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‘Yellowjackets 3’, tra horror e trauma: la serie ritrova energia ma cerca una direzione

La terza stagione della serie cult creata da Ashley Lyle e Bart Nickerson disponibile su Paramount+ tra rituali, misteri e ironia nera: un passo avanti rispetto al passato recente, ma non ancora un ritorno alle origini.

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Da una nuova centralità narrativa, più spietata e divisiva, a un mistero nella foresta che continua a rifiutare soluzioni semplici, la terza stagione di Yellowjackets, la serie cult creata da Ashley Lyle e Bart Nickerson (The Originals, Narcos), si apre all’insegna della tensione e dell’incertezza. Disponibile in Italia dal 14 febbraio 2025 su Paramount+ con Showtime, per Paramount Skydance Corporation, il nuovo ciclo arriva dopo una prima stagione osannata e una seconda che aveva lasciato critici e pubblico più perplessi.

Il genere resta quello che ha reso la serie un caso televisivo: thriller psicologico con forti innesti horror e survival drama, attraversato da una satira nera sempre più consapevole. Ma al di là delle etichette, la vera posta in gioco è capire se Yellowjackets abbia finalmente ritrovato una direzione narrativa solida o se stia ancora cercando di orientarsi dentro il proprio, sempre più ingombrante, mito.

Yellowjackets: episodi stagione 3 – Guarda su Paramount+

Yellowjackets 3. La doppia linea temporale: la forza e il problema

Il marchio di fabbrica della serie resta la sua struttura a due tempi: gli anni Novanta nella foresta, con adolescenti costrette a reinventare la civiltà tra fame e superstizione, e il presente, dove le sopravvissute adulte convivono con ciò che hanno fatto — o scelgono di non ricordare.

La terza stagione conferma una sensazione ormai chiara: il passato è il cuore pulsante della serie, il presente il suo terreno più fragile. Nella foresta, ogni episodio aggiunge un tassello coerente alla lenta deriva morale del gruppo; nel presente, invece, la narrazione procede spesso per strappi, più efficace nei singoli momenti che nell’insieme.più frammentato, efficace nei singoli momenti ma meno coeso nel disegno complessivo.

La foresta rinasce come culto

È nel passato che Yellowjackets 3 torna davvero inquietante. Con l’arrivo della primavera, la sopravvivenza smette di essere pura emergenza e diventa sistema. Attorno a Lottie (Courtney Eaton\Simon Kessel) cresce una religione improvvisata, un culto pagano che mescola bisogno di controllo, trauma collettivo e suggestioni mistiche. Non è più solo fame: è ideologia.

La serie qui ritrova la sua vena migliore, raccontando come la violenza diventi rituale, e il rituale giustificazione. Le dinamiche di gruppo sono più chiare, più crudeli, e anche più credibili. È una discesa lenta, disturbante, che non ha bisogno di shock gratuiti per funzionare.

Shauna, fulcro emotivo di Yellowjackets

Se esiste un asse portante nella terza stagione è Shauna, interpretata da Sophie Nélisse nella linea temporale del bosco e da adulta da Melanie Lynskey. Nel passato è una figura sempre più spietata, incapace — o non disposta — ad aderire alla narrazione salvifica del gruppo. Nel presente, invece, la sua vita suburbana appare come una maschera sempre più fragile.

La forza del personaggio sta proprio qui: Shauna non è mai riconciliata, né con il trauma né con se stessa. La serie continua a usarla come lente per raccontare quanto sia sottile il confine tra adattamento e negazione, tra normalità e violenza latente.

Il presente: brillante a sprazzi

Se la foresta convince, il presente resta più irregolare. Non mancano momenti riusciti, soprattutto quando Yellowjackets riscopre il suo umorismo nerissimo, quasi da commedia dell’assurdo. Le situazioni domestiche, i dialoghi taglienti, l’attrito tra passato indicibile e quotidianità banale funzionano.

Il problema è la direzione: alcuni personaggi sembrano muoversi senza un arco narrativo chiaro, come se la serie esitasse a spingerli davvero oltre un certo limite. Il risultato è una linea temporale che intrattiene, ma raramente travolge.

Yellowjackets 3. Un cast che tiene in piedi la serie

Quando la scrittura non convince, è il cast a fare la differenza. Melanie Lynskey (Cercasi amore per la fine del mondo, Flags of Our Fathers), Christina Ricci (La famiglia Addams, Sirene), Tawny Cypress (Autumn in New York, World Trade Center) e Lauren Ambrose (In & Out, Giovani, pazzi e svitati) continuano a offrire interpretazioni solide, capaci di tenere insieme grottesco e tragedia.

Anche i personaggi secondari trovano finalmente più spazio, contribuendo a dare densità a un universo narrativo che rischiava di restringersi. La sensazione è che Yellowjackets sappia ancora scrivere personaggi memorabili, anche quando fatica a farli avanzare davvero.

Una serie che non chiede il consenso

Dopo otto episodi, è evidente che Yellowjackets non cerca più l’unanimità. La terza stagione è imperfetta, irregolare. Ma è anche viva, ambiziosa, ancora capace di sorprendere e trattenere l’attenzione dello spettatore. Non tutto funziona, ma quasi nulla è innocuo.

In un panorama televisivo sempre più addomesticato, Yellowjackets resta una serie che sporca le mani, che accetta di dividersi, di far discutere, di non piacere a tutti.

Conclusione: non perduta, solo ancora in cammino

La terza stagione di Yellowjackets non è un ritorno alla perfezione, ma è un passo deciso lontano dallo smarrimento. Tra horror psicologico, trauma generazionale e satira feroce, la serie ritrova energia e identità, anche se il percorso resta accidentato.

Forse Yellowjackets non sa ancora dove finirà. Ma finché continuerà a mordere così, sarà difficile smettere di seguirla.

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Yellowjackets 3

  • Durata: 58 minuti
  • Distribuzione: Paramount Skydance Corporation
  • Genere: Horror\Thriller psicologico
  • Nazionalita: America
  • Regia: Ashley Lyle e Bart Nickerson
  • Data di uscita: 14-February-2025