Disponibile su Netflix dal 9 gennaio, People We Meet on Vacation, diretto dal regista statunitense Brett Haley, sembra arrivato nel momento ideale: l’inverno è nel suo punto più freddo e il pubblico è alla ricerca di evasione, sole e sentimenti.
Prodotto nell’ambito dell’accordo tra Netflix e Sony, il film si presenta con una confezione curata, una fotografia luminosa, una colonna sonora accattivante e un chiaro obiettivo: riportare in vita la commedia romantica partendo dal successo virale del romanzo di Emily Henry, amatissimo dalla community BookTok. Eppure, nonostante le premesse, il risultato non riesce ad essere all’altezza delle aspettative.
People We Meet on Vacation. Un’estetica patinata senz’anima

Al centro del racconto ci sono Alex e Poppy, due amici che, per quasi dieci anni, ogni estate si promettono una vacanza insieme, a prescindere dal luogo e dalle circostanze. I loro viaggi, sempre diversi e avventurosi, scandiscono il tempo fino a quando, improvvisamente, le loro strade si separano e i contatti si interrompono. Dopo anni di silenzio, sarà un viaggio fatale a riunirli.
Il film sembra avere tutte le caratteristiche di base del genere: personaggi con sguardi sognanti, lavori irrealistici rispetto al contesto contemporaneo, canzoni pop piazzate strategicamente per suscitare emozione. L’apertura, accompagnata dal brano Nana dei Polo & Pan, lascia presagire l’inizio di una grande storia, ma l’illusione si dissolve rapidamente.
Dietro i topoi del genere non emergono né cuore né una reale urgenza creativa. I luoghi attraversati — laghi, spiagge, città europee — restano semplici fondali anonimi, mai davvero connessi allo stato emotivo dei personaggi. Si viaggia nello spazio e nel tempo, ma senza che questo movimento generi una trasformazione autentica; nemmeno l’uso simbolico dei colori, il giallo per Poppy e il blu per Alex, riesce a suggerire una vera evoluzione.
Un confronto con Harry ti presento Sally
Il paragone con Harry ti presento Sally è inevitabile, e il film stesso sembra cercarlo: due amici che si incontrano da giovani, un viaggio iniziale condiviso, anni di frequentazione intermittente prima dell’amore. Ma ciò che nel film del 1989 appariva vissuto, umano e profondamente autentico, qui risulta artificiale e sintetico.
Dove Nora Ephron costruiva dialoghi brillanti e personaggi contraddittori, People We Meet on Vacation si limita a una successione di scene già viste: karaoke, finti matrimoni, situazioni imbarazzanti. Tutto sembra spuntato da un manuale di cliché, senza però rispettare i ritmi tipici della commedia.
Personaggi che non crescono
Alex e Poppy, interpretati da Tom Blyth (Hunger Games – La ballata dell’usignolo e del serpente) ed Emily Bader (My Lady Jane), rimangono figure bidimensionali. Lui è il classico uomo metodico, ansioso, timido; lei l’ennesima incarnazione dell’archetipo “adorkable”: disordinata, ritardataria, impulsiva, “diversa”.
Il problema non è il contrasto – che ha funzionato in innumerevoli rom-com – ma la totale mancanza di organicità.

Poppy non risulta particolarmente affascinante, una lista di luoghi comuni piuttosto che una persona reale. Quando il film prova, nel finale, a introdurre tematiche più profonde (cosa significa casa? quali compromessi richiede l’amore?), l’impatto emotivo è nullo, perché lo spettatore non ha mai imparato a conoscerla davvero.
Un copione privo di autenticità
La sceneggiatura, firmata da Yulin Kuang insieme ad Amos Vernon e Nunzio Randazzo, non riesce mai a giustificare davvero perché i due protagonisti non possano stare insieme fin dall’inizio. Ogni ostacolo appare forzato, ogni conflitto artificiale.
Persino gli attori sembrano non sapere bene cosa fare, come se fossero costretti a muoversi all’interno di una struttura priva di fondamenta. Blyth appare spesso assente, mentre Bader lascia intravedere un potenziale che però non trova spazio.
La commedia romantica è davvero morta?
Il film solleva una domanda più ampia: è ancora possibile oggi realizzare una commedia romantica?
Il genere ha conosciuto i suoi massimi splendori in periodi storici in cui era più facile credere nel lieto fine. Le grandi screwball comedies, con interpreti come Cary Grant e Katharine Hepburn, o le sceneggiature di Billy Wilder e Charles Brackett, vivevano di ritmo, intelligenza e scontro verbale. Oggi, il risultato più vicino a una riflessione autentica sull’amore sembra essere Past Lives di Céline Song, dove i rapporti umani sono complessi, incompleti, dolorosamente realistici. Lì, gli ostacoli non sono pretesti narrativi, ma la vita stessa.
People We Meet on Vacation avrebbe potuto essere un mosaico di ricordi, luoghi e trasformazioni emotive. Invece è un prodotto inautentico, privo di cura che si limita a replicare formule del passato senza comprenderle. Un film che parla di viaggio, ma non porta realmente da nessuna parte.