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Conversation

‘Era’ Conversazione con Vincenzo Marra

'Era' di Vincenzo Marra racconta i nostri tempi con una commedia che reinterpreta la tradizione del grande teatro napoletano

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Fedele alla sua poetica il cinema di Vincenzo Marra continua a cambiare forma approdando alla commedia con Era in cui i richiami al grande teatro napoletano fanno da viatico a una storia che racconta i nostri tempi senza alcuna reticenza. Di Era abbiamo parlato con il regista Vincenzo Marra. Nelle sale con Leone Cinematografica.

Vincenzo Marra e il tuo Era

Rispetto alla tua filmografia Era rappresenta una piccola rivoluzione. Se La volta buona poneva una cesura rispetto a film come Tornando a casa, L’ora di Punta, Era, con i suoi richiami al teatro napoletano, rappresenta una nuova evoluzione del tuo percorso di regista.

La cosa che mi rende più orgoglioso, non da professionista, ma come essere umano è quella di non restare nella mia zona di confort. La ricchezza sta nella possibilità di raccontare storie diverse nel modo che meritano. La prima luce era già un film differente da quelli che hai citato e anche L’Equilibrio lo era, almeno dal punto di vista formale, per essere stato girato con cento piani di sequenza. Poi sono d’accordo con te nel considerare La volta buona una tappa di avvicinamento al nuovo film. Di Era sono orgoglioso e anche contento perché è la dimostrazione che se uno ha le idee chiare può anche cambiare genere di film avendo meno paura dei rischi perché poi le difficoltà sono state così grandi che uno sguardo meno attento del tuo ne potrebbe avere un giudizio fuorviante. Avere l’ambizione di far ridere, piangere e riflettere allo stesso tempo un’aspirazione talmente alta da sembrare quasi banale. Per quanto mi riguarda penso di esserci riuscito, ma non sta a me dirlo. Di certo pensare di far recitare insieme attori anziani alle prime esperienze e tre non professionisti provenienti dallo Sri Lanka era una vera e propria scommessa.

Quanto hai appena detto mi permette di introdurre il discorso sulla continuità di Era rispetto ai film precedenti e dire che qui, come altrove, hai dimostrato di saper fare cinema a qualsiasi condizione adattandoti ogni volta alle esigenze produttive senza perdere nulla in termini di sguardo e contenuti.

Questo complimento lo prendo di cuore anche perché sono sicuro che uno sguardo attento come il tuo si è accorto di certe difficoltà e le ha sapute mettere in conto quando si è trattato di analizzare la qualità dei film. Per usare un termine utilizzato nel calcio, altra mia grande passione, mi limito a dire che rispetto a ciò che ho ricevuto sono sempre riuscito a portare a casa plusvalenze. Lo so che oggi si valuta tutto in termini di numeri e di profitto però è bello che una persona appassionata come te sia qua a intervistarmi contestualizzando il mio lavoro con spirito appassionato e corretto.

L’altrove e l’universale

Nel tuo cinema hai raccontato spesso l’altrove. Era ne aggiorna le coordinate dicendoci che oggi è più vicino di quanto possiamo immaginare. Non c’è più bisogno di andare in un paese lontano perché è presente in mezzo a noi: addirittura vive dentro le nostre case, come succede nel caso di Lia costretta dalla necessità a farsi aiutare da una badante dello Sri Lanka.

A Napoli la comunità dello Sri Lanka è tra quelle più radicate ed è un bene perché l’Italia per ragioni demografiche è un paese vecchio e per avere futuro deve poter contare su forze nuove e vitali rappresentante da chi proviene da altri paesi. In questo senso Era non è solo una commedia, ma anche una storia d’integrazione che nasce dalla necessità di continuare a raccontare ciò che succede oggi nel nostro paese.

Quella di iniziare dal particolare per giungere all’universale è un percorso che nelle tue storie hai sempre perseguito. Anche qui succede la stessa cosa con la vicenda che parte da un interno borghese e da un nucleo famigliare per allargare il discorso alle vite degli altri.

La costrizione che spinge Lina a far entrare in casa sua la badante straniera si trasforma in bellezza e salvezza non solo per lei ma anche per le persone che le stanno attorno. Gli stranieri che vengono nel nostro paese svolgono una funzione fondamentale perché sono quelle che si occupano dei nostri genitori. Raccontarli è stata una grande opportunità e anche la possibilità di raccontare un aspetto poco approfondito.

