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VISTI AI FESTIVAL

73 Festival di Venezia: Jackie di Pablo Larraín (Concorso)

Un probabilissimo, e, nel caso, assolutamente meritato Leone d’Oro, questo Jackie, decisamente la perla più preziosa e splendente presentata fin ora in concorso alla 73esima Mostra Cinematografica di Venezia. Sarà difficile uguagliarne la potenza e il valore

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Arriva un giorno nella vita di un uomo,
in cui capisce che non avrà risposte.

E quando acquisisci quella consapevolezza,
o lo accetti, o ti uccidi.

Oppure smetti di cercare.
Dio ha fatto sì che ci bastasse questo.”

Pablo Larrain illumina il Lido di Venezia dando l’ennesima prova del suo enorme talento e della profonda sensibilità che lo contraddistingue, mettendole impeccabilmente al servizio di un progetto ancora una volta diverso da tutti i suoi precedenti lavori, ormai sette, e realizzando un prodotto nel quale intimità e rigore si fondono a costituire una struttura multilivello, spaziante attraverso una serie di piani che si intersecano e si sovrappongono rendendo la narrazione estremamente ricca e pregnante, oltre che carica di pathos.

È decisamente impressionante come all’età di soli 40 anni, quello che ormai non può che essere riconosciuto come un grandissimo autore, sia riuscito a sfoderare un così grande numero di prodotti memorabili e a una così esigua, per non dire quasi nulla, distanza di tempo, l’uno dall’altro.

Come Neruda, opera immediatamente precedente a questa, a differenza dei suoi primi cinque lungometraggi, Jackie non vede il regista cileno anche nel ruolo di sceneggiatore (affidato invece a Noah Openheim), rappresentando quindi il disegno propostogli, di delineare e caratterizzare la personalità e il vissuto, nel periodo immediatamente successivo all’omicidio del marito, della ex first lady americana Jackline Kennedy, figura emblematica e multiforme di notevole spessore, protagonista di una fase importantissima della recente storia americana. Il regista ha dichiarato di essere stato stimolato in particolar modo dal fatto che Jackie sia stata a suo avviso una donna imperscrutabile, sempre circondata in qualche modo da un alone di mistero, aspetto che gli ha fatto intravedere una sfida nel rappresentarla. Potrebbe sembrare un deterrente, data la portata della personalità di questo autore, il fatto che il film non sia stato prettamente e dall’origine una sua creazione, ma, nonostante ciò, il suo inconfondibile tocco è riconoscibile guardando il film, all’interno del quale il consueto e prodigioso impeto creativo e la sua singolarità, avendo meno spazio a disposizione, sono inevitabilmente più contenuti e meno liberi di respirare e di rivelarsi, quantunque in realtà, ancora più di prima, si rendono evidenti quelle che sono le straordinarie doti di un grande regista, nell’essere riuscito magnificamente a dare la sua luce e la sua impronta a un progetto non partorito da lui.

Larrain costituisce un’opera multistratificata che consente di articolare e integrare le molteplici sfumature che hanno caratterizzato la figura di questa donna così affascinante, a partire dalla quale si muove, aprendo una serie di varchi narrativi che vanno dal più superficiale ed epidermico al più profondo e personale, riuscendo al contempo a restituire un racconto dei fatti, a ricostruire rigorosamente un contesto formale minuzioso, a indagare la personalità e i conflitti più profondi di una moglie che si trova all’inizio del processo di un lutto improvviso e devastante sotto gli occhi di tutto il mondo, a riflettere in modo più ampio su temi sostanziali e universali come il potere, la storia, l’idealismo, la consapevolezza della caducità e dell’ineluttabilità della vita.

