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CORTOCIRCUITO

‘Celestiale’ – Beati gli afflitti, perchè saranno consolati

Tra spiritualità, desiderio e visioni psichedeliche, Nicola Garzetti racconta una crisi necessaria per riscoprire la fede oltre ogni certezza.

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Tra estasi, paura e rinascita, 'Celestiale' racconta il momento in cui l'io è costretto a lasciare andare le proprie certezze

Presentato a Corto Circuito Milano 2026, Celestiale di Nicola Garzetti si muove sul confine sottile tra spiritualità, desiderio e liberazione, costruendo un racconto che sfugge a qualsiasi lettura univoca. Ambientato in un convento prossimo alla chiusura, il cortometraggio segue Suor Celeste mentre decide di affrontare una paura che ha dominato l’intera sua esistenza.

Quella che inizia come una confessione si trasforma progressivamente in un’esperienza mistica, allucinata e profondamente umana, coinvolgendo una giovane consorella e Don Marco in una notte destinata a mettere in discussione ogni certezza.

Fin dalle prime immagini emerge una sensibilità registica che, per certi aspetti, richiama l’immaginario di Paolo Sorrentino. Non tanto per imitazione stilistica, quanto per la capacità di mettere in dialogo il sacro e il profano, la spiritualità e il desiderio, l’estasi e la fragilità umana. Garzetti costruisce così un racconto in cui la fede non appare come un rifugio ordinato, ma come una forza viva, inquieta e capace di attraversare il caos.

Celestiale | Fede, crisi e abbandono

Sin dalle prime battute, Celestiale rivela la propria chiave di lettura. Don Marco racconta al giovane ragazzo con cui intrattiene una relazione l’episodio evangelico della tempesta sedata da Gesù. Dopo aver ricordato i miracoli compiuti dal Figlio di Dio, il sacerdote richiama il momento in cui Cristo domanda agli apostoli impauriti:

“Perché avete paura? Non avete ancora fede?” (Mc 4,40)

La risposta del ragazzo ribalta però la prospettiva.

“E se quella non fosse una tempesta passeggera?”

“E se fosse il diluvio destinato a distruggere tutto?”

“E se proprio quella distruzione fosse necessaria per tornare a vivere?”

È una domanda che attraversa l’intero cortometraggio e che trova la propria incarnazione nel percorso di Suor Celeste. La crisi non viene presentata come un incidente da evitare, ma come un passaggio inevitabile. I personaggi si trovano davanti al crollo delle proprie certezze, delle proprie immagini di sé, delle strutture mentali che hanno costruito nel corso della vita. Eppure il film suggerisce che proprio lì, nel punto di massima vulnerabilità, possa nascondersi una possibilità di rinascita.

In questa prospettiva, Celestiale sembra avvicinarsi a una delle intuizioni più profonde della tradizione cristiana: la salvezza non passa attraverso l’eliminazione della sofferenza, ma attraverso il suo attraversamento. Non è un caso che nel Vangelo si legga: “Beati gli afflitti, perché saranno consolati” (Mt 5,4). La beatitudine evangelica non coincide con il benessere o con l’assenza di dolore; nasce piuttosto da una trasformazione interiore che spesso si apre proprio nella ferita.

Morire a se stessi per ricominciare

Per questo motivo il film può essere letto anche come una riflessione sulla morte, ma non nel senso più immediato del termine. La morte evocata da Celestiale è soprattutto la morte dell’io: delle sue difese, delle sue paure, delle sue pretese di controllo.

Molti passaggi della spiritualità cristiana si muovono in questa direzione. San Francesco d’Assisi la chiamava “sorella morte”, non come esaltazione della fine, ma come riconoscimento di una realtà che non va combattuta a ogni costo. Allo stesso modo, nel Vangelo, Gesù afferma: “Chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà” (Mt 16,25). È uno dei paradossi – ma la vita non è un paradosso? – più radicali del cristianesimo: ciò che siamo chiamati a perdere non è semplicemente la vita biologica, ma l’attaccamento a quell’immagine rigida di noi stessi che ci impedisce di cambiare.

In questo senso, la notte psichedelica vissuta dai protagonisti in Celestiale assume un valore simbolico che supera la provocazione superficiale. L’MDMA non è il centro del racconto. È piuttosto uno strumento narrativo che accelera un processo già in atto: l’abbattimento delle resistenze interiori. Quando Suor Celeste, Don Marco e la giovane consorella si lasciano attraversare dall’esperienza, non stanno cercando una fuga dalla realtà. Stanno abbandonando, almeno per un momento, il bisogno di controllarla.

La più profonda beatitudine non si trova nell’assenza della paura, ma oltre la sua ultima resistenza. Perché a temere la distruzione è sempre l‘io, con le sue certezze e le sue impalcature. E quando queste crollano, ciò che resta non è necessariamente il vuoto. Può essere, come suggerisce il film, l’inizio di una nuova forma di libertà.

Celestiale

  • Anno: 2026
  • Durata: 20'
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Nicola Garzetti