In occasione della 26ª edizione del Korea Film Fest di Firenze, Ha Myung-mi (Her Hobby) presenta il suo nuovo lungometraggio, Hallan. La regista riporta alla luce uno degli eventi più violenti, sanguinosi e cruenti della storia della Corea del Sud: “il massacro di Jeju”, conosciuto anche come “4.3”.
Ci troviamo in un mondo sempre più diviso e complicato, in cui conflitti e guerre sembrano non affievolirsi mai. In cui un sentimento generale di rassegnazione misto a rabbia si fa spazio tra la folla, tra coloro che osservano impotenti ciò che sta accadendo ed altri che si trovano in prima linea a dover far fronte a situazioni in cui non vorrebbero essere coinvolti.
In un contesto geopolitico così fragile, ricordare il passato ed imparare da esso è essenziale. Per questo la regista sceglie di raccontare quello che per anni è stato un episodio dimenticato e nascosto, che ha visto come protagonista l’isola di Jeju e l’uccisione di più di 30.000 residenti da parte dei militari e della polizia sudcoreani.
La strage dimenticata

Il nucleo del racconto che troviamo in Hallan ruota attorno alla storia di una madre, Ah-jin, interpretata da una bravissima Kim Hyang-gi (Yeor-yeodeolb-ui sun-gan, Cashero), e la sua bambina, Hae-saeng (Kim Min-chae), che un giorno vengono separate e cercano di ritrovarsi.
Il 3 aprile 1948, la divisione del Paese in due zone di influenza, sovietica e statunitense, e le continue rivolte armate contro l’istituzione di un governo separato della Corea del Sud, porta lo stato a lanciare una durissima “soppressione” dei rivoltosi comunisti dell’isola di Jeju.
Terrore, sconforto e morte portano gli isolani a tentare di cercare la salvezza altrove, tra le montagne, verso la costa e il mare. Tuttavia, qualsiasi persona cerchi rifugio tra i boschi e senza un lascia passare certificato dal governo, viene considerata ribelle. L’ordine è di sparare a vista.
Nonostante la paura però, alcuni degli abitanti dell’isola, tra cui Ah-jin stessa, decidono di lasciare il proprio villaggio e andare verso le montagne. Si rifugiano all’interno delle grotte e cercano di organizzare nuove rivolte armate, nella speranza che arrivi il giorno in cui saranno nuovamente liberi di vivere senza paura alla luce del sole.
L’innocenza perduta

Ogni scena in Hallan è accompagnata da una melodia malinconica alternata al suono degli spari e alle urla degli isolani che vengono torturati. Le inquadrature si soffermano spesso sugli spazi disabitati dell’isola di Jeju e dei villaggi che la occupano. I corpi insanguinati, a terra, privi di vita, diventano parte integrante del territorio.
Al centro di questa desolazione la cinepresa ci mostra lei, la piccola Hae-saeng, che dà da mangiare ad un maiale.
“Ho paura. Tu non hai paura?”
Gli orrori della guerra si riflettono soprattutto sul suo comportamento. Infatti, sul suo volto non traspaiono più emozioni. Non piange, non urla, non si dispera e presto inizia a non parlare più. L’interprete, Kim Min-chae, nonostante la giovanissima età, riesce a regalare un’ottima prova attoriale che raggiunge il culmine in due momenti particolarmente emblematici.
Nel primo la vediamo tra le braccia della madre, mentre guarda negli occhi un soldato che punta loro un fucile contro. Non mostra paura, lo sfida con lo sguardo e con un gesto estremamente simbolico, gli sposta bruscamente l’arma e gli fa capire che quello che sta succedendo è sbagliato.
Nel secondo, vediamo Ah-jin apprendere che la figlia non riesce più a parlare a causa dei traumi subiti e le morti violente di cui è stata spettatrice. Prova a farle pronunciare la parola “mamma” senza riuscirci ed inizia a piangere. La figlia però la carezza dolcemente e le asciuga le lacrime mostrandole di essere felice di averla ritrovata, anche se ora non riesce più a parlare.
Anche le lucciole volano via

Nel corso del film emergono numerosi riferimenti culturali della tradizione coreana. La figura della sciamana o agli abiti ‘anti-pioggia’ creati con foglie e rametti raccolti nel bosco dai paesani del villaggio ne sono un esempio. Ci sono anche citazioni quasi dirette ad altri film, come Una tomba per le lucciole (1988), il capolavoro d’animazione firmato Studio Ghibli e diretto da Isao Takahata (La storia della principessa splendente).
Le lucciole in Hallan appaiono ad Hae-seng poco dopo aver iniziato il suo percorso da sola e le illuminano lievemente la strada. In entrambi i film, questi insetti, rappresentano la fragilità della vita, la perdita dell’innocenza e dell’infanzia a causa di una guerra non voluta. Fungono, inoltre, da presagio incerto sul futuro dei bambini.
Inoltre, sia nel film di Ha Myung-mi che in quello di Isao Takahata viene mostrato non solo il terrore provato per la guerra e la condizione dei bambini che si ritrovano a morire di fame, ma anche il sentimento di inadeguatezza che provano gli adulti nei loro confronti. Sia Ah-jin che Seita, protagonista del film di Takahata, cercano di fare del proprio meglio per poter aiutare la loro famiglia, ma la loro forza di volontà vacilla di fronte alla morte che li circonda.
D’altronde, si dice che la speranza sia l’ultima a morire, ma di fronte agli orrori della guerra anche essa si affievolisce.
Per chi combattiamo davvero?
Un ultimo elemento degno di nota da analizzare è raffigurato dal sergente Moon (Kim Won-joon). Nel corso del film lo vediamo mettere più volte in discussione ciò per cui combatte. Non è un automa, è un essere umano e presto si rende conto di quanto sia sbagliato togliere la vita a persone innocenti solo perché gli è stato ordinato. Chiede perdono a Dio per il sangue versato e, stanco di tutto, cerca di redimersi. Ciò che rappresenta è importantissimo perché mostra che la guerra è ingiusta e fa del male sia alle vittime che ai carnefici.
D’altronde, per chi o per cosa combattiamo davvero? Alla fine, se tutti gli uomini si rifiutassero, non sarebbe più possibile andare in guerra e le cose, forse, prenderebbero una strada completamente diversa.