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Uberto Pasolini: la mia Odissea nel cinema

Intervista al produttore ("Full Monty") e regista ("Still Life") Uberto Pasolini, che alla 20a edizione del SalinaDocFest ha presentato il suo ultimo film, "Itaca - Il ritorno"

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Uberto Pasolini al SalinaDocFest

Da quale cinema è nata la sua passione per quest’arte?

Il cinema si dice sia un’arte, ma lo è solo molto molto raramente. Sono pochi gli artisti nel cinema. Quanto a me, credo d’aver scoperto il suo valore quando ero un adolescente a Milano. Andavo alla Cineteca quasi tutti i giorni, forse per carenza di compagnia, di affetti. Ho visto tutto il cinema classico, che fosse russo, indiano, giapponese, europeo, americano, fra i 12 e 17 anni. Poi sono andato a studiare in Inghilterra. Avevo sviluppato una passione per il prodotto cinematografico, ma non avrei mai pensato che potesse essere una carriera. Credevo che avrei continuato a fare solo il consumatore di cinema. Ho cominciato a lavorare in banca, ma dopo un po’ mi sono stufato; avevo la convinzione che sarebbe stato meglio lasciare questo mestiere mentre ero ancora giovane, provando a entrare nel mondo del cinema.

Le sue prime sperienze nel mondo del cinema sono state nella troupe di due grandi film di Roland Joffè, Urla del silenzio (1984) e Mission (1986). Che ricordi ne ha?

Ho avuto molta fortuna e, per una serie di contatti, ho cominciato a lavorare nel 1983 come galoppino in The Killing Field, Urla del silenzio in italiano. Era un bellissimo film, girato principalmente in Thailandia, sulla tragedia della guerra del Vietnam in Cambogia e quel che ne è seguito con Pol Pot. Poi ho continuato, per dieci anni, a lavorare più o meno sempre con lo stesso produttore, David Puttnam, con il quale sono andato anche a Los Angeles alla Columbia Pictures. Ho fatto vari film e, via via, sono passato da galoppino ad aiuto regista a produttore esecutivo. Passati quei dieci anni, mi sono messo per conto mio, volendo provare a fare progetti che m’interessassero più direttamente.Still Life

Sul set di Mission che ruolo aveva? Immagino quel film sia stato una vera impresa.

Ero uno degli aiuti registi. È stato molto faticoso. Abbiamo girato per 14 settimane, 6 giorni alla settimana, con un caldo asfissiante. Oltretutto, ovviamente, gli aiuti registi lavoravano 7 giorni a settimana dopo i sei di riprese. È stata un’esperienza dura, intensa, però anche molto molto divertente. Dopo le riprese, ho continuato a lavorare nella sua postproduzione. Un’avventura ancora più interessante. In particolare, mi sono occupato della registrazione delle musiche per il film insieme a Ennio Morricone. Lui è venuto in Inghilterra e gli ho fatto da interprete, per organizzare il sound dei cori e le musiche con le due orchestre diverse che ha utilizzato: una di strumenti andini, l’altra la Filarmonica di Londra. Ennio Morricone era una persona squisita. Ricordo che mi regalò tutti i suoi dischi di musica assoluta, quella contemporanea, al di là delle colonne sonore. Allora mi sembrò un po’ impervia, ma sicuramente interessante.

Al SalinaDocFest siamo a un festival del cinema documentario. Che rapporto ha con questa forma narrativa cinematografica?

Purtroppo nessuno, nel senso che non ho mai fatto un documentario. Però, quando mi viene chiesto, da qualche giovane a me mal indirizzato, un consiglio su come fare cinema, io dico, prima di tutto, di fare l’opposto di quello che ho fatto io; in particolare, di dedicarsi al documentario e non alla fiction, perché il documentario ti obbliga a un’apertura alle vite, al mondo, che la fiction a volte limita. Io soffro d’aver passato 40 anni o più della mia vita a lavorare su pochi piccoli progetti che uscivano dalla mia testa, invece di dedicarmi a reali situazioni altrui, che fossero individuali o sociali. Per cui, sicuramente, se adesso potessi ricominciare, inizierei dal mondo del documentario.

