Un incontro con Ibrida Festival, oltre i confini

Non resta che esprimere il proprio disincanto, la propria disillusione, utilizzando i codici e i cliches mediatici per esasperarli in opere che esprimono, di volta in volta, un nichilismo radicale, quasi disperato, o un ironico avvertimento attraverso il quale far sapere che non si è più preda delle manipolazioni, ma attivi protagonisti della manipolazione stessa

Dopo l’incontro con il Laterale Film Festival, con Francesca Leoni e Davide Mastrangelo, direttori artistici di Ibrida Festival, proseguo la mia a-sistematica ricognizione su alcuni degli appuntamenti italiani in cui più si conserva e si rinnova lo spinta più generosa e persistente verso la sperimentazione audiovisiva, a corto di tappeti rossi, di celebrazione para-istituzionale dell’esistente e di inseguimento a fin di lucro dei grandi numeri.

Come si legge nell’introduzione/manifesto presente sul vostro sito, Ibrida, festival delle arti intermediali, nasce nel 2015 allo scopo di indagare e divulgare le produzioni e le ricerche più recenti nell’ambito dell’audiovisivo sperimentale (videoart, found footage, meta-cinema, animazione 2D e 3D, ecc.). Come è nato il festival? Perché? Ibrido/a rispetto a cosa?

Ibrida Festival fiorisce dai semi di Re/Azione e dal 2016 si sviluppa in più giornate all’interno della Fabbrica delle Candele, Palazzo Romagnoli e altri spazi della città di Forlì, dopo l’interesse dimostrato dal pubblico e dagli addetti ai lavori. Questo festival non nasce da una richiesta culturale o economica precisa, ma da una necessità nostra di creare uno spazio fisico, nel quale incontrarsi, che sul nostro territorio mancava. Un luogo dedicato alle ibridazioni, un festival che mettesse la sperimentazione audiovisiva al centro della questione e che desse spazio sia agli artisti affermati che ai giovani talenti. Ibrido rispetto ai linguaggi ai codici dell’audiovisivo degli ultimi anni. Questa è una teoria che abbiamo affrontato e discusso più volte insieme a Piero Deggiovanni critico d’arte contemporanea di riferimento del festival. Con questo ci teniamo a sottolineare che non vogliamo assolutamente tracciare dei confini, perché la sperimentazione è sempre stata libera da schemi ed in continua evoluzione. Noi in qualità di artisti e ricercatori supportati da critici e studiosi, ci limitiamo a presentare il fenomeno per quello che è ampliando la strada.

Poi aggiungete: non resta che esprimere il proprio disincanto, la propria disillusione, utilizzando i codici e i cliches mediatici per esasperarli in opere che esprimono, di volta in volta, un nichilismo radicale, quasi disperato, o un ironico avvertimento attraverso il quale far sapere che non si è più preda delle manipolazioni, ma attivi protagonisti della manipolazione stessa.

Manipolare e non essere manipolati, conoscere i codici per confutarli e liberarli per ricombinazione. Quanto c’è e quanto manca, nel mondo dell’audiovisivo e non solo, un discorso condiviso e consapevole su tale questione?

Manca un approfondimento in molte discipline, proprio per questo il nostro obiettivo come Festival anno dopo anno è sempre di più quello di rivolgerci a critici, studiosi, esperti e curatori per creare momenti di incontro, scontro e dibattito su questioni specifiche dell’audiovisivo contemporaneo. Non c’è una tendenza giusta, tutto può essere rimesso in discussione e ricombinato è questa la forza della sperimentazione audiovisiva.

Siete ibridi anche nel vostro ruolo. Siete autori (Leoni&Mastrangelo) e organizzatori-direttori artistici. Come vivete questo moltiplicarsi di “ruoli” e di linguaggi?

Noi ibridi? Può darsi, questo non sta certo a noi dirlo. Per la questione dei “ruoli” cosa dire, la prendiamo molto seriamente, tanto da “vietare” le nostre opere video all’interno del festival anche in altre sezioni curate da terzi. Perché la nostra opera è il festival stesso e il suo risultato. Da quest’anno abbiamo altri collaboratori come Michele e Jessica, che ci seguono e ci permettono di curare di più le scelte artistiche del festival e un po’ meno quelle organizzative.

