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DA UOMO A UOMO

Catherine Spaak: la ragazzina, la ragazza e poi la donna del cinema italiano

Giovanni Berardi ha incontrato per Taxi Drivers Catherine Spaak, una delle interpreti più significative di un’intensa e assai prolifica stagione del cinema italiano. I dolci inganni di Alberto Lattuada, La voglia matta di Luciano Salce, Il sorpasso di Dino Risi, La bugiarda di Luigi Comencini, La parmigiana di Antonio Pietrangeli: questi sono solo alcuni dei titoli che hanno visto protagonista l’eccellente attrice

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Anche Catherine Spaak rappresenta il miglior cinema italiano. Le basi profonde, quelle autentiche, culturali, artistiche, popolari,  passano anche attraverso il cinema dell’attrice: I dolci inganni di Alberto Lattuada, La voglia matta di Luciano Salce, Il sorpasso di Dino Risi, La bugiarda di Luigi Comencini, La parmigiana di Antonio Pietrangeli, rientrano proprio tra questi connotati, cinque titoli che bastano davvero per rafforzare tale tesi, ma vogliamo continuare: L’armata Brancaleone di Mario Monicelli, La noia di Damiano Damiani, La calda vita di Forestano Vancini, Non faccio la guerra, faccio l’amore di Franco Rossi,  Adulterio all’italiana  di Pasquale Festa Campanile, Certo, certissimo… anzi probabile  di Marcello Fondato, La via dei babbuini di  Luigi Magni, Cari genitori  di  Enrico Maria Salerno, Febbre da cavallo di Steno.. Una filmografia tesa ad affrontare quelle che erano, al tempo, anche le trasformazioni sociali, culturali, politiche. Non solo spettacolo ampio e deciso, quindi, l’esperienza cinematografica veniva percepita anche come uno strumento, quasi, di lotta, decisivo anche per un tentativo di cambiamento della realtà.

Dice Catherine Spaak: “…il ruolo che ancora oggi preferisco rimane senza ombra di dubbio quello de La parmigiana  di Pietrangeli.  Un regista che ancora oggi ricordo bravissimo, ma sicuramente molto duro, molto autoritario. Ricordo che fu molto bello per me portare sullo schermo quel personaggio, una ragazza che dava si la sensazione di essere forte, ma in realtà invece si sentiva tremendamente sconfitta, e forse lo era pure. Un tradimento che sentiva venire anche dalla vita…Davvero un ruolo intenso, deciso, sapevo già, in qualche maniera, che sicuramente ruoli così perfetti, intensi, difficilmente mi sarebbero capitati nel percorso futuro della carriera…”. Antonio Pietrangeli, quindi, il regista di un film personalmente troppo amato, Io la conoscevo bene. Dice Catherine Spaak: “…certamente devo a lui la grandezza, e la resa, di quel personaggio, e di quel film, che rimane sicuramente uno dei più significativi per la mia carriera…”. Ed  Antonio Pietrangeli, regista?  Dice Catherine Spaak:  “Pietrangeli era un regista difficile, persino duro, rigorosissimo sul lavoro. Con lui si arrivava a girare anche quaranta ciak, e la scelta poi magari cadeva solo sul secondo. Però gli sono rimasta sempre molto grata…”.

