Je n’avais que le néant è un documentario di Guillaume Ribot dedicato alla realizzazione del capolavoro di Claude Lanzmann, Shoah. L’opera è presentata in concorso al Torino Film Festival.
Tra difficoltà e stratagemmi: il lavoro nascosto dietro Shoah
Con Je n’avais que le néant, Ribot indaga il dietro le quinte di un’opera monumentale che ha riscritto il modo di filmare e raccontare un evento indicibile come l’Olocausto. Giornalista e regista con una lunga esperienza nel reportage storico, Ribot si concentra sui duecentoventi minuti di materiale inedito che rivelano le difficoltà — emotive e pratiche — affrontate da Lanzmann per portare a termine il progetto. L’idea nasce dalla lettura del libro di memorie del regista francese, da cui Ribot trae l’intuizione di associare i testi alle immagini scartate durante la lavorazione di Shoah.
Il documentario ci riporta nel 1973, in Israele, quando Lanzmann si apprestava a iniziare un percorso durato undici anni: un cammino di ricerca, incontri, interviste e contemplazioni nei luoghi, oggi vuoti e silenziosi, dell’orrore. Un lavoro enorme sfociato in un film fiume di nove ore e mezza e in oltre duecento minuti di materiale tagliato. Partendo da questi elementi, Ribot riporta alla luce aspetti marginali del processo creativo: le difficoltà, gli ostacoli e gli stratagemmi adottati per intervistare gli ex membri delle SS, come Franz Suchomel. A causa del suo cognome di origine ebraica, Lanzmann faticava ad avvicinare alcuni dei carnefici; per parlare con Suchomel dovette quindi servirsi di un passaporto falso e di una telecamera nascosta.

Je n’avais que le néant – Shoah per Lanzman è un documentario di Guillaume Ribot, presentato in concorso al Torino Film Festival
Il viaggio interiore di Lanzmann
Je n’avais que le néant va però oltre il semplice making of, esplorando gli aspetti etici e metodologici che guidavano le riflessioni di Lanzmann. Al centro del suo pensiero c’era l’idea di realizzare un film sulla morte e sulla distruzione — realtà che lui stesso considerava “infilmabili”. Il titolo del documentario, quel “néant”, ovvero il nulla, diventa così la chiave di lettura del percorso del regista, restituito attraverso le lunghe riprese lente, i silenzi e gli spazi vuoti.
Centrali sono i momenti in cui Lanzmann appare nella sua intimità, interrogandosi sul senso stesso del suo lavoro. Una ricerca di significato a cui trovò riscontro nel libro Se questo è un uomo di Primo Levi, nel quale l’autore torinese racconta di aver chiesto a un soldato tedesco, dopo aver subito delle vessazioni, il perché di quegli atti, ricevendo come risposta: “Qui non c’è un perché”.
Da questa frase, come dall’intera opera di Lanzmann e dal documentario di Ribot, emerge l’orrore che si insinua nell’ordinario, ciò che Hannah Arendt definì “la banalità del male”. Lo si percepisce anche nelle interviste agli abitanti che vivevano accanto ai campi di sterminio, per i quali urla e spari erano diventati, col tempo, “abituali”.
Je n’avais que le néant è dunque un documentario che mette a nudo un’opera fondamentale come Shoah, concentrandosi soprattutto sull’aspetto interiore del regista: le sue paure, le sue domande, la sua ricerca non solo delle vittime ma anche dei carnefici — scelta che all’epoca fece discutere. È, in definitiva, un documento prezioso su un film che ha cambiato per sempre il modo di rappresentare l’Olocausto.