Full Monty

La sua attività di produttore è stata insieme raffinata e con il colpo di Full Monty. Che cosa le piace di questa strada e cosa meno?

Quello che mi diverte di più è la parte creativa: lo sviluppo del lavoro sulla sceneggiatura, la ricerca dei luoghi, il casting, poi, quando si arriva al momento delle riprese, il produttore ha il ruolo ingrato di evitare i danni, risolvere i problemi, e smette d’essere un ruolo creativo. Quello che non amo assolutamente della produzione è la ricerca dei fondi, un processo tristissimo, molto frustrante, ma parte integrante del mestiere, purtroppo. Bisogna avere una resistenza e una cocciutaggine estrema, perché 99 volte su 100 la gente ti dice no. Allora devi aspettare, accettare ogni rifiuto, non farti smontare dalle opinioni altrui e cercare il prossimo possibile finanziatore e poi il prossimo ancora, finché qualcuno ti dà un pezzo da mettere insieme a un altro e ti permette di fare qualcosa comunque con meno risorse di quelle che speravi.

In vent’anni ha diretto solo quattro film, apparentemente molto diversi l’uno dall’altro. Cosa li lega?

Io non sono un regista, sono un produttore che ha fatto quattro regie, è un concetto completamente diverso. Ho fatto quattro regie su progetti che m’interessavano; d’altronde, anche tutti i film che ho prodotto erano partiti da me. Per cui, la differenza fra Full Monty e Machan è stata semplicemente che, nel secondo, ero io alla macchina da presa a dire agli attori cosa fare. Ma anche per Full Monty o gli altri film da produttore ero, comunque, sempre in sala di montaggio, la ricerca delle location l’avevo fatta io, lo sviluppo della sceneggiatura pure, quindi non c’è così tanta differenza. Ho semplicemente espanso il mio ruolo di produttore invadente. So che è molto difficile lavorare con me come regista, perché sono sempre convinto delle mie tante opinioni, spesso sbagliate, ma passare alla regia non ha cambiato particolarmente il mio lavoro. Certamente, però, è più divertente fare il regista, soprattutto se non si ha un produttore rompipalle come sono io.

Uberto Pasolini al SalinaDocFest

Uberto Pasolini al SalinaDocFest

Al SalinaDocFest ha presentato Itaca – Il ritorno. Che cosa l’attirava di più di questa storia fondativa della nostra cultura occidentale?

Soprattutto l’analisi dei rapporti familiari. Quando si è piccoli, ci raccontano delle versioni da bambini delle avventure o dei miti greci. Per l’Odissea ci vengono in mente le sirene (quasi sempre rappresentate come creature marine, quando, invece, erano creature del cielo), i mostri, i ciclopi ecc. Per quanto mi riguarda, anche quando ero giovane, non erano mai fonte di grande interesse queste situazioni avventurose, forse essendo io stesso una persona poco incline a queste cose. Quello che mi attirava erano le psicologie, i conflitti fra figlio e madre, i problemi di un ragazzo come Telemaco, che deve provare a crescere senza aver mai veramente conosciuto suo padre. Con il passare degli anni, ci si identifica più con Ulisse non come avventuriero, ma come una persona con gli obblighi e le colpe di chi non si assume il proprio ruolo familiare. O su cosa voglia dire essere moglie per tanti anni o su come si tiene un matrimonio insieme. Penelope ha aspettato, si è confrontata con se stessa, i propri desideri e le aspettative anche sociali della sua figura. Ha ritrovato il proprio marito, se l’è ripreso, accettando delle scuse che molte donne, oggi, forse non accoglierebbero, dopo che lui è stato lontano per così tanto tempo. Ulisse non ha nessuna valida ragione. Noi sappiamo che ha viaggiato tanto, ma si è fatto sette anni con una bella ragazza su un’isola, non è che stesse lì sempre a soffrire. Noi lo conosciamo all’inizio del poema che piange guardando il mare, perché vorrebbe tornare a Itaca, però, prima d’andar via, passa di nuovo l’ultima notte nel letto con Calipso; per cui questi pianti da coccodrillo, insomma, lasciano un po’ il tempo che trovano. È un mascalzone, fondamentalmente.

Infatti, nella sua lettura cinematografica della figura di Ulisse, ne fa anche un antieroe.