Adriano Aprà, che cura il progetto Fuorinorma_La via neosperimentale del cinema italiano , ha indicato, con toni perentori e divertiti, “tre possibili figli” della videoarte “classica”: uno di cui essere orgogliosi, il cinema di ricerca; un secondo così così, la videomusica, e un terzo dal quale stare alla larga, la pubblicità. Voi lavorare spesso a cavallo tra queste diverse diramazioni. Cosa ne pensate?

Adriano Aprà, lo rispettiamo come un “padre”, ma ribadiamo che oggi tracciare dei confini precisi su qual è o possa essere il futuro della video arte o della sperimentazione è per sua natura riduttivo e limitante. La Pubblicità è il male? Forse in epoche passate sicuramente… oggi a dir il vero non ci crediamo più, perché siamo finiti oltre il Simulacro e la Società dello Spettacolo, e cosa siamo diventati? È proprio quello che stiamo cercando di capire, insieme ad esperti anno dopo anno senza costrizioni di genere o di settore.

Un artista può provenire dalla pubblicità, come dal videoclip o dal cinema di ricerca per noi resta sempre un artista. Sono i lavori che respingono o persuadono lo spettatore, non più il suo testo critico o le sue “intenzioni”. Se proprio vogliamo dibattere sulla tematica della “persuasione e della conoscenza dei mezzi dello spettacolo”, noi oggi al contrario ci vediamo una possibilità in più e non in meno. Non vediamo “figli” dai quali stare alla larga.

Fare rete nel campo della sperimentazione è sempre più fondamentale per non essere costretti ad un annegamento precoce. Quali sono i vostri alleati, i vostri sostenitori?

I nostri primi alleati sono gli artisti. I sostenitori come le istituzioni lo sappiamo benissimo che oggi possono essere al nostro fianco come no, per diversi motivi legati a questioni burocratiche e politiche. In questo momento abbiamo il sostegno del Comune di Forlì e della Regione Emilia-Romagna, che per noi sono molto importanti, ma dobbiamo ammettere di esserci arrivati gradualmente nulla ci è stato donato, e questo in realtà ci ha aiutato molto a sviluppare delle gambe forti sulle quali reggersi.

Quale rapporto avete con il vostro contesto? la città di Forlì, l’Emilia Romagna, un territorio tra i più vivaci in Italia in ambito di ricerca teatrale. Tra Cesena, Rimini, Santarcagelo e la stessa Forlì sono nate dagli anni ’80 in poi alcune delle compagnie che più hanno segnato la scena artistica italiana negli ultimi decenni…

La Romagna è una terra fertile che accoglie la sperimentazione artistica da anni, crediamo sia parte del suo DNA. Infatti proprio in Romagna 49 anni fa nasceva il Santarcangelo Festival, fonte d’ispirazione per tantissime compagnie di teatro di ricerca, essendo un vero e proprio luogo di scambio di azioni e pensieri, riesce a coinvolgere tutta la città portando in un paesino come Santarcangelo tutte le tendenze e novità internazionali teatrali e non solo. Inoltre sarebbero da citare tutte le compagnie che ci hanno avvicinato alla ricerca come la Socìetas Raffello Sanzio, Fanny & Alexander, Motus e gli amici di Forlì Masque Teatro. Ci sono tante realtà legate al teatro di ricerca che organizzano festival ed eventi, proprio per questo ci voleva uno spazio dedicato invece alla sperimentazione audiovisiva. Il Festival è ancora molto giovane, e ha come obiettivo quello di implementare la cultura dell’audiovisivo sperimentale in una terra fertile e propensa all’ascolto.

Qual è la direzione (artistica e non solo) che di anno in anno, con la preziosa collaborazione di Piero Deggiovanni, guida la selezione delle opere presenti nel festival?

