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Una notte blu cobalto

“La pellicola, diretta dal regista catanese Daniele Gangemi, è una black-comedy in salsa sicula che porta sul grande schermo le disavventure sentimentali e lavorative di uno studente”.

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Dopo due anni di limbo, trascorsi a macinare proiezioni nel circuito festivaliero internazionale dove si è aggiudicato il Platinum Remi Award per la miglior opera prima alla 42a edizione del Worldfest di Houston, Una notte blu cobalto approda nelle sale nostrane grazie alla Bolero Film. La pellicola, diretta dal regista catanese Daniele Gangemi, è una black-comedy in salsa sicula che porta sul grande schermo le disavventure sentimentali e lavorative di uno studente interpretato da un bravissimo Corrado Fortuna, perfetto ancora una volta nelle vesti di un personaggio dalla vita movimentata, come quello che lo ha lanciato in My name is Tanino (2002) di Paolo Virzì. L’attore si cala nei panni scomodi di Dino Malaspina per una sorta di road movie metropolitano porta a porta, che lo spingerà a mettere in discussione la sua apatica esistenza e il rapporto travagliato con la compagna Valeria (una Regina Orioli decisamente fuori allenamento, chiamata a fare i conti con il personaggio fotocopia già visto nel 2001 in L’ultimo bacio di Gabriele Muccino). Tutto è destinato però a cambiare nel giro di ventiquattro ore. Lo attendono infatti un lavoro come porta pizze per la misteriosa “Blu Cobalto”, dei clienti imprevedibili da soddisfare e una lunga notte dove tutto diventerà magicamente possibile, anche scegliere se essere felice.

Una notte blu cobalto si muove su un cambio continuo di registri che mette lo spettatore di fronte a una storia cangiante dai pochi alti e dai molti bassi. Vuole essere in primis una favola urbana dalle atmosfere surreali, in bilico tra sogno e realtà e, allo stesso tempo, un road movie alla Jarmush, animato da una galleria di personaggi strampalati e prigionieri della solitudine, ma a conti fatti non riesce a essere né l’uno né l’altro. Gangemi e la comitiva responsabile della sceneggiatura provano ad arricchire trama e personaggi di un velo da giallo vecchio stampo, ma il mistero legato alla magica polverina (allo spettatore l’arduo compito di capire di cosa si tratta) non basta a salvare un film che ha troppe lacune da colmare prima di poter raggiungere la sufficienza. L’originalità cede il passo all’ennesimo capitolo dedicato all’eterno romanzo sull’amore perduto, e il risultato finale non può che essere figlio di uno script fragile e discontinuo, che si tiene a galla esclusivamente grazie a un divertente e solido impianto dialogico, montato su un parco attori nel quale spiccano solo in pochi: il già citato Corrado Fortuna e l’ineccepibile Alessandro Haber che, nel ruolo del colto proprietario della pizzeria, regala perle di saggezza orientale a base di citazioni da “L’arte della guerra”.

Da parte sua il regista tira fuori dal cilindro qualche trovata visiva interessante, soprattutto nel pedinamento a mano di stampo documentaristico, e altre piuttosto leziose (vedi ad esempio la combinazione ottica di carrello e zoom) che fanno letteralmente a pugni tra loro e non consentono una chiara identificazione stilistica all’interno del film. C’è la voglia di strafare e un po’ di accademia che caratterizza la stragrande maggioranza delle opere prime, ma proprio per questo si possono considerare peccati di gola perdonabili. Di Una notte blu cobalto resta comunque il piacere di un film sincero e ingenuo che, seppur chiamato a fare i conti con evidenti limiti di budget, riesce tuttavia a disegnare un omaggio viscerale e appassionato ad una città (una Catania notturna, splendidamente fotografata in alta definizione da Michele D’Attanasio), che ci trascina letteralmente in un tour nelle sonorità locali (arricchito da quelle firmate da Giuliano Sangiorgi e dai Negramaro) e tra i luoghi simbolo di quella che si può considerare, senza ombra di dubbio, una delle perle del Mediterraneo.

Francesco Del Grosso

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