la migliore stagione della filmografia di Vittorio De Sica è compresa negli anni che vanno dal 1943, l’anno appunto de I bambini ci guardano ed il 1952, l’anno in cui Vittorio gira Umberto D.   Ed in mezzo rimangono racchiusi i capolavori assoluti del regista, La porta del cielo, 1943, Sciuscià, 1946, Ladri di biciclette, 1948, Miracolo a Milano, 1950. E’ dal film  Umberto D.  che nasce la famigerata frase pronunciata da un ministro dell’epoca, “i panni sporchi si lavano in famiglia,”  formulata nel gramo tentativo di vietarne le proiezioni nelle sale italiane.  Ma per Vittorio De Sica il giudizio dei garanti delle istituzioni fu un colpo male assorbito, anzi forse addirittura temuto, e la sua poetica, il suo cinema, quello della condizione dell’uomo seguito, anzi  “pedinato”  fin dentro le sue più sottili venature, difatti, trovò proprio in questa infausta dichiarazione una fine che pensiamo sia rimasta, per Vittorio De Sica, tutto sommato onorata.

Il presente di Manuel oggi è sempre la musica pura, realizzata per il cinema, ma anche per le sue più sottili ambizioni, come quelle esercitate nei prosceni più illustri, nei palchi più maestosi.  Dice Manuel De Sica: “il libro che ho scritto ha un valore sicuramente speciale perché, se in primo piano è narrata la vita mia insieme a mio padre, dietro le quinte c’è davvero un susseguirsi di aneddoti e ricordi, anche estremi ed azzardati, sul mondo del cinema, sul popolo degli attori e dei registi, una realtà che è sorprendente ed anche perfida, pregna di invidie e di cattiverie. Quindi è stata una fatica che in questo momento apprezzo molto e ne vado fiero. Però ora sono reduce da una celebrazione che mi ha commosso. A Parma, all’ Auditorium Toscanini, è andato in scena un grande concerto rievocativo di tutte le mie composizioni, musica anche extracinematografica, che ho scritto per i concerti, e molte di queste, tra l’altro, erano rimaste sino ad ora solo nel cassetto…”.  Infatti mentre Manuel De Sica racconta questo aneddoto di Parma, si legge nei suoi occhi tutta la soddisfazione, che è propria di un autore, quindi, addirittura, sembra toccare anche il cielo con un dito quando spiega che ad eseguire questi concerti, insieme a quattro giovani soliste donne  (“tra l’altro”  dice esattamente Manuel, “tre bellissime donne, tre italiane ed una russa) erano stati chiamati alcuni giovani musicisti allievi del grande maestro  Luciano Berio.

Infine, prima di congedarci,  Manuel racconta di un’altra opera importante che Vittorio aveva nel cassetto, mai potuta realizzarla per gli ingranaggi ormai crudeli e mostruosi, per la poetica sempre più pura di Vittorio De Sica, del sistema dell’ industria. Dice Manuel: “con questo progetto papà aspirava a realizzare una sorta di  Umberto D. al femminile. Peccato non avere trovato i motivi industriali adatti per la sua realizzazione”. Questo progetto era la riduzione cinematografica tratta da una novella bellissima, Un cuore semplice di Gustave Flaubert….. Peccato davvero non averla potuta ammirare nell’idea in cui credeva Vittorio De Sica.

Giovanni Berardi 

Utlima modifica: 15 Dicembre, 2014



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