A casa nostra di Lucas Belvaux: un’incursione nel cuore del populismo contemporaneo

Con A casa nostra, Lucas Belvaux, attraverso la narrazione delle vicende di Pauline, ci mostra le insidie della politica, di un certo tipo di politica

  • Anno: 2017
  • Durata: 117'
  • Distribuzione: Movies Inspired
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Francia, Belgio
  • Regia: Lucas Belvaux
  • Data di uscita: 27-April-2017

Sinossi
Pauline, un’infermiera a domicilio in un distretto minerario nel nord della Francia, cresce da sola i suoi due figli e si occupa di suo padre, un ex metalmeccanico. Devota e generosa, è amata dai suoi pazienti, che contano su di lei. Eppure nessuno vede che Pauline, che si trova ad affrontare una realtà sociale sempre più dura, sta lentamente intraprendendo un percorso che nessuno nella sua famiglia ha mai preso prima. Un partito nazionalista in crescita, in cerca di rispettabilità, utilizzerà a proprio vantaggio la sua popolarità facendone la propria candidata alle elezioni locali.

L’hanno pensato tutti in sala e l’ha confermato il regista Lucas Belvaux, presente durante l’anteprima milanese del suo film, A casa nostra. Quando, come nella storia che lui racconta,  c’è chi si vanta troppo di non essere né di destra, né di sinistra, bisogna diffidare, e anche tanto. Perché è la solita, vecchia battuta che nasconde facili qualunquismi, o populismi pericolosi.

Li conosciamo bene, purtroppo, e non ci lasciamo irretire, né al cinema né nella vita. Belvaux però sostiene che non vuole parlare a noi, alle persone che sanno cos’è davvero l’estrema destra, ma a quelli che “un giorno, forse domani, saranno tentati di rispondere a questi canti di sirena”. Come succede a Pauline (Emiliè Dequenne), donna affaticata dal ritmo delle giornate, dalla ripetitività del lavoro e della vita familiare, ma una bella persona: gentile, onesta, sincera. È ciò che serve al RNP (chiaro riferimento al Front National) che, candidandola come sindaca, può darsi una bella immagine di trasparenza.

Qualcuno la nota, la lusinga, la blandisce, la seduce, fino a fare cadere le sue deboli difese. Il diniego iniziale di Pauline è motivato solo dall’essere figlia di un comunista; evidentemente il padre non è riuscito a trasmettere lo stesso impegno, le stesse incrollabili sicurezze. Ed è struggente il momento in cui Pauline gli confessa la sua candidatura, con quel partito che può nascondere a molti la vera appartenenza, ma non a lui, che la manda via dicendo di non volere una figlia fascista .

E lei pensa ancora di non esserlo, di poter ignorare i segni, evidenti, di quanto sia solo presa in prestito da questo movimento che non le ha ancora mostrato il programma, ma che le fa tingere i capelli di biondo e al quale, da un certo momento in poi, dovrà solo ubbidire.

Non vuole ascoltare il suo disagio, né vedere gli elementi inquietanti del nuovo amore, Stéphan, dall’aquila tatuata sulla schiena, ai brandelli di discorsi, gli accenni, le allusioni. Non vuole credere all’esplicita denuncia del dottor Philippe Berthier (Andrè Dussollier), il personaggio ambiguo che l’ha coinvolta in questa “avventura”, rappresentante storico della destra, che ora non può accettare, vicino all’innocente Pauline,  la presenza di Stéphane, che lui conosce molto bene, xenofobo, neonazista, e picchiatore. Il partito che non è né di destra né di sinistra (ma noi e il papà di Pauline sappiamo quanto è scandalosamente di destra!), alla ricerca di una sua verginità, deve prendere le distanze dai violenti di cui si è servito in passato.

Per declamare slogan nazionalisti e farsi applaudire (e Pauline, anche lei, che tristezza, mette la mano sul cuore durante l’inno condiviso con questa gentaglia), bisogna far leva sulle paure del popolo. Che parola vaga il popolo! Lo sottolinea il regista dopo la visione del film; quanto le formazioni politiche come questa vogliano azzerare le differenze tra gli interlocutori, le possibili tensioni alle lotte di classe, per tendere invece all’uniformità, all’unione che si consolida solo nel farsi forti contro l’altro, a casa nostra. E subdolamente non usano più la violenza verbale di qualche tempo fa, né tanto meno quella fisica di Stéphan, ma frasi fatte che puntano più sul noi, sulla nostra casa e la nostra terra. Il nemico, che prima ci rubava il lavoro ed ora la sicurezza, che si è fatto più pericoloso nel vissuto di molti, è solo sottinteso.

Queste lezioni di strategia comunicativa vengono impartite da un personaggio che richiama molto da vicino Marine Le Pen: è Agnès Dorgelle (Catherine Jacob), glaciale quando lavora tra colleghi, artefatta davanti alle folle, falsamente calorosa quando si trova con Pauline. La quale continua a non capire, per esempio, che se molti ce l’hanno con lei non è perché sta facendo politica, ma per lo schieramento che ha scelto, anzi che l’ha scelta. E che, trasformata ormai in una silenziosa bambolina bionda, non ha nulla da dire ai suoi elettori.

Da bionda rivediamo in Emiliè Dequenne lo stesso viso del film precedente dello stesso regista, Sarà il mio tipo? del 2014. Ma non la stessa luce negli occhi, l’allegria, la vitalità. Allora ci era stato raccontato l’amore possibile ma non eterno tra una parrucchiera e un intellettuale; brava l’attrice in questi due ruoli così diversi e Lucas Belvaux che sa passare con naturalezza da una narrazione di relazioni intime a questa, che se pure si sofferma ancora su una storia privata, ci mostra le insidie della politica, di un certo tipo di politica.

Dobbiamo proprio aggiungerlo che in Francia le proiezioni di A casa nostra sono state snobbate dall’estrema destra?

Margherita Fratantonio

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