Catherine Spaak, diva assoluta del cinema italiano degli anni sessanta, di quelli stessi anni, viene da pensare, sfociati poi nel tumulto delle grandi rivolte degli operai e degli studenti, e nonostante ci abbia detto, e in qualche maniera anche sottolineato, che lei in realtà le rivolte giovanili del ‘68 non le ha proprio vissute, anzi che quasi non se ne fosse accorta, così presa, in maniera totale, dalla vita dei set, in realtà quei caratteri progressisti, anche rivoltosi interiormente, gli ha interpretati sovente sullo schermo. Nei suoi film molto spesso è stata la ragazzina, la ragazza e poi la donna, ripresa proprio nel procinto di affermare sempre la proprietà di se stessa.  Questo aspetto estremamente femminista dei ruoli è proprio un primato da interprete, che noi auspichiamo necessariamente spettare a Catherine Spaak, e già dai suoi film dei primordi, I dolci inganni  ad esempio, poi  La voglia matta  Il sorpasso, capolavori assoluti e titoli datati prima, appunto, del 1968.  Genialità, pensiamo, della preveggenza, in questo caso, di Alberto Lattuada regista, ma anche degli sceneggiatori Franco Brusati, Francesco Ghedini, Claude Brulè, che con Lattuada hanno scritto I dolci inganni, di Dino Risi che ha scritto con Ettore Scola e Ruggero Maccari e poi diretto Il sorpasso e di Luciano Salce regista, con Castellano e Pipolo sceneggiatori per La voglia matta.

La filmografia della Spaak induce assolutamente in questo senso, grida anche in qualche caso, al ricordo esemplare di questi titoli, non solo per la loro proprietà espressiva, ma anche, come detto, per la loro forza sociale, politica, culturale.  I dolci inganni è in qualche maniera il film che anticipa e poi, con il passare degli anni, stabilizzerà la filmografia di Alberto Lattuada verso un cinema dai tracciati riconosciuti assolutamente intimisti. Con I Dolci inganni, infatti, Lattuada anticipa decisamente quello che è il suo percorso preferito, proprio quando, con l’occhio al buco della macchina da presa, segue, anzi pedina, per usare il termine tanto pertinente al cinema del neorealismo, la sedicenne Spaak, i suoi incontri ed i suoi spostamenti, proprio dal risveglio al mattino e fino al ritorno a casa a tarda sera, e tutto nell’arco di una sola giornata. E nel mezzo il personaggio di Catherine Spaak, la dolce Francesca, suggellerà l’esperienza della prima volta nei suoi termini sessuali. Il sorpasso, invece, l’ottimo film di Dino Risi, il primo film girato dichiaratamente sulla strada, tanto da anticiparne i percorsi  “on the road” del cinema internazionale futuro, Easy Rider – Libertà e paura di Dennis Hopper è esattamente un figliol prodigo de Il sorpasso, un vero e proprio emulo, come più volte ammesso dallo stesso regista Dennis Hopper e dall’interprete principale Peter Fonda. Il sorpasso è quel capolavoro che oggi viene tacciato, esattamente così come al tempo della sua programmazione veniva ottusamente snobbato, di essere un perfetto ingranaggio sociologico, un tale congegno da portare proprio a dibattito nelle aule della facoltà di sociologia. Si esagera? No, convinti come siamo dell’utilità dello spettacolo cinematografico migliore, proposto finalmente come perfetta materia di studio. Poi La voglia matta,  il film di Luciano Salce offre il connubio per ricordare un po’ anche il regista che, dopo la morte, è stato esiliato in un silenzio scandaloso. Eppure Salce è stato un cineasta di successo, un percorso nello spettacolo italiano sempre caratterizzato dallo sfottò, dallo scherno, dal rude sarcasmo. Salce dovremmo considerarlo proprio un eroe della nazione Italia, un regista sempre capace di ridere e di fare ridere di se stessa l’Italia. E i suoi film Fantozzi  e Il secondo tragico Fantozzi, ad esempio, vanno custoditi tra gli scaffali dei classici del cinema. Con La voglia matta Catherine Spaak ripercorre e consolida il suo personaggio di giovine lolita, dove nel gioco perverso della seduzione in realtà si prende gioco di un maturo Ugo Tognazzi, che finirà sbeffeggiato e poi finanche distrutto nella sua dignità. Dice Catherine Spaak: “…la lavorazione de La voglia matta  fu molto allegra e anche molto faticosa, ma mi è rimasto un bellissimo ricordo di quel set, anche perché Salce era una persona dolcissima. Poi avvertivo netta la sensazione che stavamo lavorando davvero ad un bel film…”. Tutta questa disponibilità, naturalmente, ad interpretare quei ruoli, che potevano fare della Spaak, se solo il mondo culturale del periodo se ne fosse accorto, in qualche maniera, anche una bandiera del movimento di liberazione della donna  (che da lì a pochissimi anni si sarebbe formato ed organizzato),   pensiamo sia stata necessariamente involontaria, ma era un cinema che davvero inseguiva, cavalcava, designava, anticipava, forgiava il corso della storia e la sua realtà, era la grande capacità del cinema di precedere la realtà, insomma il cinema non ne ritraeva una semplice cronistoria, ma ci rifletteva e ci provava, ci provava con la forza e la tenacia, le tendenze degli autori; artisti autentici e non, pensiamo, figli del marketing come oggi, un tempo agivano davvero in maniera parallela al mercato, qualche volta riuscendo a trionfare, altre a soccombere, ma la lotta era continua. Certamente la logica dei produttori era sempre mirata a fare buoni incassi, grandi guadagni, ma in qualche modo, in una sorta di effettivo confronto, di dialoghi, di scontri con gli autori, questi film guadagnavano sempre un’aurea promiscua, un contatto stretto tra le logiche dell’arte e quelle del mercato. E molti dei film interpretati dalla Spaak sicuramente in questo ragionamento vanno inseriti. Per questo poi, in fondo, la Spaak,  pensiamo, ha ampliato, modificato, interpretato la carriera diventando anche una valente scrittrice, e poi una presentatrice televisiva sempre in linea sul tema insistito della potenzialità della donna.

