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FilmMaker Festival

‘The Vanishing Point’: in conversazione con Bani Khoshnoudi

'The Vanishing Point' di Bani Khoshnoudi esplora il confine tra vita privata e protesta pubblica, trasformando il dolore privato in testimonianza politica.

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Una strada di Teheran, il tremolio di una ripresa di un cellulare, un mattone raccolto dal marciapiede e tenuto stretto in una mano. La voce di una madre che si incrina. Lo schermo smette di delimitare e si apre come una soglia, un passaggio tra perdita privata e sfida pubblica, tra la capacità della camera di proteggere e la sua pari capacità di esporre al pericolo.

The Vanishing Point, presentato in concorso internazionale al Filmmaker Festival 2025 di Milano, si radica in questa soglia. Bani Khoshnoudi costruisce una matrioska del lutto di un intero paese, partendo dal nucleo più intimo, la sfera familiare iraniana, la sua per prima, per estendersi fino alle strade affollate e insorte della città.

In occasione della proiezione, abbiamo dialogato con la regista Bani Khoshnoudi, esplorando le immagini e le storie dietro il film.

The Silent Majority Speaks: la responsabilità dello sguardo

Nata in Iran ma cresciuta negli Stati Uniti, il suo primo ritorno avviene a ventidue anni per un funerale. «Sono andata con mia madre per una settimana» ricorda, «e poi sono rimasta un paio di mesi». Seguono quindici anni di viaggi continui, lavorando con artisti e cineasti a Teheran, finché le sue opere, politicamente senza compromessi, iniziano a scontrarsi con la censura e alla fine viene ufficialmente esiliata.

La distanza geografica, generazionale e affettiva, plasma il suo cinema, che resiste alle aspettative etnografiche e tratta invece l’Iran come un luogo di frattura e immaginazione politica. Il suo ultimo film, The Vanishing Point, prosegue su questa traiettoria, rielaborando vent’anni di suoi filmati clandestini in quella che lei definisce una “costellazione” più che un racconto, registrate tra un luogo e l’altro del paese. Sempre da una finestra, dalla strada, dai margini.

La maggior parte delle riprese risale alla lavorazione di The Silent Majority Speaks, documentario del 2009 che ricompone le immagini del Movimento Verde, una delle più significative insurrezioni popolari contro la dittatura. Come in quell’opera, Khoshnoudi privilegia un montaggio che disarticola la linearità narrativa, mettendo a nudo le fratture psichiche e politiche che attraversano l’esperienza quotidiana.

The Silent Majority Speaks segna anche il suo primo vero confronto con l’etica di filmare la rivolta. In un ambiente in cui le immagini sono al tempo stesso strumenti di resistenza e dispositivi di sorveglianza, riprendere corpi esposti, volti scoperti, gesti di dissenso, richiede un rigore assoluto. «Alcune persone non volevano essere riprese» ricorda. «Altre mi permettevano di filmare i loro volti e io pensavo: come puoi fidarti di me?». Sfoca i volti di chi le parla, ma non abbassa mai la camera.

Ciò che vede attorno a sé è necessità. «La gente filmava come se quei video avrebbero potuto servire come prova» spiega. «Oggi lo sappiamo, vediamo cosa succede a Gaza: le prove non cambiano nulla. Ma abbiamo comunque bisogno di tracce. Per capire ciò che accade e ciò che non accade. Filmano perché vogliono che vediamo. Così ho sentito la responsabilità di mostrare».

The Vanishing Point: architetture della memoria

Quando decide di realizzare The Vanishing Point, le è ormai vietato rientrare in Iran. In esilio, il film deve nascere dalla memoria, dall’assenza e da ciò che già esiste nella videocamera: anni di frammenti, appunti interrotti, registrazioni accidentali.

