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Approfondimenti

The square di Ruben Östlund inscena un esperimento sociale dall’esito incerto, nel quale qualunque forma di ottimismo egocentrico cerca di rappresentare la propria disarticolata avventura

Un’infinità di scene indimenticabili, piene di tensione, humor cinico e raggelante, accompagnano una narrazione attraverso una ricorrenza di topoi ben definiti con i quali rintracciare in modo microchirurgico le nefandezze di una torbida umanità

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YOU HAVE NOTHING: una scritta al neon su una parete dell’X Royal Museum. Un’installazione video di un uomo scimmia che ti osserva. Un’altra installazione rumorosa di sedie aggrovigliate in verticale che sembra stiano per cadere. Piccoli cumuli di calcestruzzo sul pavimento distribuiti in ordine: vietato fotografare! L’arte ci osserva.

The square è la nuova installazione da inaugurare: un quadrato delimitato da luci al led. “Il quadrato è un santuario di fiducia e altruismo entro i cui confini abbiamo tutti gli stessi diritti e doveri nei confronti degli altri.” Christian, il curatore del museo, deve organizzare al meglio l’inaugurazione dell’opera di Lola Rias, un’artista argentina, pertanto si sottopone a interviste attraverso le quali spiega che la più grande sfida sono i soldi; l’arte innovativa ha dei costi e in un pomeriggio si mette in gioco tutto quello che si spende in un anno. In imbarazzo rispetto alla richiesta della descrizione del sito nel quale si parla di “mostra- non mostra e di sito-non sito”, se la “cava” con la definizione banale del ready made: un’arrampicata sugli specchi! Recandosi al lavoro, c’è qualcuno che per strada in modo insistente chiede: “vuoi salvare una vita umana?”, ma tutti sono impegnati a percorrere indifferentemente il loro tragitto. Una donna arriva urlando, qualcuno la insegue e vuole ucciderla: Christian insieme ad un altro passante la protegge, sebbene rimanga sorpreso e impaurito dalla folle situazione che si è venuta a creare. Dopo qualche minuto il curatore si accorge di essere stato derubato di cellulare e portafogli, da qui un’escalation di eventi rivelano il vero volto di un individuo di fronte all’imprevisto e alla responsabilità. Due esperti di marketing vengono coinvolti nel progetto per il debutto dell’installazione in quanto occorre una comunicazione che si leghi alla cronaca, perché il messaggio artistico è un po’ generico e poco accattivante. La scelta sarà quella di un video di una piccola mendicante che attraversa il The square con un finale sorprendente che diventerà virale sulla rete. Ma Chistian è troppo impegnato a rintracciare gli eventuali rapinatori, localizzati attraverso il cellulare in uno stabile popolare di 15 piani, per occuparsi della scelta dei consulenti marketing: scrive e consegna personalmente una lettera a tutti gli abitanti dell’edificio.

Mentre le variazioni dell’Ave Maria di Schubert sono il ritornello musicale simbolico del film, occorre immaginare di essere in un quadrato, The square, una zona che va riempita di SENSO, occorre vegliare l’uno sull’altro mentre chiunque è obbligato ad aiutare l’altro. Non basta, bisogna scegliere da quale parte stare: I mistrust people o I trust people e se sei un trust devi lasciare nel quadrato cellulare e portafogli. Un’infinità di scene indimenticabili, piene di tensione, humor cinico e raggelante, accompagnano una narrazione attraverso una ricorrenza di topoi ben definiti con i quali rintracciare in modo microchirurgico le nefandezze di una torbida umanità. Una parabola esistenziale della quale La Zona di Rodrigo Pla, e i distretti di In time di Andrew Niccol erano stati il preambolo. Ma qui la piazza, l’agorà o meglio il quadrato 4×4, è la recinzione dei privilegi del benessere occidentale che si maschera di falsa etica attraverso la veste dell’altruismo e l’ipocrisia della accoglienza.

Imbarazzante è la scena dell’intervista alla presenza di un astante affetto da sindrome di Tourette; ancor più inquietante la scena di intimità nella quale si assiste alla contesa del condom usato. Tra i topoi ricorrenti della narrazione non manca la presenza del tema dell’elemosina: l’emblema dello spazio di falsificazione, il vero inganno. Ma la cena di gala è la chiave di lettura: mentre tutti elegantissimi sono seduti ai sontuosi tavoli imbanditi, il programma prevede che entri l’uomo scimmia, quello dell’installazione osservante; una voce fuori campo dà il benvenuto nella giungla, invitando alla prudenza e a non mostrarsi impauriti, perché solo se si rimane nel gregge nessuno si accorgerà della presenza dell’altro: la produzione di un artificiale bystander effect che sottopone a esperimento inconsapevole le privilegiate cavie presenti. Una (dis)umanità sottoposta alla lente di ingrandimento come nella Venere Nera di Abdellatif Kechiche.

Ispirato alla prima esibizione nell’autunno del 2014 al Vandalorum Museum di Värnamo, The square è un’ installazione diventata permanente al centro della piazza della città, il film ci pone di fronte all’estrema debolezza della natura umana che si fa miseria. Le domande che pone sono etiche, politiche, economiche, sociali: cos’è la giustizia, la ricchezza, l’uguaglianza, il rispetto, la fiducia. Di contro come vincere la diffidenza, il pregiudizio, l’individualismo di massa, l’indifferenza, l’indigenza. Affetto da un cedimento morale cristiano, e a tratti eccessivamente didascalico, il film inscena l’umano esperimento sociale dall’esito incerto, nel quale qualunque forma di ottimismo egocentrico va comunque alla ricerca della nicchia adeguata dove poter rappresentare la propria disarticolata avventura, con quel tanto di cinismo che porta a usare l’altro anzichè stabilire con esso una gratificante relazione, alla faccia dell’imperativo categorico kantiano. Le immagini hanno l’ultima parola, e quelle di Ruben Östlund ci lasciano afasici, perché la chiave di accesso al mondo sembra smarrita e l’imprevedibilità delle conseguenze rende anche l’etica della responsabilità assolutamente inefficace, perché la capacità di ordinamento dei processi umani e tecnici è enormemente inferiore all’ordine di grandezza di ciò che si vorrebbe ordinare. Il film pone lo spettatore di fronte a tutto questo, non negando alcun tipo di divertissement: la libertà di espressione, la pervasività dei media, l’accanimento dei social, l’assurdità di una realtà che non si riesce a sublimare neanche attraverso l’arte. D’altronde un Nessuno regola la vita di tutti, anche se Omero ci aveva avvertito che “Nessuno” è pur sempre il nome di “qualcuno”. Ma questo qualcuno non è di immediata evidenza.

Marx docet.

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