Sono viva

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“Così mi ritrovai solo a tener compagnia a un morto. Mi fregai gli occhi per prepararli alla veglia e mi misi a canticchiare per farmi coraggio. Ed ecco scendere la sera, il buio, sempre più fitto e la notte, la notte profonda.”

Così Apuleio scrisse di Lucio e della veglia funebre alla quale si trovò ad assistere in cambio di qualche soldo. Di qui la scintilla, la suggestione che affascina i due registi italiani, Dino e Filippo Gentili, e la decisione di mettere in atto un dramma, nel film Sono viva, del tutto insolito nel panorama italiano.

Un giovane precario, Rocco (Massimo De Santis), non riuscendo a far fronte alle spese, accetta la proposta di Gianni (Marcello Mazzarella) di dividere con lui un lavoro facile e veloce: sorvegliare la villa fuori città di Marco Resti (Giorgio Colangeli). Giunti all’incontro, il padrone di casa dice loro di dover vegliare il cadavere di Silvia, la giovane figlia, morta per un male incurabile.

Durante la notte però Gianni si allontana dalla casa e Rocco, rimasto solo, incontrerà Adriano (Guido Caprino), il fratello di Silvia, poi Stefania (Giovanna Mezzogiorno), una giovane barista ed infine Vlad, custode rumeno ed amante di Silvia. Ognuno di loro, dando versioni diverse della morte della giovane donna, incuriosisce Rocco a tal punto da voler scoprire la verità. La mattina seguente, come d’accordo, alla villa arrivano Marco Resti ed Adriano, per dare l’ultimo saluto alla defunta. Rocco, dopo avere chiesto più volte spiegazioni, convince il padre di Silvia a rivelare la verità sulla morte della figlia.

“Rispondi, ti prego rispondi”, sono le parole inquietanti di una voce over di una donna che accompagna la prima immagine: un campo lungo della fonderia in cui Rocco, di tanto in tanto, lavora. La stessa voce torna nell’atto conclusivo e rivela gli ultimi indizi non ancora svelati.

Distribuito dalla giovane Iris Film come progetto indipendente, Sono viva, si racconta attraverso una regia lineare, pulita, in cui la forma si fa contenuto e in cui ogni elemento sottolinea, fino ad ingigantire, l’intimità dei personaggi.

Nei movimenti di macchina, i registi scelgono l’uso di una camera a mano nei luoghi antistanti la villa nella quale la vicenda si svolge, e prediligono invece una camera fissa nella stanza in cui Silvia è distesa, così da sottolineare gli stati d’animo che si susseguono nel protagonista.

Anche l’uso della fotografia, in cui certe scelte dell’uso del colore richiamano lo stile di Soldini, accentua il malessere e l’irrequietezza contrapposti a quel senso di pace che emana dal chiarore diffuso sulla figura di Silvia.

Per mezzo di uno sperimentalismo “classico”, il film si rende accessibile nell’alternanza di luci ed ombre, in cui le presenze dei vivi e dei morti si susseguono, alterando i confini degli uni e degli altri.

Ciascuno di loro, smarrito, confuso ed irrisolto, sembra affannarsi intorno al corpo esamine, eppure serafico, di una giovane donna ripresa sempre in primo piano. La sua immagine si doppia in uno specchio sopra il suo letto, relegando così la sua figura in uno spazio inaccessibile dove nessuno dei vivi presenti può arrivare.

Definito come un noir drammatico, come un giallo sui generis, il film abbraccia sia le tematiche classiche della veglia funebre, dell’intimo dramma del lutto e del parricidio, sia quelle contemporanee che riflettono sulla condizione del lavoro precario e dell’incomunicabilità tra padri e figli.

Sceneggiatori già da molti anni, i due registi si lanciano nella loro opera prima dando vita ad uno stile inusuale, e dalla linearità della regia emerge prepotentemente un lavoro nato dalla sottrazione. Così appare la recitazione di Massimo De Santis che, dapprima agitato, confuso e poi sereno per aver scoperto una verità che sembrava congelata nel corpo della giovane donna, arriva, in pochi gesti, a cogliere, nello spazio di una notte, le mille sfumature che delineano il dramma dell’anima. “Dovunque andrò, sarò viva”, così le parole di Silvia si accompagnano all’ultima immagine in cui Rocco rinasce, seppellendo il corpo di una donna che sembra avergli insegnato a vivere.

Martina Bonichi

Utlima modifica: 26 Febbraio, 2015



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