Connect with us

Approfondimenti

‘Keeper’, anatomia di un pregevole flop

Il nuovo film di Oz Perkins, molto al di sotto delle attese, evidenzia palesi criticità strutturali in fase di narrazione. Una gestione degli eventi superficiale e fragile che guarda alla dimensione B movie del genere horror

Pubblicato

il

Keeper

Da un po’ di anni l’imminente uscita di un film di Oz Perkins, una delle figure più interessanti dell’horror contemporaneo, si porta dietro aspettative enormi all’altezza del nome del regista. Dopo l’ottima prova col fincheriano Longlegs e la commedia horror The Monkey (l’ennesimo adattamento tratto da Stephen King), Perkins ci riprova con Keeper, un horror che aveva tutto, almeno in fase di impostazione, per rientrare tra le grandi pagine autoriali del nuovo horror.

 Invece nulla va come dovrebbe essere.

Ci troviamo dinnanzi ad un plot consolidato e perennemente ripetitivo del genere: più personaggi, e in questo caso due, che partono per un viaggio di piacere, trasferendosi nella classica baita, casa nel bosco : il centro del dispositivo horror. Keeper assomiglia molto ad un film di  Disney+ concepito e pensato per lo streaming di qualche anno fa : Fresh di Mimi Cave che vedeva l’innamorata Noa (Daisy Edgard-Jones) narcotizzata e ostaggio dell’affascinante cannibale interpretato da Sebastian Stan. Ma potremmo scomodare altre opere come The Witch di Robert Eggers per l’horror atmosferico e contemplativo o Hereditary di Ari Aster per l’uso dell’ambiente come disgregazione psicologica e simbolica.

Comprendendo le intenzioni di Perkins alla base di Keeper, il creare cioè un film che possa essere un ponte tra la convenzionalità e il folk esoterico horror, il suo ultimo lavoro è completamente condizionato da un’ambiguità sceneggiaturale che produce rilevanti indecisioni autoriali.

La circolarità narrativa e la debolezza di Keeper

Lo sceneggiatore di Keeper Nick Lepard, alla sua seconda scrittura solitaria dopo Dangerous Animals, concepisce una progressione drammaturgica abbastanza lineare nella quale la protagonista, Tatiana Maslany, deve prima orientarsi in una realtà che sembra un incubo e solo dopo affrontare la verità; il suo Malcolm, il proprietario della baita con cui ha una fragile relazione sentimentale, si scopre essere successivamente il destinatario di una maledizione ultracentenaria che lo pone come beneficiario di un rituale satanico, con vittime solo figure femminili, al fine di garantirgli vita eterna.

 Il meccanismo progressivo alla base della narrazione impostata da Lepard è piuttosto semplice. Creare un’escalation del conflitto nella quale ogni sequenza modifichi la situazione precedente spingendo il racconto verso una trasformazione irreversibile.

Keeper

Eventi deboli di un film debole

Una delle prime fondamentali criticità che emergono riguarda l’alterego di Maslany . Liz, l’eroina tragica della storia, costruisce degli episodi ripetuti che mirano a destabilizzare ogni sua certezza nel mondo reale. Man mano che il plot point del primo atto, la fantomatica torta, istaura il suo cambiamento piscologico, la protagonista viene inserita nel classico schema d’atmosfera che vede la casa come scenario onirico. L’innamorata rinchiusa nella baita inizia ad avvertire, nella sua solitudine, presenze inquietanti (la ragazza russa del cugino aggredita e uccisa nel bosco), vivendo esperienze allucinatorie in base alle quali non può non chiedersi se ciò che vede avvenga per davvero.

Keeper gioca molto sul disadattamento psichico di Maslany e sul suo rapporto conflittuale e di pericolo con la baita. Il film, già in questo aspetto, sviluppa una certa tendenza circolare e improduttiva in termini narrativi a partire dai vari climax.

Perché un evento debole non può non produrre una tensione con la storia rendendola contradditoria, , dando solo l’impressione di far progredire il film verso un reale cambiamento e avendo come unico effetto la riproposizione dello stesso schema. Questa è una delle principali motivazioni che fa oscillare l’opera di Oz Perkins tra un’imprecisa applicazione dell’horror psicologico e del mistery soprannaturale.

