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FESTIVAL DI CINEMA

‘Minhocuçu’: sotto la superficie

In concorso al Terra Lenta Film Fest, 'Minhocuçu', primo cortometraggio di Leonardo Branco e Lucas Campos, racconta il legame tra una comunità brasiliana e un territorio conteso, interrogandosi su chi rappresenti davvero una minaccia per l'ambiente

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Presentato in concorso al Terra Lenta Film Fest, Minhocuçu, primo cortometraggio co-diretto da Leonardo Branco e Lucas Campos, porta lo spettatore nel cuore dello stato brasiliano del Minas Gerais, dove la ricerca del minhocuçu – un grande verme utilizzato soprattutto come esca per la pesca – rappresenta da oltre un secolo il sostentamento di intere famiglie. Un documentario che osserva una pratica ancestrale per interrogarsi su chi, oggi, abbia davvero il diritto di abitare e difendere un territorio.

Scavare per vivere

I protagonisti non si definiscono raccoglitori, ma “cercatori di vermi”. Un’espressione che restituisce bene il rapporto con il territorio: ogni ricerca è fatta di esperienza, memoria e conoscenza della terra. Il minhocuçu non è soltanto un’esca per pescare, ma il sostentamento di intere famiglie, una pratica tramandata di generazione in generazione che ha contribuito a costruire l’identità di queste comunità rurali.

Eppure, il film racconta una realtà sempre più fragile. L’inserimento del minhocuçu tra le specie protette ha reso questa attività oggetto di controlli e repressioni. I cercatori parlano di interventi delle forze dell’ordine, di violenze, di case e negozi distrutti, spesso su pressione dei grandi proprietari terrieri. Allo stesso tempo, il documentario suggerisce come siano gli scavi minerari e l’agricoltura intensiva – in particolare le estese piantagioni di eucalipto – a compromettere realmente l’habitat della specie. Senza assumere i toni della denuncia esplicita, Minhocuçu ribalta il punto di vista dominante e invita a chiedersi chi stia davvero mettendo in pericolo quel territorio.

Un cinema che osserva

Branco e Campos scelgono di raccontare tutto questo attraverso un linguaggio essenziale. La macchina da presa è quasi sempre in movimento, segue i cercatori mentre attraversano boschi e sentieri, restituendo la sensazione di condividere con loro il lavoro quotidiano. Lo sguardo mantiene un carattere spontaneo, quasi amatoriale, senza rinunciare a un’attenta costruzione dell’immagine.

Colpisce soprattutto la decisione di non mostrare mai i volti dei protagonisti. I corpi vengono ripresi di spalle, in controluce, dal collo in giù o in campo lungo, come se l’identità individuale lasciasse spazio a quella collettiva. Non ci sono personaggi da trasformare in simboli, ma una comunità che si racconta attraverso i propri gesti.

Anche il paesaggio assume un ruolo centrale. Le riprese della campagna brasiliana si alternano a quelle del paese e dei lavoratori, mentre il suono delle foglie secche calpestate, della terra smossa e del vento costruisce una dimensione immersiva che accompagna lo spettatore dentro il ritmo della ricerca. Prima ancora delle parole, è il territorio a parlare.

Minhocuçu evita ogni semplificazione. Non mette in discussione la necessità di proteggere una specie vulnerabile, ma invita a riflettere sulle contraddizioni di una tutela che rischia di colpire proprio chi da quella terra dipende da generazioni, mentre altre forme di sfruttamento continuano a trasformarla in maniera ben più profonda. Nel suo sguardo paziente e privo di retorica, il film di Branco e Campos trova la sua forza più autentica: ricordare che comprendere un territorio significa anche ascoltare le persone che lo abitano.

Minhocuçu

  • Anno: 2026
  • Durata: 18'
  • Genere: Documentario
  • Nazionalita: Brasile
  • Regia: Leonardo Branco e Lucas Campos