L’immagine che viene fuori è quella di una donna determinata, che vive quello che le accade con grande dignità, che difende con forza la figura del marito e la necessità di garantire che venga ricordato, e che al contempo palesa le sue vulnerabilità, la paura per il suo futuro e per quello dei suoi figli, lo smarrimento, la consapevolezza di non possedere nulla di proprio; il suo personaggio  non ha delle connotazioni esclusivamente positive, nel senso che il regista ne mostra anche i caratteri meno condivisibili, come la vanità o il bisogno di apparire, caratteri dei quali, del resto, è consapevole e ammette esplicitamente. Così, a un certo punto si confondono le ragioni che motivano la sua determinazione nel voler dare degno riconoscimento alla figura dell’uomo che le è stato accanto e che rappresenta uno dei personaggi in quel momento più importanti del pianeta, e si intravede quanto tale necessità derivi da un bisogno di appartenenza personale e dal tenere in piedi quello che è stato il suo unico mondo, tutto ciò che la fa sentire qualcuno, piuttosto che un atto esclusivo d’amore nei confronti del marito appena morto. E quindi si mostra in tutta la sua fragilità e insicurezza.

“La storia è crudele, non ci dà tempo.”

Il film pone più volte lo spettatore davanti all’importanza della storia, al valore del passato, nel raccontare come Jackie si fosse occupata personalmente di apportare delle modifiche alla Casa Bianca, tutte orientate a valorizzare la tradizione e la memoria di chi era vissuto nell’edificio prima di lei, e come, anche dopo l’infrangersi fulmineo e inatteso del suo sogno, prendesse come punti di riferimento per gestire la situazione figure fondamentali del passato come Abramo Lincoln.

L’essere parte integrante della storia viene considerato dal punto di vista del prestigio e del riconoscimento ma anche da una prospettiva più triste e carica di rimpianto e di frustrazione.

“La gente ha bisogno della storia, gli dà forza.
Avremmo potuto fare così tanto.”

Sono le parole di Robert Kennedy, fratello del presidente assassinato, abilmente interpretato da Peter Sarsgaard, che danno efficacemente l’idea del rimpianto di non aver potuto coltivare e dare un seguito agli ideali che avevano contraddistinto la loro politica e che avrebbero costituito un tassello fondamentale nella storia del mondo se solo gli fosse stato permesso. Ideali che Jackie cita a più riprese come principale qualità dell’uomo che ha sposato e perso:

“Mio marito non era ingenuo ma aveva degli ideali, ed era bravo  trasmetterli.”;

e ne esprime l’essenzialità ricordando il mito di Camelot (“uomini semplici che si battono per degli ideali”) e raccontando che lei e il marito erano soliti ascoltare tutte le sere dei dischi prima di andare addormire, e come uno dei suoi preferiti fosse il brano tratto dal musical ad esso dedicato, soffermandosi particolarmente sulla frase del testo che dice tristemente:

“che nessuno dimentichi che a un certo unto c’è stato un barlume fugace di gloria”

Complice dell’assoluta riuscita e dell’incondizionato valore dell’opera, è indubbiamente l’interpretazione sublime di una straordinaria Natalie Portman in totale stato di grazia, che incarna in modo eccezionale Jackline Kennedy, restituendole grazia, classe, dignità e una grande autenticità, forte di una mimica e di un espressività di rara incisività. È assolutamente verosimile la possibilità che l’attrice riceva i maggiori riconoscimenti per la sua prova, sia alla Mostra di Venezia candidandosi a pieno titolo per la Coppa Volpi, che nell’eventualità di un Oscar. L’attrice e il regista si sono preparati accuratamente per ottenere un ritratto perfetto sia formale che personale e interiore della donna, dando voce alla sua emotività e alle sue contraddizioni. L’orrore nel suo viso immediatamente dopo gli spari, il disorientamento delle ore successive, la presa di coscienza e la disperazione quando finalmente si ritrova sola nelle stanze che la accoglievano soltanto in quanto moglie e che diventano improvvisamente vuote, nonostante lo sfarzo e la cura del loro arredo e della loro forma; forma che peraltro resta in ogni momento fondamentale per lei, come se fosse l’unica cosa a tenere insieme i pezzi. Vi è una cura maniacale dei particolari estetici, dei costumi e delle scenografie che ricostruiscono perfettamente l’immagine sia della donna che del contesto in cui ha vissuto.

