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Re:Visioni

‘Nightmare on Elm Steet’: Wes Craven e il mostro che uccise l’invincibilità dello slasher

Più che inventare Freddy Krueger, Wes Craven riscrive le regole della paura. Nightmare on Elm Street non introduce soltanto un nuovo villain: trasforma il sonno nell'ultimo territorio ostile e ridefinisce il linguaggio dell'horror moderno.

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Nightmare on Elm street

Per migliaia di anni l’uomo ha avuto almeno una certezza. Poteva chiudere una porta, abbassare una tapparella, spegnere una luce. Rifugiarsi da qualche parte. Anche quando il mondo fuori sembrava deciso a divorarlo, rimaneva un ultimo gesto capace di sospendere ogni minaccia: addormentarsi.

Poi, nel 1984, arrivò Wes Craven e decise che anche quello doveva finire.

È curioso come, parlando di Nightmare on Elm Street, quasi tutti inizino da Freddy Krueger. Dal guanto. Dal maglione. Dal cappello. Dal volto ustionato. È comprensibile. Freddy è uno dei design più riconoscibili della storia del cinema. Ma è anche il dettaglio meno importante del film.

Perché il colpo di genio di Craven non è un assassino. È un principio narrativo. Anzi, la distruzione di un principio narrativo che il cinema aveva dato per scontato fino a quel momento.

E quarant’anni dopo, il dibattito sul film continua a gravitare quasi esclusivamente attorno a Freddy Krueger. Il guanto con le lame.

Ma il vero capolavoro di Wes Craven non è aver creato un mostro memorabile.

È aver eliminato l’ultimo luogo sicuro rimasto allo spettatore.

Il cinema horror vive di regole. Craven decide di romperle tutte.

Ogni mostro, per quanto terrificante, stipula sempre un patto con chi guarda.

Lo Squalo resta nell’acqua, Jason lo trovi solo a Crystal Lake, Leatherface abita quella casa nel Texas, Michael Myers percorre le strade di Haddonfield.

Perfino Dracula, nella sua eleganza aristocratica, deve attendere un invito prima di entrare.

Cambiano i tempi, cambiano i volti, ma il principio rimane lo stesso: il Male occupa uno spazio preciso. È possibile evitarlo. Basta non andarci.

Craven comprende che quella convenzione, ormai, è diventata una cintura di sicurezza. Lo spettatore sa inconsciamente che, da qualche parte, esiste sempre un rifugio.

Così decide di distruggere proprio quell’illusione.

Non serve più uscire di casa, non serve più entrare nel bosco.

Basta fare quello che ogni essere umano è biologicamente costretto a fare.

Dormire.

È un’intuizione di una semplicità quasi imbarazzante. E proprio per questo geniale. Il sonno smette di essere una tregua e diventa il campo di battaglia. Da quel momento il letto non è più un luogo di riposo, ma una trappola perfetta.

Freddy Krueger non è soltanto un assassino; è l’abolizione del concetto stesso di rifugio.

Nightmare on Elm street

Freddy non caccia le sue vittime. Le aspetta.

È forse questa la caratteristica più sottovalutata del personaggio.

Pensiamo ai grandi killer dello slasher. Tutti agiscono. Corrono, inseguono, sfondano porte, si nascondono dietro un angolo.

Freddy, invece, è immobile. Non deve cercarti. Non ha fretta.

Sa già come finirà. Puoi bere litri di caffè. Puoi illuminare ogni stanza. Puoi circondarti di amici. Puoi prometterti che resterai sveglio tutta la notte.

Prima o poi perderai, non perché Freddy sia più intelligente; perché il tuo corpo lo tradirà.

Ed è qui che Craven compie un salto concettuale enorme. L’antagonista non è più un individuo. È una necessità biologica.

La stanchezza diventa il vero mostro del film.

Nancy Thompson non combatte Freddy.

Combatte il sonno.

Più resta sveglia, più aumenta le proprie possibilità di sopravvivere. Ma, contemporaneamente, più si priva del sonno, più perde lucidità, forza, razionalità. È una guerra impossibile da vincere. Ogni strategia di difesa coincide con una lenta autodistruzione.

È un meccanismo narrativo di una precisione quasi matematica.

Il vero orrore non è Freddy. Sono gli adulti.

C’è un altro elemento che spesso passa in secondo piano.

Freddy Krueger è morto e lo hanno ucciso gli adulti.