Incontra Claire Atherton due giorni dopo l’uccisione di Jina Mahsa Amini. La montatrice, storica collaboratrice di Chantal Akerman, lavorerà con Khoshnoudi alla costruzione del film. «C’era così tanto materiale» ricorda. «Ci siamo riviste un anno dopo. Tre settimane, otto ore al giorno, guardando tutto. Senza una struttura. Abbiamo fatto il film guardando le immagini».
L’inquadratura iniziale, catturata per caso, diventa il punto da cui si irradia il resto del film. Le altre riprese si dispongono attorno a essa creando una tessitura di tempi e luoghi: le strade di Teheran, gli archivi familiari, i corpi feriti dei manifestanti.

Il cinema di Khoshnoudi è politico perché è personale, e personale perché intrinsecamente collettivo. «In Iran abbiamo vissuto un trauma collettivo» riflette. «Ma mostrarlo non può riguardare solo la famiglia nucleare. Non mi interessano i film di personaggi. Voglio che le immagini riflettano il modo in cui vedo il mondo, la lotta collettiva contro il fascismo».

Il paradosso domestico

Una delle sue osservazioni più incisive riguarda la separazione e la continuità tra interno ed esterno nella vita iraniana, la vera architettura della repressione. Khoshnoudi descrive lo spazio domestico iraniano come un paradosso: un luogo privato e allo stesso tempo estremamente politico. «Custodiamo molti segreti dentro casa» racconta. «Lo spazio interno è completamente connesso allo spazio esterno. Ci comportiamo in modo diverso fuori. La casa è connessa alla strada. Di notte venivano con i manganelli gridando di rientrare. Abbiamo vissuto la resistenza sottoterra. Gli scrittori, le gallerie, gli incontri erano tutti privati».

Questa doppia vita struttura The Vanishing Point, costruito sul confine instabile tra ciò che può essere mostrato e ciò che deve restare nascosto. Ma oggi qualcosa si è incrinato. Dalla sfera privata emergono sempre più voci, soprattutto quelle dei genitori dei giovani uccisi dal regime.
Il dolore delle donne, e delle madri in particolare, non si registra solo come sofferenza ma sembra imprimere un movimento, trasformarsi in una forza che orienta la resistenza fuori dalle immagini convenzionali dell’attivismo.

La sua voce si abbassa. «Il dolore delle madri mi colpisce profondamente» confida. «La mia prozia ha perso sua figlia. Non l’ho mai vista piangere, non c’era spazio emotivo per farlo. Ora le madri e i padri dei ragazzi uccisi si incontrano. Qualcuno del Kurdistan trova qualcuno di un’altra città, entrambi con un figlio giustiziato. Fanno alleanze. Il dolore si sta trasformando in energia politica. Non resta più dentro».
Come madre riconosce ciò che cambia la sua visione: «Sto cercando di crescere mia figlia affinché sia già politicamente conscia a nove anni. Ha un ruolo da svolgere».

Verso una politica della risonanza

In The Vanishing Point si dispiega un archivio stratificato. Gli oggetti personali e gli interni domestici si intrecciano con filmati di strada, registrazioni anonime, immagini che emanano una forza poetica e una vicinanza insostenibile. Sono la testimonianza di un popolo che filma se stesso nella propria memoria, che rifiuta l’obliterazione.

Khoshnoudi non si vede come interprete, ma come custode. «Non abbiamo molte tracce di ciò che è accaduto nel 1988» ricorda. «Le esecuzioni… Forse un giorno troveremo gli archivi, se non sono stati bruciati. Queste immagini probabilmente non cambieranno il mondo, ma per noi contano. Ci aiutano a ricordare».

In Iran, la linea tra casa e strada, tra lacrima privata e urlo pubblico, è permeabile. La dittatura entra nel salotto con la stessa facilità con cui la protesta invade la cucina. Il cinema di Khoshnoudi compie il percorso inverso: riporta in superficie il privato, lascia parlare il dolore sepolto, trasforma il personale in politico.

The Vanishing Point

  • Anno: 2025
  • Durata: 104'
  • Nazionalita: Iran
  • Regia: Bani Khoshnoudi