Noi decidiamo tutto in due per quanto riguarda la poetica e direzione artistica del festival, proprio per questo non si vaglia mai un progetto senza il consenso totale dell’altro e in questo modo riusciamo a completarci bene. Invece per quanto riguarda Piero è attualmente il nostro critico di riferimento, e nello specifico curerà 3 su 8 sezioni video ed un incontro sulla Post Internet Art. Il resto delle sezioni sono invece a cura della Vertov Project, la nostra associazione che si occupa dell’organizzazione generale, e quest’anno da altri 2 festival internazionali: Videoart Miden (Grecia) e Strangloscope (Brasile).

Ancora dall’introduzione/manifesto: La società dello spettacolo ha vinto. Il simulacro ha sostituito definitivamente la realtà. Inutile opporsi.

Quanto, occupandosi di cinema, ci si pre-occupa anche del resto? Quanto è centrale o viceversa, marginale, l’arte nella congiuntura sociale attuale? Quanto si lavora sul presente e quanto sul futuro?

Quest’affermazione condivisa da un’analisi critica di Piero, non è di rassegnazione a nostro avviso ma di consapevolezza. La sperimentazione come abbiamo potuto appurare sulla nostra pelle, non porta quasi mai nell’immediato ad un guadagno, e proprio per questo la perseveranza e lo stimolo creativo diventa una necessità di imprimere sulla realtà un segno distintivo del proprio passaggio. Secondo noi si lavora sul futuro quando si lavora sul “presente” e sulla propria visione in quanto esseri umani, ancor prima che artisti. Noi in qualità di Direttori Artistici, siamo quindi dei custodi di queste tracce che oggi presentiamo e domani chissà come verranno interpretate.

Cosa ci aspetta la prossima edizione, in arrivo fra pochi giorni?

Un ampliamento della programmazione e un respiro maggiore soprattutto nella parte critica del Festival attraverso non più un incontro, bensì due, entrambi dedicati all’audiovisivo sperimentale aperti al pubblico e alla scuole del territorio. Il primo incontro ci sarà venerdì 5 aprile a Palazzo Romagnoli e sarà dedicato alla Post Internet Art: dall’archivio al self broadcasting, i relatori saranno Piero Deggiovanni, Silvia Dal Dosso e Franziska Von Guten del collettivo Clusterduck, Mara Oscar Cassiani e Sara Lorusso, i quali affronteranno l’argomento da più prospettive.

Il secondo incontro sabato 13 aprile sempre al Romagnoli di Forlì, sarà dedicato al potere del corpo (femminile) nella sperimentazione audiovisiva dagli anni “60 ad oggi, e relatori saranno Bruno Di Marino, storico dell’immagine in movimento, Elisabetta Di Sopra, video artista e noi due in quanto relatori e direttori artistici.

Infine quest’anno il festival ha deciso di creare uno spazio dedicato ad un grande artista contemporaneo. La scelta è ricaduta su Melanie Smith, artista internazionale di chiara fama. Melanie Smith, dopo più di un colloquio ha deciso e condiviso gli obiettivi del festival aderendo con un’opera video, una trilogia per l’esattezza: Parres Trilogy, che è stata proiettata in luoghi di prestigio come il MoMa di New York, la TATE Gallery di Londra e al Museo di Arte Contemporanea di Barcellona (MACBA).

Il cuore del festival saranno le 3 serate di venerdì 26, sabato 27 e domenica 28 aprile alla Fabbrica delle Candele di Forlì, dove ci saranno proiezioni di varie sezioni in ciclo continuo, installazioni, e nella sala spettacolo si alterneranno performance live e concerti di musica elettronica. Tra i nomi live di questa quarta edizione abbiamo Francesca Fini, ØKAPI con un tributo a Bruno Munari, il coreografo e filmmaker Jacopo Jenna e Basmati Film di Bologna. In pratica un’edizione piena di novità e stimolante da tanti i punti di vista.

Qui Maggiori informazioni su IBRIDA FESTIVAL , a Forlì, dal 26 al 28 aprile 2019

Utlima modifica: 2 Aprile, 2019



Condividi