Balada triste de trompeta di Alex De La Iglesia (Venezia 67esima edizione)

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Il cinema di Alex De La Iglesia è in continua evoluzione. Se le ultime pellicole (Oxford Murders, Crimen Ferpecto) facevano presagire la ricerca di una dimensione più commerciale, senza comunque rinunciare all’aria di cinismo dissacrante, oramai suo marchio di fabbrica, il regista spagnolo stupisce con l’opera più estrema della sua filmografia dai tempi di Perdita Durango. De La Iglesia si flette (e riflette) su se stesso concentrando diversi elementi della sua cinematografia.

Di fatto, Balada triste de trompeta ha il retrogusto malinconico di 800 Balas, la furia distruttiva di Perdita Durango, la dimensione tragicomica di Muertos de Risa, il tutto in una produzione che probabilmente è la più impegnativa che il regista abbia affrontato fino ad ora.

Il film racconta l’ossessione d’amore del pagliaccio triste, innamorato della trapezista, che è fidanzata con il capoclown, sboccato e violento. Questo, nell’essenziale, l’assunto di un pastiche iper-citazionista (da Freaks, a L’Uomo che Ride, al Dr Jekyll & Mr Hyde con John Barrymore) e decadente, che fonde elementi surreali ed estremi.

Sin dai titoli di testa si comprende come De La Iglesia abbia voluto sfogare tutta la furia dirompente del suo cinema, tanto che se un difetto si può trovare è proprio il caos del continuo videobombing di scene estreme, che sfilaccia la sceneggiatura nella seconda parte. Clown armati fino ai denti, uomini cannone sparati contro le pareti, orde di freaks affamati di vendetta e, su tutto, la storia spagnola dalla guerra all’attentato di Carcero Blanco nel dicembre del 1973. Per farsi un’idea, immaginate le visioni di un Tim Burton impazzito e sanguinario e vi troverete vicino a Balada triste.

Gianluigi Perrone

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