C’è stato anche un grande abbandono al tema goliardico, ma i film lo stesso sono risultati dei capolavori. Due su tutti, L’armata Brancaleone di Mario Monicelli e Febbre di cavallo di Steno. Ne L’armata Brancaleone poi, e bisogna tenerne atto, la Spaak conserva il posto numero due in cartellone, dopo il protagonista assoluto, Vittorio Gassman. Il manifesto, creato dall’ingegno pittorico di Angelo Cesselon, vede poi elencare dopo la Spaak nomi illustri e basilari del mondo attoriale italiano: Enrico Maria SalernoGian Maria Volontè, Folco Lulli.  Diamo un’occhiata ora ai registi che hanno diretto Catherine Spaak per capire quanto la sua carriera sia stata perfetta: Antonio Pietrangeli, Alberto Lattuada, Mario Monicelli, Dino Risi, Luigi Comencini, Steno, Luciano Salce, Franco Rossi, Damiano Damiani, Pasquale Festa Campanile, Luigi Magni. Come dire, Catherine Spaak resiste davvero tra le braccia della storia del cinema italiano migliore.

Ultimo particolare degno di nota. È chiaro che, almeno a me succede, di avere ben focalizzato nella memoria l’aspetto di un’attrice, di un attore, proprio nel cuore del suo lavoro, che quasi sempre corrisponde con gli anni della giovinezza. Poi gli anni passano, le attrici molto spesso, e capita più dei colleghi attori, abbandonano le scene, anche per mancanza di ruoli adatti alla loro età che avanza (non ritagliare più ruoli per personaggi più anziani continua ad essere una pecca grave del cinema italiano) e nel rincontrarle anni dopo, per qualunque motivo, quella visione giovanile di colpo crolla, e le hai lì innanzi, con il loro aspetto attuale, travolto cioè dai segni dal tempo andato. E molto spesso rimani così, come interdetto, incapace anche a relazionarti. Ma con Catherine no, il suo aspetto sembra rimasto fermo, in ogni caso, proprio al ruolo di Gabriella del film Febbre di cavallo, girato da Steno nel 1975. E sono passati, contando letteralmente, ben quarantadue anni.

Giovanni Berardi