Diversi registri

Hai accennato al fatto che in Era convivono diversi registri. Come nella vita, nella tua commedia si ride e si piange riflettendo sulla complessità dell’esistenza umana. Il tuo film lo fa senza reticenza non arretrando anche quando la realtà diventa dura da digerire come succede quando si diventa vecchi. Anche per questo il tuo è un film coraggioso.

Hai detto tutto tu. La mia idea era quella di provare a mettere tutto insieme per questo è stato un film difficile da realizzare.

L’incontro tra Lina e la badante ci dice, tra le altre cose, che stiamo perdendo la nostra identità perché alla fine Era è anche la storia di figli che non riescono più a occuparsi della propria madre.

Non siamo più in grado di occuparci del nostro passato e neanche della nostra memoria, tema da sempre presente nei miei film. Pur facendo  ridere questa storia parla di persone che nonostante tutto continuano a guardare il diverso con sospetto anche se poi penso che Napoli sia un’eccezione rispetto al razzismo imperante. Spesso in Italia ci dimentichiamo da dove veniamo e in un periodo di rigurgiti subculturali trovare l’occasione di poterlo ricordare per me era importante. In Era il discorso sulla memoria riguarda in prima battuta il passato doloroso, quello segnato dalle conseguenze della seconda guerra mondiale che gli anziani si portano dietro. Da lì il film attraverso la risata alza lo sguardo a significati più alti: interroga le nostre radici culturali chiedendosi chi siamo stati e cosa siamo diventati.

La sequenza iniziale di Era di Vincenzo Marra

La sequenza iniziale, quella in cui la protagonista e altre vecchiette  discutono sull’organizzazione di un pellegrinaggio religioso, è esemplare rispetto a quanto dicevi prima a proposito della crisi demografica dell’Italia.

È così. La scena ha radici profonde che risalgono a quando da bambino passavo le giornate con mia nonna. Quel ricordo è rimasto dentro di me per anni fino a quando ho sentito che era ora di ritirarlo fuori. Entrando nel merito della scena quella discussione è il modo con cui le vecchiette tentano di restare attaccate alla vita.

Il divertimento di quella scena nasce soprattutto dalle incomprensioni tra le parti in causa. In qualche modo Era parla di persone che non riescono a comunicare tra loro. Succede a Lia con i propri figli e all’inizio anche con la badante. 

Hai colto nel segno. Lì poi c’era anche l’idea di ritrarre una mamma napoletana fuori dai soliti stereotipi. Lia è accogliente, e questo lo dicono anche le tante volte in cui la vediamo aprire le porte nel corso del film. Allo stesso tempo però è anche una che non fa sconti, soprattutto ai suoi tre figli che non sono mai cresciuti.

Un legame con il teatro

Non è un caso che nel corso della discussione la mdp stacchi più volte su una serie di immagini che mettono in collegamento oggetti legati all’iconografia religiosa ad altre che si rifanno a mitologie pagane. Tutto il film infatti è attraversato dalla commistione tra sacro e profano, un po’ come succedeva nel Teatro Napoletano.

Dicono che i bei film si riconoscono in poche inquadrature. È una cosa che ho sempre in mente quando giro. In questo caso volevo sottolineare come esistono persone che vanno in chiesa e poi sono capaci di compiere le più grosse nefandezze. Attraverso un spirito gioioso e scoppiettante volevo comunque sfruttare ogni possibilità per aprire gli occhi e non avere uno sguardo piatto sulla realtà.

Era mantiene intatta la poetica del tuo cinema interpretando in chiave personale i richiami alla tradizione del grande teatro napoletano di Eduardo Scarpetta ed Eduardo De Filippo. Lo è per esempio la scelta di utilizzare il dialetto napoletano non solo in chiave realistica, ma anche tragicomica.

Oltre a quello era anche un modo divertente per rimarcare il fatto che si tratta di una lingua meravigliosa. Dopodiché anche il dialetto napoletano è utilizzato in maniera metaforica in una sequenza molto divertente di cui preferisco non parlare per non togliere allo spettatore il piacere di scoprire di cosa si tratta durante la visione del film.

