Barbara Bouchet: quaranta gradi all’ombra del lenzuolo

Cosa significa Barbara Bouchet per la generazione che oggi viaggia intorno o supera i cinquantacinque anni di età? Tante cose, e tutte decisamente sopraffine. Barbara Bouchet è stata davvero la bellezza più indagata ed esplorata nel cinema italiano degli anni settanta

Cosa significa Barbara Bouchet per la generazione che oggi viaggia intorno o supera i cinquantacinque anni di età? Tante cose, e tutte decisamente sopraffine. Barbara Bouchet è stata davvero la bellezza più indagata ed esplorata nel cinema italiano degli anni settanta. Ed indagata ed esplorata sino all’ultimo lembo di pelle. Ecco dunque già spiegato, proprio in pillole, il successo di tutti i suoi film. Perché tutto di lei conduceva, e continua a condurre, alla beltà più assoluta e più pura. Persino il suo cinema, oggi, viene riconosciuto all’unanimità ricercato ed ispirato, ma invece ieri, assolutamente, non veniva assorbito certamente in tali dimensioni di ampiezza. Ripercorrere oggi la storia del cinema interpretato da Barbara Bouchet significa ricordare, proprio antropologicamente più che storicamente, come era il pubblico che frequentava il cinema in quei meravigliosi anni: “semplicemente arrapato fino al midollo”, per dirla come il  Condor, un personaggio del fumetto quindicinale Lando, in voga estrema in quegli anni. Barbara Bouchet, lei stessa cioè, tanto per rendersi la vita più semplice possibile, e lo diciamo tra virgolette poi, ha percorso

il cinema italiano migliore, soprattutto nel decennio classico degli anni settanta, quello cioè che si è aperto con Zabriskie Point di Michelangelo Antonioni e con Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto di Elio Petri e si è concluso con Ciao maschio di Marco Ferreri. Ed in mezzo ci sono stati anche  Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci, Amarcord di Federico Fellini, Pane e cioccolata di Franco Brusati, Gruppo di famiglia in un interno di Luchino Visconti, Amici miei di Mario MonicelliC’eravamo tanto amati di Ettore Scola, Salò o le centoventi giornate di Sodoma  di Pier Paolo Pasolini, L’albero degli zoccoli di Ermanno Olmi, Cristo si è fermato a Oboli di Francesco Rosi, tanto per restare ancorati semplicemente a qualche titolo. Noi siamo convinti, oggi più che mai, che gli echi di tutti questi capolavori riecheggiavano sin dentro i fotogrammi dei film più decisamente popolari, popolareschi e sporcaccioni anche, per usare un termine indicato dalla critica cinematografica cattolica dell’Avvenire. Si insomma, nel cinema proprio e simile a quello di Barbara Bouchet interprete. Se in mente hai il cinema degli anni settanta non puoi prescindere assolutamente dalla filmografia popolare della Bouchet: Il prete sposatoIl debito coniugale, Non commettere atti impuri, L’uomo dagli occhi di ghiaccio, Non si sevizia un Paperino, Milano calibro 9, Amore vuol dire gelosia, L’anatra all’arancia, 40 gradi all’ombra del lenzuolo, Con la rabbia agli occhi, Tutti possono arricchire tranne i poveri, L’appuntamento (Dove, come, quando), Spogliamoci così senza pudor, Come perdere una moglie e trovare un amante, Diamanti sporchi di sangue, Liquirizia, Sabato, domenica e venerdì, La moglie in vacanza… l’amante in città, Sono fotogenico, Crema, cioccolato e pa…prika, Per favore occupati di Amelia, Perché non facciamo l’amore, Spaghetti a mezzanotte. Che amori di titoli, che suoni di parole, che amalgama riuscita, ripetuti anche uno dietro l’altro a creare un sottofondo profondo di sincera commozione.