Abbondanza e discontinuità degli jumpscare

Perkins in Keeper ricorre ad uno dei marchi di fabbrica propri del genere, lo jampscare : una tecnica narratologico-estetica che mira a spaventare lo spettatore e far rimanere viva la sua attenzione nel ritmo del film. Una certa problematicità della loro applicazione nel corso della storia, riguarda l’essere degli eventi isolati a puro uso e consumo dell’intrattenimento dello spettatore. Quando  Keeper  ci presentta il passaggio onirico delle donne urlanti, sanguinanti e ferite che appaiono a Liz, quello che potrebbe essere una continuazione col montaggio di primi piani che vediamo, quasi come prologo visivo, ad inizio film, rimane invece inserito nei classici “colpi da spavento” o in delle semplicistiche immagini disturbanti. Se lo spettatore non riesce a capire il senso del plot della storia, questi eventi estremi diventano eccessivamente caricaturali e ininfluenti.

Ma un momento centrale che poteva attribuire una certa rilevanza al dispositivo dello jumpscare, avviene nel passaggio onirico finale con le diverse creature mostruose che circondano Liz, e che impersonificano tutte le donne sacrificate per la vita eterna di Malcolm; un passaggio che però arriva dopo la didascalica spiegazione dell’uomo che racconta tutta la mitologia della casa. In questo modo la sceneggiatura di Nick Lepard verbalizza la minaccia sovrannaturale, facendo perdere all’evento il suo carattere diegetico. Anche per questa gestione superficiale dei “colpi da spavento” senza una collaborazione equilibrata con i vari punti di svolta, Keeper  riesce a sabotarsi soprattutto nella sua tensione. Interrompendo il ritmo invece di ampliarlo.

Keeper

Liz e la sua non azione passiva

Oz Perkins è sempre stato abbastanza abile a sviluppare per i suoi personaggi femminili una chiara traiettoria interiore , che mediante l’horror o il thriller permetteva alle sue eroine di cambiare e riconoscersi attraverso l’azione. Lo vediamo in Gretel & Hansel, rivisitazione della celebre anti-fiaba dei fratelli Grimm, con il percorso di formazione della protagonista che nel bosco deve affrontare le proprie paure e i propri lati oscuri. Mentre nel meraviglioso Longlegs il regista americano fa ancora meglio come empowerment femminile dove storia personale e caccia al serial killer arrivano a creare un thriller psicologico che riesce bene ad allontanare lo stereotipo della scream queen.

Tutto ciò purtroppo non avviene con il personaggio di Tatiana Maslany. Liz subisce eventi in casa che sono fuori dal suo controllo, non riuscendo a reagire essenzialmente mai. E Perkins sempre abile a far affrontare un viaggio interno ai suoi personaggi nel mondo esterno, nella classicità dell’horror invece, nell’interno, appare in una notevole difficoltà. Keeper non ha quella lentezza profonda che progredisce per gradi, ma una circolarità che si ferma nella baita non permettendo all’alterego di Maslany di andare avanti, e di evolvere per il bene del film.

La baita dell’ambiguità, i limiti narrativi dell’ultimo Perkins

Essendo per ragioni famigliari vicino all’hitchcockiano Psyco (il padre Anthony era l’iconico Norman Bates), Perkins, probabilmente capace in questo di influenzare lo script di Lepard, cerca di ricreare un’identica suspense nella suggestione allucinatoria di Liz, un personaggio che per certi versi fa riemergere un’altra versione di Marion Crane.

Ma l’ignoto, qui, non è spiegato attraverso la psicologia del villain, come in Psyco, pretendendo di reggersi sull’arco psicologico di Liz. Un personaggio però, che essendo passivo, e quindi costretto a non agire, non riesce ad essere quell’asse emotivamente centrale probabilmente voluto dal duo PerkinsLepard. Passività che coinvolge anche il rapporto con Malcolm; un tentativo questo maldestro di costruire fin dal principio tossiche dinamiche di potere, attraverso la vulnerabilità domestica, e traducendosi continuamente nel corso del film  in una stabile sospensione del loro rapporto. Un epilogo relazionale conseguentemente risolto da una rapida evoluzione femminista. Liz si tramuta in una super Frankenstein misandrica che punisce la tossicità patriarcale in un’ennesima toppa narrativa.

Keeper

Keeper è quindi una grande occasione mancata da parte di Oz Perkins di accreditarsi, in modo definitivo, come conferma del nuovo cinema horror contemporaneo. Il regista di Longlegs prova a creare un film suggestivo e piano di simbolismi nel solco del miglior cinema d’autore. Una prova, però, fortemente indebolita da una sceneggiatura non altezza dei fasti a cui ci ha abituato Perkins. Keeper ha dalla sua una pregevole componente estetica di un prodotto pesantemente inficiato da evidenti carenze drammaturgiche.

Qui la recensione di Keeper di Nikol Zavalnyuk