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LUCI E OMBRE

Orecchie di Alessandro Aronadio: ascoltare solo ciò che merita

Il regista Alessandro Aronadio ha saputo amplificare situazioni reali, che si accumulano in questa storia dal mattino al tramonto, facendoci vedere con la lente dell’esagerazione ciò che in fondo ci appartiene. Quell’indecifrabilità del quotidiano che a volte ci sommerge e che può farsi miscela esplosiva se incontra un momento esistenziale difficile. Ma ha voluto poi dare al protagonista, nel quale facilmente ci si identifica sorridendo, la possibilità di un riscatto, o di un contatto finalmente autentico con la propria identità. E gliene siamo grati

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Immaginiamo di svegliarci una mattina con un fischio insopportabile alle orecchie e, mentre cerchiamo la soluzione più logica all’evento (il ricorso al medico, per esempio) ce ne succedono di tutti i colori, ma proprio tutti. È ciò che accade al protagonista del film Orecchie (Daniele Parisi), che deve affrontare, nella stessa giornata, anche un enigma insolito: pare che l’amico Luigi abbia chiesto di lui prima di morire, ma  non se ne ricorda, e, mistero, il suo nome non compare nella rubrica del cellulare.

Nemmeno il nome del nostro personaggio viene mai sfiorato durante la narrazione: in bianco e nero, sobria, essenziale, a tratti divertente, paradossale, surreale. Insegna filosofia in un liceo, ma precisa sempre di essere supplente, quasi a non meritare il posto a scuola, né in un mondo che continua a guardare con occhi sempre stupiti, resi più grandi dalle occhiaie che il bianco e nero sottolineano. Un gioco di ombre sul suo viso, a rappresentare le ombre della mente e il rumore dei pensieri; così definisce il suo fastidio il professore a cui farà visita nel pomeriggio del suo vagare inconcludente per  la città. Vuoto solo in apparenza, perché si capisce presto che questa giornata sarà un percorso di consapevolezza, fino all’incontro con il prete, un Rocco Papaleo che dispensa saggezza, regala agli altri giorni migliori, e considera la vita troppo breve per averne paura.

Passando dall’incontro con la madre (Pamela Villoresi), frivola e spensierata, esageratamente critica e per nulla empatica. Ma tra il comportamento ballerino di lei e quello esageratamente lugubre di lui, ci sono le sfumature, i mezzi toni, le morbidezze, che lui dovrebbe imparare a riconoscere, ad apprezzare, fino ad impadronirsene.

Basterà una sola giornata ad uscire dalla sua rigidità? Basterà, perché il tempo sembra essere molto relativo, come un contenitore di intuizioni precedenti, e il suo peregrinare da un luogo all’altro quasi un viaggio interiore; gli altri personaggi proiezioni di sé, parti che sono state accuratamente alienate in passato, ed ora si presentano tutte insieme a pretendere di essere riconosciute.

Apparentemente è lui a non capire gli altri, a chiedersi se stia vivendo, lui solo, sano, in un mondo impazzito e non possiamo che riconoscerci, nella sensazione, più volte vissuta, del disagio nelle relazioni, da quelle importanti a quelle che lo sono meno, dagli affetti parentali ai colleghi di lavoro, agli estranei che pare si accaniscono contro di noi. In quei giorni di ordinaria follia che ci piovono addosso, ma senza la mazza da baseball del vendicatore Michael Douglas e una rabbia inespressa che si accumula dentro fino a diventare tristezza, impotenza, distacco per difendersi.

Emblematica la parte del film in cui il nostro uomo va in ospedale, per essere ignorato, dileggiato, schernito sia dall’infermiera che dai due dottori (Andrea Purgatori e Massimo Wertmuller). “Anch’io sono laureato”, dice al medico che ostenta il suo titolo di studio, ma si sente rispondere che la laurea in filosofia non vale niente. Quante volte ci è capitato nella vita di sentirci sottomessi a camici bianchi frettolosi, indifferenti; quante volte siamo stati indirizzati alla libera professione, come fosse scontato che il servizio pubblico, quello, neanche a parlarne e quante volte siamo usciti dalle visite inascoltati, incompresi, nella nostra personale sofferenza. E infine, quanti medici narcisisti abbiamo conosciuto, quante diagnosi e terapie superficiali!

Il regista Alessandro Aronadio ha saputo amplificare situazioni reali, che si accumulano in questa storia dal mattino al tramonto, facendoci vedere con la lente dell’esagerazione ciò che in fondo ci appartiene. Quell’indecifrabilità del quotidiano che a volte ci sommerge e che può farsi miscela esplosiva se incontra un momento esistenziale difficile. Ma ha voluto poi dare al protagonista, nel quale facilmente ci si identifica sorridendo, la possibilità di un riscatto, o di un contatto finalmente autentico con la propria identità.  E gliene siamo grati.

Perché lo ha fatto oltre tutto con leggerezza e non è facile raccontare il maniera lieve il peso della vita, quella interiore e quella relazionale. Addirittura il sintomo del fischio nelle orecchie si fa altamente sintomatico e salvifico, impedendo al protagonista di sentire fino in fondo le sciocchezze del personaggio di Piera degli Esposti, che gli offre un lavoro di scrittura, quello che lui vorrebbe (ma nei fatti, avvilente), gli sproloqui dei dottori, le vacuità della madre rimasta bambina.  Molto più di un espediente, una trovata brillante che si mantiene dall’inizio alla fine. Un non voler sentire, che non si risolve nell’isolamento autistico, bensì nella selezione di ciò che merita davvero di essere ascoltato. Fare pulizia per eliminare il superfluo e mantenere solo le cose che davvero contano.

Ed è riuscito a darci una bella lezione, attraverso questo giovane uomo che se ne va immalinconito per la capitale, in compagnia del suo anonimato. Dice Alessandro Aronadio del suo film: “Orecchie è una commedia sul senso di smarrimento, di scollamento dalla realtà che ci circonda. Un mondo che spesso appare folle, incomprensibile, minaccioso. Sul timore e il desiderio dell’anonimato che combattono continuamente dentro ognuno di noi. Su quel fischio alle orecchie che proviamo ogni giorno a ignorare, nascondendolo sotto la vita. Come polvere sotto il tappeto”.

Margherita Fratantonio

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