Dice Barbara Bouchet: “… che amori di titoli certo. E assolutamente non li detesto, se può essere questo quello che volete sapere …”. La Bouchet in qualche maniera ci ha letto letteralmente negli occhi, ma non vi è, da parte nostra, assolutamente, quello che forse l’attrice poteva pensare, cioè la puzza, e glielo spieghiamo. Lei sorride, ci abbraccia. Il nostro continua ad essere, semplicemente, amore, puro, divertito,  gioia estrema, per questa cinematografia egregiamente pop, per questo cinema decisamente medio, di facilissima lettura, imperante negli anni sessanta e settanta, quel cinema che forse non faceva storia e non faceva nemmeno righe di curriculum di storia del cinema, ma era davvero la colonna portante della produzione nazionale. Un tipo di cinema che poi, personalmente, abbiamo visto sempre come proprietario di una grandissima forza di stimoli creativi, sia per chi lo faceva, anche nella maniera fotocopia, e per chi poi li vedeva. E Barbara Bouchet era davvero una professionista essenziale di questo tipo: un’artigiana squisita insomma, una professionista pronta a passare da un genere ad un altro, capacissima a travasare anche nei lavori di pura routine un pizzico di estro, un guizzo segreto, un tocco geniale, insomma il segno di un amore tangibile per il mestiere. Un mestiere che ormai, e da anni, Barbara Bouchet esercita purtroppo saltuariamente, quasi clandestinamente sembra, ed è un peccato. Cosa era successo nel frattempo? Semplicemente che, ad un certo punto, e quasi dall’oggi al domani, e in un periodo che parte proprio all’alba degli anni ottanta, i soldi per il cinema italiano finiscono. Inizia per le produzioni di massa un processo di vera e propria depressione, il risultato finale comporterà che un esercito di attori, di tecnici, di registi, di sceneggiatori, di doppiatori anche (perché in quel cinema la necessità spesso era il doppiaggio, e spesso anche per gli stessi attori italiani, perché magari se uno era bello forse non era bravo e viceversa), restavano praticamente a passeggio. Ed ecco Barbara Bouchet diventare allora istruttrice di aerobica e poi pittrice, ed anche di un certo talento. Ma il cinema in qualche maniera nel 2000 l’ha ricercata, e proprio la produzione di  Martin Scorsese che era a Roma per preparare un film evento, Gangs of New York. Era per Barbara Bouchet il ritorno nella produzione americana, e se vogliamo, proprio da dove la carriera cinematografica di Barbara Bouchet era partita. È stata la Bouchet, in qualche maniera, a tenere a battesimo con il film Una ragazza che voleva essere amata  (Sweet Carity) quello che è stato l’esordio nel cinema di Bob Fosse, il coreografo che immediatamente dopo, nel 1973, firmerà un film notevole come Cabaret. Il passaggio verso l’erotismo nella commedia italiana era intanto cominciato, o per meglio dire si stava radicando alquanto, nel contesto soprattutto della grande industria del cinema, con un buon film di Salvatore Samperi, Malizia (1973). Noi siamo quelli della scuola di Marco Giusti, proprio nel momento in cui dice che nel cinema di genere, e proprio in quello più scalcinato e genuino c’è passata la vita migliore. Migliore perché era la nostra.  Come non ricordare, ad esempio, le prime iniziative per aggirare i divieti al botteghino per i minori di anni 18? Noi che avevamo nel periodo pressappoco anche meno di quattordici anni? Insomma l’imperativo esistenziale, quotidiano, restava: come fare per poter varcare la soglia degli adorati Finalmente … le mille e una notte, Non commettere atti impuri, Il debito coniugale, anche de Con la rabbia agli occhi, L’uomo dagli occhi di ghiaccio, La Calandria o La dama rossa uccide sette volte, imperanti, divertiti e maestosi, nelle sale? In qualche maniera si faceva, e si restava davvero per ore poi incollati alle sedie, nel fumo e con lo sguardo sognante rivolto fisso al telone. Barbara Bouchet poi, undici anni di cinema affilato insomma,  negli anni che vanno dal 1970 al 1981, proprio un film pronto a tirare l’altro. E dopo? La sua filmografia, invece, in quel fatidico 1981, si chiudeva, e proprio dall’oggi al domani, misteriosamente, con Spaghetti a mezzanotte di Sergio Martino.Eppure il film di Martino era stato anche un grande successo di pubblico, abbiamo visto anche seduti in platea più di un critico integralista, decisamente divertito ed attento anche al succedersi degli eventi, davvero rocamboleschi poi, dove insisteva davvero un Lino Banfi da capogiro, un vero mattatore, anche un donnaiolo, sempre rincorso, acciuffato, malmenato, incasinato, costretto mezzo nudo sui cornicioni (… San Giuditta di Pordenone, attaccami al cornicione …) per sfuggire, beato lui, alle grinfie, in questo caso di Daniele Vargas, il cornuto di turno, un Banfi insomma in forma come pochi in quegli anni (Cornetti alla crema, Al bar dello sport, Vai avanti tu che mi viene da ridere, L’allenatore nel pallone, Il commissario Lo Gatto, tanto per citare cinque titoli da antologia banfiana), un film ricco inoltre di battute davvero fulminanti: “… Celeste che si riveste… Vuoi vedere che la storia del parrucchiere … Allora sono corna vere …”. Ma anche: “… Cosa è stato?….Niente… il vento, un’imposta che sbatte…Tesoro, andiamo che il risotto è un po’ scotto … “, “… Non le hai ancora messe via le mie scarpe alla Duilio?… Una bagnata e l’altra no…. Come mai?…”  “… sai com’è, un po’ piove, un po’ no …” o ancora:  “… certo é lui, è il mio amante,  l’ho nascosto lì fuori … sai è molto imbarazzante…”  “… imbarazzante? Ma se è vero lo sbatto di sotto….”,   e Banfi dal cornicione, senza più scarpe né pantaloni, “… mi sbatte di sotto il cornuto …”.  

