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‘A domani’: il cortometraggio che sospende il tempo tra due sguardi

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Nel territorio, spesso affollato e prevedibile, del cortometraggio contemporaneo, A domani di Emanuele Vicorito si distingue con una sicurezza silenziosa, evitando sia l’estetismo fine a sé stesso sia la tentazione del racconto “a tesi”. Distribuito da Pathos Distribution e disponibile su RaiPlay dal 23 marzo 2026, questo dramma breve riesce a condensare in poco più di un quarto d’ora un universo compatto, attraversato da tensioni sottili e sfumature emotive che lo rendono memorabile ben oltre la sua durata.

Fin dalle prime immagini si avverte una scelta precisa: non forzare l’attenzione dello spettatore, ma conquistarla gradualmente. A domani non si offre subito, preferisce emergere poco a poco, lasciando che sia lo spettatore a trovare il passo giusto. La sua collocazione nel genere drammatico italiano aggiunge uno spessore ulteriore, sottolineando come la sensibilità poetica del regista sappia dialogare con un contesto narrativo concreto e riconoscibile.

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Un incontro come frattura

Al centro del racconto c’è un episodio elementare: un giovane detenuto (Angelo Caianiello) e una ragazza che arriva dall’estero (Mia Russell) si trovano a condividere un breve spazio di tempo. Ma quella che potrebbe sembrare una situazione lineare diventa, sotto lo sguardo del regista, una vera e propria incrinatura nel reale.

Il film non cerca svolte narrative né momenti risolutivi. Si concentra piuttosto su ciò che accade tra un istante e l’altro, nella zona intermedia dove nasce l’attrazione e la complicità, senza dichiararsi mai del tutto. Il legame tra i due protagonisti resta volutamente indefinito: non si lascia rinchiudere in categorie rassicuranti e mantiene fino alla fine una qualità sfuggente, quasi instabile. È proprio questa ambiguità a renderlo credibile.

Lo sguardo sospeso

In A domani tutto ruota attorno alla delicatezza dell’incontro tra i due giovani. Il film esplora con attenzione i piccoli gesti, gli sguardi e le pause che costruiscono una connessione fragile e intensa, fatta di vicinanza e distanza allo stesso tempo.

La scena finale, in cui Arturo viene richiamato e vediamo il carcere minorile di Nisida solo di sfuggita, interrompe il momento romantico senza svelare il futuro dei due, lasciando lo spettatore sospeso tra ciò che è accaduto e ciò che potrebbe accadere.

Qui lo spazio serve a segnare la tensione del distacco e a sottolineare la brevità e la preziosità di quell’istante condiviso. L’orizzonte emotivo del corto si costruisce tutto sul legame che nasce e sulla sua fragile intensità, rendendo il “domani” più una promessa che una destinazione concreta.

Un linguaggio visivo essenziale

La messa in scena di A domani si gioca in una tavolozza ridotta, quella del bianco e nero, che conferisce alle immagini una qualità quasi eterea e atemporale. Il monocromatico non è un vezzo nostalgico, ma una scelta che concentra l’attenzione dello spettatore sull’essenza della vicenda: volti, contrasti interiori, texture di luce e ombra che accompagnano ogni scena.

In questo senso, il film si inserisce in una tradizione visiva che va dai corti d’autore contemporanei in bianco e nero, elogiati per il loro rigore estetico e la loro intensità, fino ad esempi più lunghi come Frances Ha (2012) e The Artist (2011), dove la monocromia contribuisce a definire atmosfera e tono emotivo con grande precisione.

Presenze che restano

Il lavoro degli attori in A domani è uno dei punti di forza del film. Angelo Caianiello (Ultras) e Mia Russell (Camilla) hanno vinto il premio come miglior coppia alla IV edizione del Fernando Di Leo Short Film Festival (agosto 2025). La loro chimica è immediata: ogni sguardo, ogni gesto, appare naturale e carico di significato.

Caianiello, in particolare, incarna con credibilità uno scugnizzo napoletano, evitando cliché e caricature, mentre la complicità con Russell rende il loro legame sullo schermo convincente e vibrante. In pochi attimi, i due trasformano lo spazio del cortometraggio in un piccolo mondo pieno di tensione ed emozione.

Oltre ogni semplificazione

Pur partendo da un contesto fortemente connotato, A domani evita qualsiasi riduzione schematica. Non costruisce un discorso dimostrativo, né cerca di orientare lo spettatore verso una lettura univoca. La dimensione sociale rimane sullo sfondo, ma non si impone come chiave dominante.

Questa scelta consente al film di mantenere una complessità rara, soprattutto in un formato breve. La detenzione minorile diventa una condizione da cui far emergere interrogativi più ampi, senza mai trasformarsi in argomento da esaurire o spiegare.

Un finale che continua

Il modo in cui il film si conclude è perfettamente coerente con il suo percorso. Non c’è chiusura, non c’è soluzione. Il racconto si interrompe lasciando intatta la tensione che lo attraversa, come se il suo centro restasse sempre un passo oltre ciò che viene mostrato.

Quello che rimane è una traccia, una sensazione che continua a lavorare nella memoria. Non tanto per gli eventi in sé, quanto per il modo in cui sono stati trattenuti, lasciati in sospeso. In un contesto in cui tutto tende a essere esplicitato, A domani sceglie una strada diversa: quella di un cinema che non esaurisce il proprio senso nel momento in cui finisce.

Ed è proprio lì, in questa apertura, che il film trova la sua forma più compiuta: non come risposta, ma come possibilità che continua a interrogare chi guarda, anche dopo l’ultima immagine.

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