Per me è, sostanzialmente, un uomo che ha fallito. È stato lo schiavo sessuale di una donna, per quanto semidea. È partito da Itaca con tutti gli uomini migliori dell’isola e non è stato capace di riportarne nemmeno uno. Lo considero, per questo, un leader fallito. Questa realtà antieroica dei guerrieri che ci racconta Omero è molto umana, vera. È una delle grandi qualità di entrambi i suoi poemi, perché questa gente ha delle caratteristiche che sono le nostre. Sono le facce di tutti noi: l’abilità, la grettezza, il valore, il desiderio di vendetta, la vergogna. Sono delle persone, penso, in questo senso, molto compromesse. E, però, sono stati visti come eroi, come paradigmi del guerriero o della moglie. Poi, se uno legge il testo originale, è forte anche l’intervento divino, per cui, talvolta, queste figure accampano un po’ la scusa d’essere come teleguidati. Io credo che la psicologia di Omero sia molto complessa, ce la dimentichiamo un po’, perché abbiamo le immagini di serie televisive scadenti o di libri da bambini, che non ci raccontano questi dettagli.

Uberto Pasolini con la direttrice del SalinaDocFest, Giovanna Taviani

Uberto Pasolini con la direttrice del SalinaDocFest, Giovanna Taviani

Itaca – Il ritorno mi è sembrato un film con un’impostazione scenica da teatro shakesperiano.

Per me è un complimento, ma non conosco il teatro shakespeariano così bene da poter impostare su quello un mio film. Confesso d’essere abbastanza ignorante sul teatro in generale. In realtà, mi piacerebbe molto avvicinarmi al teatro, perché lavorare in scena con gli attori è una cosa straordinaria. Poi, lo stesso William Shakespeare si è ispirato alla cultura classica, però, in genere, scegliendo personaggi minori: quando scrive Troilo e Cressida, parla proprio della guerra di Troia, ma non fa un’opera su Achille. Io posso dire d’aver letto Omero molto più di Shakespeare, anche se, pure quest’ultimo, può essere portato sullo schermo in mille modi diversi. È un altro autore molto presente nella nostra cultura, per cui uno, in qualche modo, lo assorbe e lo restituisce. Di certo, Ralph Fiennes conosce benissimo Shakespeare sia come regista che come attore, è un maestro anche di quella lingua, per cui è un elemento che può venire direttamente da lui.

Come ha scelto il luogo in cui ambientare Itaca – Il ritorno?

In realtà, inizialmente pensavo di fare una versione giapponese dell’Odissea. C’è una variante di questa sceneggiatura in giapponese. Nel 1580, in Giappone ci fu una guerra che durò 11 anni, la guerra Onin, durante la quale tutti i clan del Giappone si divisero in due fazioni che si combatterono per la città di Kyoto che, dopo, era completamente distrutta, come Troia, quindi quei combattenti tornarono a casa, come nell’Odissea. Volevo girare con quell’ambientazione il film, rispettando l’architettura e la società giapponese. Mi sarebbe piaciuto molto farlo in questo modo.

Uberto Pasolini con il cast di Itaca - Il ritorno

Uberto Pasolini con il cast di Itaca – Il ritorno

Protagonisti di Itaca – Il ritorno sono due attori straordinari come Ralph Fiennes e Juliette Binoche. Che tipo d’interazione c’è stata sul set? Come si dirigono due attori di quell’immensa esperienza e talento?

La lezione maggiore che ho imparato sul set è lasciare spazio al talento, alla generosità, all’intuizione di grandi artisti come questi due attori. Più mi preparavo e sapevo esattamente quello che volevo da loro, peggio andava, nel senso che è inutile guidare gente di quella levatura, di quella profondità psicologica, esperienza, professionalità, se non gli dai spazio di esprimere tutte queste loro qualità. Per cui, certamente, ho comunicato loro delle idee, delle intenzioni, una mia comprensione sulla psicologia dei personaggi, però lasciando loro fare.

Ci sono dei nuovi progetti a cui sta lavorando?

Sì, ma non ne parlo per scaramanzia

Uberto Pasolini sul set di Still Life

Uberto Pasolini sul set di Still Life