Prince of Persia: Le sabbie del tempo

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Fumetti e videogame sono diventati, da dieci anni a questa parte, pozzi dai quali Hollywood (e non solo) ha attinto a piene mani per rifocillare di storie e personaggi il cinema a stelle e strisce. Il risultato è una filmografia zeppa di trasposizioni per il grande schermo di titoli più o meno celebri, nati dalla matita di qualche storico disegnatore, o dalla passione di altrettanti autori di prodotti per Console. In particolare, nel caso degli adattamenti dai videogiochi, i riscontri al box office non sono stati così esaltanti come quelli ottenuti dai cosiddetti Cine-comics. A provare ad invertire il trend ci prova Re Mida Jerry Bruckheimer che, dopo essere riuscito a trasformare un parco a tema in un blockbuster sbanca botteghini (la trilogia de I Pirati dei Caraibi), con Prince of Persia: Le sabbie del tempo cerca di tramutare un pezzo da museo del pianeta videoludico in una pellicola d’intrattenimento da record.

Se il Super Mario Bros diretto da Rocky Morton e Annabel Jankel nel 1993 può essere considerato a tutti gli effetti il precursore di un vero e proprio filone cinematografico, che troverà successivamente in Lara Croft: Tomb Raider (2001) di Simon West e in Resident Evil (2002) di Paul Anderson le migliori manifestazioni, se si pensa allo scempio compiuto su cult come Mortal Kombat (1995) o Street Fighter (1994), il Prince of Persia affidato al versatile Mike Newell punta a dare un drastico cambio di rotta ad un genere che non ha mai navigato in acque sicure. Nato nel 1989 il celebre videogioco che, in ventuno anni e dodici episodi ha fatto divertire attraverso le gesta di Dastan milioni di appassionati, approda finalmente nelle sale di tutto il mondo, e lo fa in grande stile. Il protagonista prende in prestito il volto e la fisicità di un Jake Gyllenhaal mai così palestrato per fare il suo esordio sul grande schermo. Il risultato non è lontano da quello che si poteva pronosticare, ossia una pellicola divertente e a tratti adrenalinica, dove avventura e azione si fanno largo prepotentemente in una trama ridotta all’osso, ma sufficiente ad imbastire una storia in grado di non annoiare mai lo spettatore. Del resto, da un principe che cerca di salvare se stesso da un’accusa infamante e la sua amata dalle grinfie di un destino infame non ci si può aspettare, di certo, originalità, perché un simile plot affonda le sue radici nel passato remoto. Allora la componente romantica si piega alle logiche dell’intrattenimento da popcorn e, a nostro avviso, quello che ne viene fuori è un motivo sufficiente per trascorrere un paio d’ore al cinema in buona compagnia.

Prince of Persia: Le sabbie del tempo è un giocattolone senza pretese, altalenante e prevedibile nel suo sviluppo drammaturgico, capace però di regalare momenti dal forte impatto visivo e altri un po’ meno riusciti, in cui la tempesta incontrollata di effetti speciali disturba e infastidisce. Inseguimenti spericolati in stile Parkour, volteggi circensi, combattimenti corpo a corpo e duelli a colpi di sciabola sono gli ingredienti sul quale si poggia Newell (che con Harry Potter e il calice di fuoco nel 2005 ha fatto pratica mainstream) e il suo staff per dribblare le sabbie mobili del flop. Indiana Jones e la già citata Croft restano sempre lì come punti di riferimento al quale rivolgersi nei momenti di difficoltà. L’estrema cura e meticolosità espresse nella messa in scena hanno il grande merito di riuscire a rievocare le atmosfere magiche de Il ladro di Bagdad (1940), del trio formato da Ludwig Berger, Michael Powell e Tim Whelan, film con il quale condividere l’imponenza dei set, e non l’uso trasbordante degli effetti speciali, che in Prince of Persia: Le sabbie del tempo rendono il tutto più spettacolare, come era già successo con la saga de La mummia, ma allo stesso tempo meno vivo e artificiale.

Francesco Del Grosso



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