Attraverso la ricerca di una misteriosa apparizione legata alla casa d’infanzia del regista, il corto trasforma il cinema in un dispositivo che si interroga continuamente tra assenza e presenza dell’immagine. La sottile e sperimentale opera di Piton ci suggerisce come ogni immagine cinematografica non sia altro che uno spettro che continua a sopravvivere nel tempo. AL Pesaro Film Fest
In concorso alla 62esima edizione del Pesaro Film Fest, celebre manifestazione dal 13 al 20 giugno, lo sperimentale e a tratti controverso cortometraggio francese L’Image Fantôme scritto e diretto dal regista Emmanuel Piton. Lo short-movie è prodotto dal collettivo Zèro de conduite, mentre montaggio e sonoro sono affidati a Julia Brenier Caldera e Frank Lawrence. Non risultano invece attori accreditati in quanto il cortometraggio è frutto di un lavoro sperimentale e autobiografico.
Il regista Emmanuel Piton viene seguito da un un’immagine-fantasma nel tentativo di ritrovare una misteriosa presenza apparsa anni prima nella sua casa d’infanzia. Attraverso un viaggio tra memoria e visione, il cortometraggio esplora le tracce invisibili lasciate dal passato, trasformando il ricordo in un’esperienza estetica e spettrale.
Tracce dell’invisibile
L’Image Fantômedi Emmanuel Pitonsi inscrive pienamente in quella tradizione del cinema contemporaneo che non utilizza l’immagine per mostrare il mondo, ma per interrogare ciò che del mondo è scomparso. Girato in 16 mm e sviluppato attraverso procedimenti artigianali, il cortometraggio prosegue la ricerca dell’autore sui residui della memoria, sui luoghi abbandonati e sulle tracce che il tempo deposita sulle superfici.
L’origine del film è una confessione personale: nella casa dell’infanzia del regista sarebbe apparsa, anni prima, una presenza indefinibile, una forma, una presenza, un’immagine rimasta impressa nella memoria del luogo e dell’autore stesso. Il film nasce dunque come inseguimento di questa immagine perduta, come tentativo di rintracciare ciò che continua a esistere pur essendo ormai assente. In questo senso, L’Image Fantômenon racconta un fantasma: è esso stesso un fantasma.
La teoria dello spettro: Derrida e il cinema dei ritorni
L’intero impianto del film può essere letto attraverso la nozione di “hauntology”elaborata dal filosofo francese Jacques Derrida. Per Derrida, lo spettro è una presenza che non coincide né con l’essere né con il non-essere; esso abita una soglia temporale in cui passato e presente cessano di distinguersi nettamente. Il fantasma cercato da Piton non è dunque una figura soprannaturale, ma una persistenza temporale. La casa filmata diventa un archivio vivente, una struttura capace di trattenere eventi trascorsi e di restituirli sotto forma di vibrazioni, ombre, impressioni. L’immagine cinematografica assume qui la funzione che Derrida attribuiva allo spettro: rendere visibile ciò che non può essere pienamente presente.
La casa come dispositivo mnemonico
La riflessione di Piton dialoga anche con una chiara fenomenologia dello spazio: la casa dell’infanzia non è un semplice contenitore di ricordi, ma una struttura psichica che continua a vivere dentro il soggetto. In L’Image Fantômela casa non viene documentata come luogo reale; viene invece attraversata come una mente. Ogni stanza sembra custodire una sedimentazione temporale. I muri diventano superfici di registrazione, quasi lastre fotografiche sulle quali il passato continua a impressionarsi. La ricerca del regista non è quindi
L’immagine analogica come corpo del tempo
Uno degli aspetti più significativi del corto è l’utilizzo della pellicola 16 mm e delle pratiche di sviluppo manuale. Piton appartiene a quella corrente del cinema sperimentale contemporaneo che considera la pellicola non come supporto neutro, ma come materia viva. Le abrasioni, le alterazioni chimiche, le sovrimpressioni e le impurità dell’emulsione non costituiscono difetti: diventano manifestazioni visibili del tempo.
Qui il dialogo teorico più evidente è col semiologo Roland Barthes. Quando Barthes descrive la fotografia come testimonianza di un “è stato”, individua nell’immagine analogica la traccia materiale di una presenza ormai scomparsa. Piton radicalizza questa intuizione: la pellicola non documenta soltanto un’assenza, ma la produce. Ogni fotogramma appare come il residuo fisico di qualcosa che si è già allontanato.
Tra documentario e seduta spiritica
La filmografia del regista ha sempre oscillato costantemente tra documentario e sperimentazione, come dimostrano del resto gli altri cortometraggi Les petits outils (2018) e Enez (2022). E Anche in questo caso il mini-film sembra collocarsi in una zona al limite: osservazione del reale e evocazione immaginaria convivono senza mai risolversi l’uno nell’altro. I fantasmi non sono figure irreali ma modalità attraverso cui il passato continua a esercitare effetti sul presente. La macchina da presa diventa allora un ulteriore medium; non registra semplicemente ciò che vede: tenta di captare ciò che sfugge alla visione.
Il fantasma come forma del Nuovo Cinema
La presenza di L’Image Fantômenel concorso del festival pesarese appare particolarmente significativa. Fin dalla sua fondazione, la Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro ha privilegiato opere che ridefiniscono i confini del linguaggio cinematografico e interrogano criticamente il rapporto tra immagine e realtà. Piton prosegue questa tradizione attraverso un gesto radicale: trasformare il cinema in un luogo di ascolto delle assenze. Se gran parte delle immagini contemporanee è dominata dall’immediatezza digitale e dall’iper-visibilità, L’Image Fantômesceglie invece la via della sottrazione. Il film non mostra un evento, mostra invece la difficoltà stessa di accedervi.
Vedere ciò che non c’è
L’Image Fantômesi presenta come una meditazione sulla sopravvivenza delle immagini. L’apparizione che ossessiona il regista non viene mai completamente restituita allo spettatore perché il cuore del film non è il fantasma, ma il desiderio di raggiungerlo.
Piton con la sua contorta ma sublime opera, sembra dirci che il cinema non è sempre e solo un’arte della presenza, ma può anche essere un modo per sopravvivere e mantenere il proprio passato. Ogni immagine è già un fantasma. E ogni fantasma è forse soltanto un’immagine che si ostina a non scomparire.