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FESTIVAL DI ROMA

Festa del Cinema di Roma: The Eagle Huntress di Otto Bell (Selezione Ufficiale)

The Eagle Huntress (letteralmente La cacciatrice di aquile) è un film – classificarlo come documentario ne ridurrebbe la ricchezza visiva e l’articolazione interna – che emoziona dalla prima all’ultima sequenza, incollando alla poltrona lo spettatore, che segue le gesta della piccola protagonista, Aisholpan, intenta a imparare l’antica arte della caccia con l’aquila

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Esordio alla regia dello statunitense Otto Bell, presentato nella Selezione Ufficiale dell’undicesima edizione della Festa del Cinema di Roma, The Eagle Huntress (letteralmente La cacciatrice di aquile) è un film – classificarlo come documentario ne ridurrebbe la ricchezza visiva e l’articolazione interna – che emoziona dalla prima all’ultima sequenza, incollando alla poltrona lo spettatore, che segue le gesta della piccola protagonista, Aisholpan, intenta, derogando all’antica tradizione che incombe e che riserva tale esercizio al solo genere maschile, a imparare l’antica arte della caccia con l’aquila, attività secolare praticata in Mongolia presso lo scenario mozzafiato dei monti Altai. Istruita e incoraggiata dall’illuminato padre, incurante degli ammonimenti dei parenti che cercano di distoglierla dal suo proposito, l’ardita tredicenne comincia a seguire un ferreo allenamento, a partire proprio dalla cattura dell’aquilotto con il quale, successivamente, può cominciare ad apprendere la difficile tecnica della caccia alla volpe. Prima di ciò, però, si presenta all’annuale Festival (Golden Eagle Festival) in cui abilissimi cacciatori si sfidano, con tanto di giuria che assegna i voti, esibendo i propri volatili che devono superare alcune difficili prove. In quest’occasione accade un evento stupefacente: la giovane aquila di Aisholpan, dimezza il tempo, rispetto agli altri concorrenti, di cattura della pelle utilizzata come richiamo. Inaspettatamente vince la competizione sbaragliando gli avversari.

Ma ciò di cui lo spettatore innanzitutto e per lo più gode è la bellezza degli scenari in cui si muovono padre e figlia, i quali divengono l’altro indiscusso protagonista del film, calamitando lo sguardo e trascinando in un’ancestrale, antica, realtà rurale che, nel suo anacronismo, esercita un forte fascino, invitando lo spettatore a ripensare il grado di alienazione raggiunto nelle opulenti società del consumo in cui si dimena, e che paiono aver fatalmente smarrito un senso che le sostenga. Il merito del film di Bell è, al di là della forza estetica delle sue immagini, quello di aver rievocato una dimensione del sacro (un sacro intenso, ovviamente, come precedente a qualsiasi forma di istituzionalizzazione) che permea il film dalla prima all’ultima inquadratura, laddove la natura incontaminata, rispettata e temuta, ma anche amata, accoglie al suo interno un mondo creaturale non ancora viziato da quell’antropocentrismo che ha causato una significativa modificazione ontologica, provocando una degenerazione etica senza precedenti. Vedere i due protagonisti mentre compiono i semplici gesti di una quotidianità fatta di pastorizia, raccolta dei frutti della terra, di amore per gli animali, commuove, invitando a ripensare drasticamente la propria posizione, non nostalgicamente, in riferimento alla scomparsa di un’origine definitivamente smarrita, ma rivalutando criticamente il proprio atteggiamento con la realtà, in particolare quella prosopopea intenzionale che vorrebbe ricondurre ogni cosa all’interno della griglia dello scibile, negando l’eccedenza di ciò che per sua natura sfugge ad ogni tentativo di presa.

Questo stretto rapporto uomo-animale dà vita a un ‘sistema macchinico’, direbbe Deleuze, in cui l’aquila diviene l’arto/protesi utilizzato per compiere ciò che sarebbe inevitabilmente interdetto, e, dunque, sebbene l’addestramento dell’aquila, privata a lungo della libertà e soprattutto della vista (le viene applicato un piccolo ‘elmo’ sulla parte superiore della testa che le copre gli occhi), potrebbe giustamente disturbare qualcuno, si deve pensare che ciò che si viene a creare è un organismo complesso, ‘binario’, che non ha nulla di artificiale, ma anzi appare come la naturale strategia elaborata da un ambiente in cui la relazione tra due esseri viventi fornisce reciproco giovamento. Nelle usanze dei cacciatori, poi, l’aquila dopo sette anni di ‘collaborazione’ viene restituita alla libertà, e considerando che questi volatili vivono fino a 15-20 anni non è poco.

Nella parte finale del film assistiamo all’ultima decisiva prova sostenuta da Aisholpan, quella caccia alla volpe che davvero, se portata con successo a termine, le consentirebbe di superare definitivamente le reticenze dei ‘vecchi’ della tribù. Dopo qualche tentativo fallito, l’aquilotto della giovane ragazza piomba sullo scaltro animale e, dopo un duro scontro, riesce a prevalere. Padre e figlia possono tornare al villaggio; il percorso di formazione di Aisholpan è concluso.

Luca Biscontini

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  • Anno: 2016
  • Durata: 86'
  • Genere: Documentario
  • Nazionalita: Gran Bretagna, Mongolia, USA
  • Regia: Otto Bell