Una storia che sembra ispirata ad un romanzo, quella del film E.1027- Eileen Gray e la casa sul mare, mentre invece è tratta dalla storia reale dell’architetta e designer irlandese Eileen Gray e della sua celeberrima casa sul mare a Roquebrune-Cap-Martin (in Provenza-Alpi-Costa Azzurra), ancora oggi considerata un simbolo dell’architettura moderna e dell’affermazione di un’espressione e di un’estetica al femminile che non si sottomette al desiderio maschile di controllarla ed afferma il suo stile e la sua impronta di genere.
Campione d’incassi al botteghino tedesco e svizzero, a metà strada tra biopic e mockumentary, E.1027 – Eileen Gray e la casa sul mare, il film di Beatrice Minger e Christoph Schaub, nelle sale italiane dove sta ottenendo un buon successo, distribuito da Trent Film, racconta la storia della forza espressiva di un’artista polivalente, enigmatica e complessa attraverso un linguaggio visivo capace di rendere giustizia a lei ed alla sua opera. I registi del film esplorano infatti lo spazio architettonico e quello di genere, il conflitto tra punti di vista, il confine tra documentario e finzione.
Le linee, i colori e le forme della casa E.1027 (il nome della casa è un codice che nasconde i nomi dei due artisti, Gray e Badovici), che hanno reso iconica la sua opera diventano nel film parte integrante della narrazione, restituendo il ritratto di un’artista brillante che trascorse gran parte della vita all’ombra dei colleghi uomini ma che fu invidiata da loro per la sua creatività e per aver costruito una casa considerata un capolavoro, che ancora oggi
Un’artista bisessuale nella Parigi del Dopoguerra
Fu il padre, pittore dilettante, ad incoraggiare Eileen a dedicarsi alla pittura: a vent’anni, nel 1898, la ragazza frequentò la Slade School of Fine Art, dove studiò pittura, e fu tra le prime studentesse donne ammesse a studiare nella prestigiosa istituzione. Nel 1900, alla morte del padre, Eileen andò per la prima volta a Parigi con la madre, dove visitò l’Esposizione Universale, rimanendo influenzata dal nuovo stile Art Nouveau. La Gray decise così di trasferirsi a Parigi a studiare all’Académie Julian e all’Académie Colarossi e passò i successivi cinque anni fra Parigi, Londra e l’Irlanda.
Nel tempo i suoi interessi si spostarono dalle arti figurative a quelle applicate, ed Eileen iniziò a lavorare con le tecniche di laccatura dei mobili apprese da artisti giapponesi. Ma il suo successo arrivò nel primo dopoguerra a Parigi, con i primi incarichi di decorazione e arredamento di interni per appartamenti di lusso, in cui l’artista disegnò personalmente i tappeti e le lampade della casa, facendo costruire mobili e decorando le pareti con pannelli laccati di sua mano.
Grazie a questa attività la Gray riuscì ad aprire una piccola galleria a Parigi, in Rue du Faubourg Saint-Honoré per esporre i suoi lavori. Nel 1923 disegnò una stanza da letto-boudoir esponendola al Salon des Artistes Décorateurs, che ebbe recensioni in generale negative, ma che fu invece apprezzata dagli olandesi di De Stijl ed inviò dei suoi contributi al Salon d’Automne che vennero unanimemente lodati dagli architetti Gropius, Le Corbusier e Robert Mallet-Stevens.
Apertamente bisessuale la Gray, negli anni Venti, frequentò assiduamente i circoli lesbici dell’avanguardia parigina insieme a Romaine Brooks, Gabrielle Bloch, alla cantante Damia e a Natalie Barney. Fino al 1932, ebbe una relazione intermittente con Jean Badovici, architetto e scrittore rumeno col quale progettò e realizzò la famosa casa sul mare E.1027.
Pioniera del modernismo, specializzatasi in architettura d’interni e design e divenuta un’apprezzata rappresentante delle tendenze moderniste nell’arredamento, nel 1929 Eileen Gray realizzò in Costa Azzurra un rifugio modernista, intimo e radicale. Questa sua prima architettura, battezzata E.1027, dal codice che nascondeva i nomi degli artisti, legando le sue iniziali con quelle di Jean Badovici, fondatore della rivista L’Architecture Vivante e figura centrale dell’architettura moderna, con cui la progettò.
La casa sul mare: Gray versus Le Corbusier
La casa E.1027 ha la forma di una L, un tetto piatto e grandi finestre che si aprono dal pavimento al soffitto con scale a chiocciola che conducono alle stanze degli ospiti: è al tempo stesso una struttura aperta e compatta. La Gray disegnò il mobilio con criteri d’avanguardia, collaborando anche con Badovici – col quale convisse per anni nella villa E.1027 – nell’elaborazione delle strutture dell’edificio. Il suo tavolo circolare in vetro e la tondeggiante poltrona Bibendum furono ispirati dai coevi esperimenti Bauhaus di Marcel Breuer con le strutture d’acciaio tubolari.
Quando Le Corbusier, il famoso architetto franco svizzero, scoprì la villa, ne rimase affascinato fino all’ossessione, e costruì a sua volta una casa estiva dietro la E-1027, il celebre “cabanon”. La costruzione era così vicina alla villa da infastidire la Gray, ma sembra che l’architetto avesse sviluppato una tale fissazione da volerla osservare dal suo luogo di ritiro.
Non soddisfatto, nel 1939, quando la coppia si era ormai separata e la Gray aveva lasciato la casa, mentre era ospite di Badovici, Le Corbusier colse l’occasione per dipingere sulle pareti immacolate della E.1027 una serie di otto murales (senza il permesso della Gray), alludenti alla bisessualità della designer, e pubblicandone le immagini.
La Gray definì quei gesti un atto di vandalismo e chiese che venissero rimossi. Le Corbusier ignorò la richiesta e rimase nel ‘cabanon’ proprio alle spalle della casa, imponendo la propria presenza sul luogo fino alla sua morte.
Eileen rimase estremamente ferita dall’atto vandalico sia per le offese sessiste in esso contenute sia per l’aggressione all’opera da lei costruita con estrema perizia, per se stessa e per l’amato, perciò decise di non rientrare più nella E.1027.
«Al centro di questo film c’è un conflitto irrisolto – ha dichiarato la regista e sceneggiatrice Beatrice Minger – Si potrebbe sostenere che Le Corbusier non abbia fatto nulla di “sbagliato”: quando lui arrivò, Eileen Gray non viveva più nella casa, e Jean Badovici gli diede il permesso di dipingere i murali. Ma è accettabile appropriarsi della visione artistica di un’altra persona? Per me, no. Da questa inquietudine è nato il film. La violazione non riguarda solo le pareti bianche di una casa. All’inizio del Novecento, le artiste erano confinate agli spazi interni: arredi, decorazione, pittura, scrittura. Gray infranse quel limite entrando nel territorio maschile dell’architettura. Le Corbusier, lo “Zeus” del modernismo francese, reagì cercando di ricondurla al suo posto.»
«Gray dovette affermarsi come una delle prime architette in un mondo dominato dagli uomini – ha dichiarato il co-regista e co-sceneggiatore Christoph Schaub – Portò una voce femminile nel dibattito modernista. L’interesse di Le Corbusier per la sua casa generò una storia emotiva, quasi un dramma. Per raccontarla abbiamo scelto un approccio radicale: niente interviste, niente esperti, niente ricerca della “verità” documentaria. Abbiamo preferito l’astrazione: creare uno spazio cinematografico dove emozioni e domande potessero emergere. Un luogo in cui anche Eileen Gray potesse interrogare sé stessa.»