Disponibile in esclusiva su MUBI la parte I di I miei amici indesiderati (2024) di Julia Loktev (co-regia di Anna Nemzer), un polittico sui reporter russi dissidenti, di cui la piattaforma fornirà prossimamente anche la parte II. Una scansione narrativa dal respiro romanzesco, che asseconda il sostrato (quotidianamente) avventuroso delle vite moscovite dei protagonisti della resistenza comunicativa, ma che risponde anche al criterio espressivo di ordinare un arco temporale condensato e tuttora bruciante: ne scaturisce un affresco in interni su un presente convulso e irrisolto, dal 2021, tempo di pandemia, fino all’attualità, con la guerra russo-ucraina in corso.
Prodotto negli Stati Uniti, nuova patria di Julia Loktev (1969) dall’età di nove anni dopo i natali a San Pietroburgo, e ideato in circostanze quasi casuali, a ridosso del conflitto, diventando con mesta imprevedibilità la radiografia di un versante taciuto della contempoeaneità, I miei amici indesiderati. Capitoli 1-3 travalica il format più incastonabile del documentario onnicomprensivo e chirurgico, intercetta la componente umana più invisibile e meno manualistica di ogni forma di opposizione organizzata: la compattezza solidale tra pari, che qui, attraverso la festosa amicizia, contrappone in filigrana il suo personale e civile anatema alle restrizioni, discriminazioni e condanne del regime. Su MUBI sono disponibili anche i capitoli 4-5, tutti complessivamente con il sottotitolo Last Air in Moscow.
Cronaca di una fine annunciata
Al principio c’è Julia Loktev, naturalizzata statunitense, già autrice dei lungometraggi di finzione Day Night Day Night (2006), su una diciannovenne kamikaze a Times Square, e The Loneliest Planet (2011) con Gael García Bernal, su una coppia in viaggio a piedi per l’Europa orientale, fino in Georgia, dove un incontro difficile innescherà un’indagine introspettiva. E in una Mosca innevata negli ultimi mesi del 2021, tra appartamenti privati, redazioni e bar, la regista incontra, dopo mesi di inasprimento della censura putiniana, un gruppo di donne-giornaliste che lavorano in canali alternativi a quelli ufficiali del regime (Tv Rain), voci alienate con la pubblica nomea di ‘agenti stranieri’ (ogni articolo, servizio e inchiesta deve aprirsi con tale disclaimer biecamente irrisorio, imposto dalle istituzioni governative).
Niente interviste programmate nella presa diretta di Loktev, solo racconti da parte delle protagoniste, che oscillano tra lo sfogo personale e il report su un paese ancora pulsante di anelito democratico, ma ridotto allo stremo delle sue libertà.
Ritratti di giovani in fiamme
Trasparente ma partecipe, Julia Loktev si defila dalla scena per cedere il volto e la parola (così tanto compromessa) ad Anna Nemzer, accreditata come co-regista, per ragioni anagrafiche primadonna gentile e volitiva di questo collettivo democratico, di questo gineceo impegnato, mamma lavoratrice che tenta di conciliare gli affetti con il giornalismo investigativo e che esige, per vitale prevenzione, un’attenzione ossessiva in qualsiasi dettaglio, anche quando deve fare un acquisto digitale con la carta di credito.
Si esprime anche Ksenia Mironova, a cui nulla impedisce di persistere nella sua opposizione, neppure l’arresto del fidanzato, in carcere da un anno. Tra le vicende e le confessioni plurime che si inanellano in un ritratto d’insieme su un intero paese, si staglia la parabola sociologica della graziosa Irina Dolinina, che vive con malinconica fierezza le stimmate famigliari dell’essere donna, dissidente, per cui isolata, sospettabile, disdegnata perfino dall’altro sesso.

Per lo più ventenni, professionali e integre, colte nella prosa redazionale o nell’intimistica convivialità domestica, alla luce tremolante del ricordo di colleghi uccisi, tra cui Anna Politkovskaja. Così affiatate e complici che, nella affinità intellettuali e nello sguardo politico condiviso, evocano un connubio femminile di epoche trascorse, scene di un boudoir ottocentesco 2.0, dipinto da un pittore impressionista o macchiaiolo. Ma dietro l’ironia dissacrante e ottimista (ma non imprudente) di queste ribelli disarmate della resistenza, dietro questo carnevale guerriero dello spirito, si intravede, senza maschere, l’ansioso disincanto e la paura destrutturata verso un’escalation totalitaria sempre più tentacolare e repressiva (dai venticinque ‘agenti stranieri’ del 2021, oggi se ne contano un centinaio).
L’amore sotto assedio
I miei amici indesiderati. Capitoli 1-3 registra in un fluviale flusso di microcoscienza collettiva (oltre tre scorrevoli ore) il particolare (dis)integrato nell’universale, l’autentico amore patriottico contro la supremazia oligarchica; la legge morale, dentro di noi, di utilità sociale contro la sottomissione nei rigurgiti del potere coercitivo; la forza di dare forma al proprio daimon socratico contro un autoritarismo che nega i diritti giuridici, reprime l’arte comica, alimenta la transfobia. In questa tensione tra opposti e nello scarto di visione tra l’immediatezza documentaristica e la consapevolezza dell’oggi si focalizza la statura epica di un racconto che si eleva progressivamente nella sua drammaticità civile. Julia Loktev spiega nell’intervista a MUBI:
Credo davvero che in questo film ci sia molto amore e che vada oltre l’amore romantico; è amore per il lavoro, per gli amici e per la comunità. L’ho anche sentito descritto come un “film da compagnia” e altri dicono che sembra un horror o un thriller, il che è divertente, perché sappiamo tutti come va a finire. Ve lo dico già all’inizio: tutti i personaggi lasciano la Russia. Non è tanto ciò che accade però, quanto il modo in cui accade.
I miei amici indesiderati, assurto a testimonianza retroattiva nelle derive belliche in costante aggiornamento, intercetta la fenomenologia politica di Putin sia come totem mediatico che come spettro più quotidiano del potere, ma soprattutto riesce a restituire il malessere sistematico e inibito di una società segretamente divisa, attraverso la vividezza dei caratteri e gli affondi autobiografici. I mancati inserti extradiegetici più frequenti del documentario statunitense (commento over esplicativo, integrazione di informazioni tecniche, reportage riassuntivi) inficiano l’ampiezza del quadro d’insieme, senza incrinare tuttavia la portata stratificata della ricostruzione polifonica del presente come Storia, dalla parte della barricata da cui in Occidente giungono racconti, ricostruzioni e battaglie destinati con cupezza a disperdersi.