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Scontro tra titani

«Louis Leterrier, dopo aver dato nel 2008 un apprezzabile seguito al poco riuscito “Hulk” (2003) di Ang Lee, torna dietro la macchina da presa con “Scontro tra titani”».

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Prima Danny the dog (2005), dramma d’azione interpretato da Jet Li e Bob Hoskins, poi Transporter: Extreme (2005), coinvolgente sequel dell’action-movie The transporter (2002) di Corey Yuen, del quale pare sia anche stato co-regista.

Classe 1973, il francese Louis Leterrier, dopo aver dato nel 2008 un apprezzabile seguito (L’incredibile Hulk) al poco riuscito Hulk (2003) di Ang Lee, torna dietro la macchina da presa per porre il Sam Worthington di Avatar (2009) nei panni di Perseo che, figlio di Zeus alias Liam Neeson e allevato dal comune mortale Spyros, con le fattezze di Pete”Amistad”Postlethwaite, si mette a capo di una missione volta a sconfiggere il malvagio dio dell’oltretomba Ade, interpretato da Ralph Fiennes, prima che s’impadronisca del potere del dio degli dei per scatenare l’inferno sulla Terra.

Tra battaglie contro demoni e spaventose belve, quindi, a tornare alla memoria sono soprattutto le ambientazioni e la messa in scena della trilogia de Il Signore degli Anelli, anche se, con ogni probabilità, il cineasta neozelandese Peter Jackson, dichiarato fan del grande effettista Ray Harryhausen, per trasporre l’opera di Tolkien già s’ispirò allo Scontro di titani (1981) di Desmond Davis, di cui questo Scontro tra titani è il rifacimento in tre dimensioni.

Rifacimento piuttosto fedele a quella pellicola senza infamia e senza lode che vide nel cast Laurence Olivier, Ursula Andress e Burgess Meredith, di cui rilegge a dovere soprattutto le spettacolari sequenze con la pietrificante Medusa e quelle con gli scorpioni giganti.

Paradossalmente, però, individuando il film di Davis tutto il suo fascino nelle animazioni in stop-motion ad opera del citato Harryhausen, le quali rimandavano in maniera nostalgica ai suoi precedenti lavori realizzati per Gli Argonauti (1963) di Don Chaffey e per il ciclone di Sinbad, sfugge l’utilità di una rilettura d’inizio XXI secolo puntante, al contrario, sulle moderne tecnologie a base di massicce dosi di digitale.

Con un Neeson piuttosto ridicolo e la scelta della visione in 3-D che sembra abbastanza forzata, quindi, la risultante sono 104 minuti sì guardabili e ricchi d’azione, ma forse i meno riusciti della filmografia di Leterrier.

Francesco Lomuscio

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