Dopo 5 anni dal successo della prima stagione, il thriller danese firmato Netflix propone una seconda stagione e una nuova indagine tratta dai romanzi di Søren Sveistrup.
La coppia di investigatori formata da Maia Thulin (Danica Curcic) e Mark Hess (Mikkel Boe Følsgaard) collabora a un nuovo caso, con la stessa chimica che aveva reso efficace la prima stagione.
Dove eravamo rimasti
Ripercorrendo le tracce della stagione precedente, L’uomo delle castagne inizia questo nuovo capitolo con un flashback nel 1992, quando un gruppo di ragazzini ritrova un cadavere in un bosco della Danimarca.
Copenaghen, 33 anni dopo: la detective Maia Thulin si occupa del caso di una madre vittima di stalking scomparsa nel nulla, e collega gli indizi a quelli di un caso precedente.
Gli omini di castagna seminati dal killer della prima stagione vengono sostituiti da una conta a nascondino, un indizio molto più inquietante se si pensa alla sua usuale associazione ad un gioco per bambini.
I messaggi inviati alla donna scomparsa ricordano un caso avvenuto un anno prima, mostrandoci parallelamente il dolore di sua madre Marie (Sofie Gråbøl) e di come stia elaborando la perdita.
Il fato vuole che la detective Thulin si ritrovi a collaborare nella squadra gestita da Sandra (Katinka Lærke Petersen) con il suo vecchio compagno e assistente Mark Hess, tornato in città per occuparsi di suo fratello.

Il ritorno del nordic noir
Nonostante il salto temporale a 5 anni dopo gli avvenimenti della prima stagione, L’uomo delle castagne preserva quell’atmosfera cupa, tesa e ansiogena tipica dei noir danesi.
Una caratteristica tipica di questa seria, nonché la chiave del suo successo risiede infatti nella trama avvincente ricca di colpi di scena, e soprattutto nell’interpretazione fedele dei suoi personaggi.
Al di là della linea temporale che segue gli eventi narrati tra il 1992 e il presente, le serie di questo genere si distinguono per lo sviluppo di trame parallele relative alle proprie dinamiche familiari (solitamente problematiche e fallimentari).
Inoltre, il legame e la chimica tra i due detective diventa il fulcro della serie, la quale sceglie di mantenere una continuità narrativa fedele allo stile della prima stagione.
Sicuramente la regia, a cura di Mikkel Serup e Kasper Barfoed, e le atmosfere fredde tipiche di questo genere hanno contribuito ad avvolgere lo spettatore in una fitta nube di segreti e scoperte agghiaccianti. Scelgono di rivolgersi ad un pubblico conosciuto, senza riassunti di trama e ulteriori spiegazioni di quanto accaduto 5 anni prima.

Nascondino
Il contesto narrativo si evolve, e diventa a tratti più inquietante e spaventoso rispetto alla stagione precedente, soprattutto se si pensa alla logica con cui gioca il nuovo killer: nascondino.
Se nella prima stagione le ricerche degli investigatori si basano su ciò che l’assassino si lascia alle spalle (omini di castagna), nei nuovi episodi de L’uomo delle castagne si parte da messaggi, video, e una filastrocca. Lo stalker non lascia oggetti, ma tracce in digitale.
Un killer che gioca a nascondino, e che tiene gli spettatori al di fuori della sua logica e del suo inganno.
Una modalità di approccio molto differente se si pensa a serie sullo stalking come You, sempre proposta da Netflix, in cui il protagonista (Joe Goldberg) ci porta all’interno del suo mondo e della sua mente malata fino quasi a comprenderlo.
L’ambientazione in Danimarca rende il tutto più concreto. Si tratta di uno dei Paesi europei più digitalizzati, in cui i cittadini utilizzano un unico accesso digitale per accedere ad una serie di informazioni personali.
Ma cosa succede se qualcuno sfrutta i tuoi dati con delle cattive intenzioni?