Noi pensiamo che, davvero, ci vogliono in dotazione degli attributi di calibro per scrivere certe battute, anche in situazioni di trame semplicistiche o arruffate. Insomma, a noi Spaghetti a mezzanotte è parsa una realizzazione di Sergio Martino davvero degna della firma di Frank Capra. Ma la carriera di Barbara Bouchet, nonostante il ricco successo di Spaghetti a mezzanotte, non se ne giovò affatto. Resta un mistero ancora oggi, nella cronaca immediata del cinema italiano, tale situazione, alla quale, tra l’altro, la stessa Barbara Bouchet non sa precisamente dare una risposta certa. Ma noi pensiamo che, semplicemente per aver scelto di interpretare poi un copione come Non si sevizia un Paperino, che Lucio Fulci ha girato nel 1973, Barbara Bouchet deve restare menzionata negli annali del cinema proprio in eterno. Un capolavoro puro, netto, che procurò a Barbara Bouchet anche qualche grana personale: stressanti convocazioni in caserma, poi in tribunale, dove fu sottoposta addirittura ad un processo. La colpa addebitata all’attrice era il fatto di essersi denudata in scena, in quel tardo 1972, di fronte ad un bambino. Ma il buon Lucio Fulci, regista del film e vecchia volpe delle situazioni censorie del periodo, decisamente ridicole, aveva creato, giocoforza, l’alibi in anteprima: fare recitare la parte del bambino ad un adulto, esattamente ad un nano, il buon attore Domenico Semeraro, un personaggio contraddittorio alquanto, delle cronache romane, e che trovò la morte, assassinato, il 26 aprile 1990.

Da quell’esperienza, e proprio alla figura del nano Semeraro poi, il regista Matteo Garrone si ispirerà, anche se, come ha detto “… in maniera lontana …”, per girare il suo film L’imbalsamatore, che nella carriera di Garrone rimane il film che l’ha lanciato nelle orbite degli ultimi grandi autori del cinema italiano.

Utlima modifica: 25 Luglio, 2017



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