Del Teatro Napoletano in Era c’è il fatto di essere scandito da una certa fatalità. C’è l’affabulazione, l’utilizzo della maschera e anche i figli mai cresciuti.

Se uno fa un film come il mio non può non ricordarsi dove è cresciuto e soprattutto dimenticarsi dei geni che hanno gli hanno dato lustro. Come giustamente dicevi ho cercato di renderli presenti in una nuova chiave in cui la tradizione è inserita in una rappresentazione realistica che non rinuncia al linguaggio cinematografico.

I luoghi di Vincenzo Marra

Lo si vede da come utilizzi un luogo classico del teatro di Eduardo De Filippo. A parte che si tratta di un ambiente borghese e non popolare come capitava nelle rappresentazioni del drammaturgo napoletano la casa di Lia è il punto di partenza per una ricognizione cinematica che esce dalle mura famigliari per vivere nel mondo circostante. Nelle strade della città e in un humus cittadino declinato secondo le abitudini della protagonista.

La mia ambizione era quella che hai appena detto. Di appartamenti che dovevano rimarcare un sapore vissuto da bambino ne ho cercati tantissimi per poi trovare quello del film nel quartiere borghese di Mergellina dove sono cresciuto. Apparteneva a una signora passata a miglior vita poco tempo fa. Coincidenza vuole che anche lei come Lia ci vivesse insieme alla sua badante. Su Facebook la figlia ha scritto che grazie al film è come se la sua mamma fosse un po’ rinata e questa cosa mi ha molto commosso.    

Nella scena in cui Lia e il figlio sacerdote visitano la casa di riposo l’utilizzo della voce alta e stentorea da parte della suora mi ha ricordato le rappresentazioni di Scarpetta ed Eduardo in cui il timbro vocale doveva essere elevato per essere sentito dalle ultime file.

Le tue considerazioni sono molto valide e mi fanno indubbiamente piacere per il paragone con due geni del teatro come Scarpetta e Eduardo. Detto questo in quella scena l’uso della voce alludeva alle persone che spesso parlano senza ascoltarsi.

Era: il titolo del film

Il titolo del film fa riferimento a una nota canzone del repertorio classico napoletano. Come in quella del film si narra la storia di un amore che muore e poi rinasce.

Il titolo ha quattro accezioni. La prima si riferiva a un tempo che non c’è più. La seconda alla distanza temporale con cui percepiamo eventi a noi vicini. La terza rimandava alla dea Era. La quarta invece è quella che hai detto tu. In questo senso è come se il film avesse quattro teste.   

La decisione di lavorare con attori amatoriali ha donato al film autenticità e freschezza. È stata una scelta coraggiosa e insieme sorprendente vista la bravura dell’intero cast.

Il casting non è stato facile perché si trattava di trovare degli ottantenni napoletani con caratteristiche psicologiche e recitative uguali a quelle che avevo in mente io e ancora tre attori sri lankesi capaci di parlare la lingua napoletana. Per trovarli ho provinato anche attori molto famosi ma non avrei mai accettato di mettere in scena un interprete conosciuto modificandone l’aspetto con un pesante make up. Il risultato sarebbe stato artificiale e posticcio.

La scena finale rappresenta una sorta di congedo dalla vita che hai girato come un unico flusso. La macchina che si muove nella notte sembra evocare l’idea di un ultimo viaggio.

L’idea era quella di evocare una vita che continua nonostante tutto. L’ho voluta girare nei luoghi della mia infanzia partendo dal quartiere di Posillipo. Per me i luoghi parlano, come, per esempio, Piazza Dante che mi ricorda mio padre e mio zio che non ci sono più. Lì avevo girato una sequenza molto bella di Vento di Terra a testimonianza che se posso mi piace utilizzare location legate al mio vissuto.

Il cinema di Vincenzo Marra

Parliamo del cinema che preferisci.

Mi piace il cinema che racconta le storie del nostro tempo. Non ne posso più di quei film in cui le storie sono scollate dalla vita, dalle persone e dai problemi di oggi. Io lo faccio da trent’anni e mi piacerebbe che ci fossero più registi interessati a farlo. L’intrattenimento va bene ma non deve essere predominante.

Era

  • Anno: 2026
  • Durata: 100'
  • Distribuzione: Leone Cinematografica
  • Genere: commedia
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Vincenzo Marra
  • Data di uscita: 26-March-2026