Larrain ha dichiarato di non aver preso come riferimento altre interpretazioni della stessa Jackline, ma di essersi avvalso soltanto delle tante biografie che la ritraggono, facendo uso particolare di una di esse che conteneva un cd nel quale erano registrate le conversazioni originali sostenute dalla first lady. Quando, interrogato in merito, ha affermato inoltre di non avere avuto particolare interesse a raggiungere una perfetta somiglianza fisica, che peraltro è riuscito a riprodurre egregiamente, ma di aver ricercato molto di più aspetti della sua personalità e del suo vissuto emotivo che venivano comunicati con il respiro, con lo sguardo o con il tono di voce. Altro accorgimento è stata la ricostruzione fedele di filmati di repertorio che si alternano agli altri elementi della narrazione conferendole particolare veridicità.

Il cineasta cileno ha tenuto a precisare che il film non sarebbe mai stato in piedi esaurendo i suoi intenti nella riproduzione fedele dei fatti e della fisicità di Jackie, e, dunque si doveva perseguire il proposito di fare in modo che lo spettatore si mettesse nei panni della donna, che pensasse a come avrebbe reagito se un evento così orribile fosse capitato a lui, e per questo ha avuto bisogno di creare un contatto il più intimo possibile con la sua interprete, avvicinandosi a lei con frequenti e intensissimi primi piani e seguendola serratamente durante tutta la durata del film. La sensazione, sia dalle sue dichiarazioni che dal modo in cui la accarezza e la contempla affettuosamente e passionalmente mediante la telecamera, è che Larrain si sia profondamente innamorato della sua protagonista e che abbia fatto passare tutto il suo impeto attraverso di lei. La sua massima ambizione era quella di creare un’illusione, di comunicare dolore, desiderio, bellezza, virtù. E ci è riuscito perfettamente, non solo cogliendo magistralmente ognuno di questi elementi, ma esaltandoli mediante l’intelligenza e la sensibilità che gli sono proprie.

Quindi, ancora una volta, dopo il meraviglio Neruda, un biopic atipico, che se vogliamo riprende maggiormente le caratteristiche del genere, rispetto ad esso, ma ad ogni modo, possiede un corpo e una consistenza che lo trascendono.

La narrazione alterna alla riproduzione dei filmati di repertorio e alle riprese dei vari momenti successivi all’assassinio di Kennedy la rappresentazione di dialoghi face to face, nei quali si può riconoscere il linguaggio intenso ed efficace utilizzato da Larrain in El club, all’interno dei quali egli riesce a diversificare ulteriormente, spaziando dall’esprimersi diretto e serrato dell’intervista che viene condotta dal giornalista, interpretato dal bravo Billy Crudrup, a quello affettivo e spirituale della bellissima conversazione con il prete, incarnato da un ottimo John Hurt.

Degno di nota anche il sonoro, che, tra le altre musiche pregevoli, comprende l’intercalare particolarmente incisivo di momenti: accade per esempio esattamente all’inizio del film, in cui interviene una musica dissonante e sgradevole che crea una sorta di inquietudine perfetta per rendere l’atmosfera di angoscia e di disagio relativa alla situazione rappresentata.

Un probabilissimo, e, nel caso, assolutamente meritato Leone d’Oro, questo Jackie, decisamente la perla più preziosa e splendente presentata fin ora in concorso alla 73esima Mostra Cinematografica di Venezia. Sarà difficile uguagliarne la potenza e il valore. E, anche solo a titolo speculativo, pensando allo scorrere delle opere presentate nelle varie sezioni di questa mostra che sta ormai volgendo al termine, può venire istintivo riflettere su come due delle più pregevoli e coinvolgenti pellicole proposte, Jackie e One more time with feeling abbiano il loro focus principale nella lotta individuale di una persona per l’elaborazione di un lutto.

Roberta Girau

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  • Anno: 2016
  • Durata: 95'
  • Genere: Biografico
  • Nazionalita: USA, Cile
  • Regia: Pablo Larraín