Più precisamente, i genitori di Springwood. Ed è una scelta che racconta molto dell’America dei primi anni Ottanta. Quella che, dopo gli anni della disillusione post-Vietnam e del Watergate, cerca di ricostruire un’immagine rassicurante della famiglia suburbana. Ville ordinate, prati perfetti, tende sempre pulite…alla fine risolve i suoi guai alla giustiziere della notte, alla vecchio West di Ford. E facendosi giustizia da soli generano un mostro che supera di molto le loro possibilità.

Craven scoperchia quel modellino e scopre il marcio.

Gli adulti mentono, nascondono, rimuovono.

Soprattutto, credono che i propri figli non debbano sapere.; ed è per questo che Nancy si trova così a pagare il conto di una colpa che non le appartiene. Freddy non perseguita degli adolescenti qualsiasi. Torna a reclamare il debito lasciato insoluto da una generazione convinta che bastasse eliminare il problema per cancellarne anche le conseguenze.

È una dinamica sorprendentemente moderna. I figli ereditano gli errori dei padri senza aver mai partecipato alla loro costruzione.

Il mostro, in fondo, è soltanto il sintomo.

Nightmare on Elm street

Wes Craven non era interessato al sangue.

Rivedere oggi Nightmare on Elm Street significa anche accorgersi di quanto poco assomigli agli horror contemporanei.

Il sangue c’è; gli effetti pratici sono magnifici ancora oggi, la morte di Tina sul soffitto resta una delle sequenze più iconiche della storia del genere.

Eppure non è questo il centro del film. Craven non lavora sull’impatto, che potrebbe fare scuola ancora oggi a tutti i James Wan che passano e ci illudono di poter tirare un altro Saw dal cappello e poi ci fanno Malignant.

Piuttosto lavora sull’attesa e su ogni scena è costruita come un dubbio.

“Sono sveglio?”

“Sto sognando?”

“È successo davvero?”

La distinzione tra realtà e incubo si sfalda lentamente, senza bisogno di spiegazioni o virtuosismi. Quando Nancy si addormenta in classe e la macchina da presa la segue nei corridoi deserti della scuola, il film smette di dirci dove siamo. Da quel momento ogni inquadratura può appartenere tanto alla realtà quanto al sogno.

È un’idea che il cinema copierà per decenni. Da il fallimento di Inception a Mulholland Drive, passando per il capolavoro di Paprika la manipolazione del piano percettivo diventerà una delle grandi ossessioni del cinema contemporaneo.

Craven lo faceva nel 1984 con una semplicità disarmante.

Tutti hanno copiato Freddy. Quasi nessuno ha copiato Wes Craven.

L’industria ha imparato la lezione sbagliata.

Ha preso il guanto. Le battute. Il volto ustionato. Le lame.

Ha trasformato Freddy e la sua pellicola in una mascotte pop, in un villain da merchandising, in una macchina da sequel sempre più grotteschi.

Quello che raramente è riuscita a replicare è il principio narrativo che rendeva possibile tutto questo.

L’horror funziona quando riesce a contaminare qualcosa che appartiene alla normalità.

Spielberg rende l’oceano un luogo ostile.

Gore Verbinski trasforma una videocassetta in una condanna a morte.

David Robert Mitchell fa della sessualità un vettore dell’orrore in It Follows.

Craven prende il gesto più universale, più innocuo, più inevitabile dell’esistenza umana e gli strappa via ogni innocenza.

È per questo che Freddy continua a vivere anche quando gli effetti speciali tradiscono la loro età.

L’idea no.

Le grandi idee non invecchiano.

Dormire non è mai stato così pericoloso.

È questo il motivo per cui Nightmare on Elm Street continua a funzionare quarant’anni dopo. Non perché Freddy Krueger faccia ancora paura. I mostri, prima o poi, invecchiano tutti. Ma perché Wes Craven ha avuto un’intuizione molto più rara di un buon villain: ha trovato una paura che non può essere confinata in un luogo. Puoi evitare un vicolo, un campeggio, una casa infestata. Puoi persino convincerti che i mostri non esistano. Ma c’è un appuntamento che nessuno riesce a rimandare per sempre. Prima o poi bisogna chiudere gli occhi. E quando un film riesce a trasformare un gesto così naturale nel più pericoloso che esista, allora non ha semplicemente creato un’icona dell’horror. Ha cambiato il linguaggio del genere.