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CONTRASTO

Italia, Quo vadis?

Se i film di Fantozzi indagavano le implicazioni umane della condizione lavorativa, offrendo intelligenti spunti di riflessione sulle relazioni d’amore e d’amicizia, mostrando (e condannando) l’alienazione del lavoro che si riversava sulla condizione personale, il film di Zalone compie l’operazione opposta

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Nel momento in cui scrivo (19 Gennaio) Quo vado? di Checco Zalone e Gennaro Nunziante ha raggiunto quota 60 milioni di euro, apprestandosi a  diventare il film più redditizio della storia del cinema italiano (superando di slancio Avatar, 2009, di James Cameron, con 65 mln). Questo dato storico fa si che si possa (e si debba) parlare di questo film anche fuori dai normali schemi di critica cinematografica, essendosi configurato come evento sociologico e politico. In via preventiva occorre ammettere che certamente dietro questo successo c’è un’accorta politica di promozione e pianificazione (e “occupazione”) nelle sale che lo ha reso un caso ancor prima di essere visto. Tuttavia è di tutta evidenza che questa strategia non è sufficiente per portare quasi dieci milioni di refrattari italiani al cinema, altrimenti, la si riproporrebbe anche su altri titoli. È evidente che la specificità del film in sé (e non solo la sua promozione) sia fondamentale per comprenderne il successo. Va pur detto che il film è divertente ma senza sconvolgere o innovare le regole della comicità, anzi facendo un ampio uso di cliché e stilemi visti e stravisti e in assenza di veri talenti cinematografici, essendo, invero, la recitazione degli attori piuttosto scontata.

La trama che propone Luca Medici, in arte Checco Zalone, è questa: un giovane meridionale è attratto fin dalla più tenera età dal fascino del posto fisso, altro che astronauta, pilota di F1 o attore, lui vuole un posto fisso all’interno del pubblico impiego. Il suo sogno si avvera e lui lo sfrutta con bieco cinismo per lavorare poco e male, trarne benefici leciti e illeciti e soprattutto per orientare il suo stile di vita al più becero lassismo e immobilismo, restando a vivere con i suoi genitori fino alla soglia dei 40 anni e legandosi in una sciatta storia d’amore basata su meschini e reciproci calcoli di interesse. Tutto fila bene (o male, a seconda dei punti di vista) finché non arriva il governo Renzi che abolisce le province (dove Checco lavora) e una solerte dirigente cerca di farlo licenziare proponendogli incarichi e mansioni sempre più improbabili ma soprattutto sempre più lontani dalla sua famiglia (perfetto prototipo meridionale, amorale, improduttivo, maschilista). In questo suo peregrinare Checco arriva fino alle soglie del Polo Nord, nella civile Europa del nord, dove scopre una civiltà a lui del tutto ignota e ne rimane affascinato, fino al punto di intrecciare una relazione d’amore (paritaria, multietnica, multiculturale) con una moderna e disinibita donna lì conosciuta.

Fin qui il film si sviluppa con uno stile surreale e dissacratorio che sia per registro sia per tematiche sembra chiaramente ispirarsi alla saga di Fantozzi (1975-1983: qui faccio riferimento ai primi quattro capitoli, prima che prendesse una deriva autoreferenziale e commerciale). Se il ragioniere romano era diventato il simbolo dell’impiegato-massa della prima repubblica, schiacciato da un ingranaggio economico-politico che utilizzava il lavoro impiegatizio come istituzione di controllo, ammortizzatore sociale e strumento di consenso, divenendo una struttura altamente improduttiva e totalmente alienante, l’impiegato provinciale (in tutti i sensi) Zalone sembrerebbe voler esprimere la coda di quel fenomeno in relazione ai cambiamenti economici e politici che la terza repubblica (in surrogazione della fallimentare seconda) prova a realizzare, ovvero smantellamento delle strutture improduttive, riduzione delle inefficienze, dimagrimento dello stato e del parastato. In entrambi i casi sembrano ravvisabili anche delle critiche agli stili di vita (fatalista con spunti di curiosità quello del metropolitano Fantozzi, reazionario e conservatore quelli del meridionale “familista amorale” Zalone). Sono temi di sicuro interesse che la verve umoristica di Zalone (sebbene non al livello di quella di Villaggio) sembrerebbe poter svolgere con padronanza di mezzi e che la tradizione fantozziana assicura potersi fare con intelligenza ed efficacia. Ma, a metà percorso, la sceneggiatura prende un’altra direzione e si intrattiene lungamente nella trita diatriba tra meridionali retrogradi ma solari e settentrionali civili ma infelici. Nessuna traccia di illuminanti osservazioni ma comunque infila una buona serie di battute che portano avanti il film fino all’epilogo. Zalone è in conflitto: seguire l’amore, la sua nuova famiglia e gli ideali di solidarietà, lasciando l’amato posto fisso, o tenersi il grigio impiego e perdere l’amore e la dignità? Come in tutti gli happy end, l’amore prevale e in più, in ossequio all’ineludibile italica tradizione che ci impone di essere brava gente, decide di donare una parte della sua liquidazione a favore di poveri bambini africani. E vissero felici e precari.

In sostanza il film compie il decisivo passaggio mentale che porta ad identificare il posto fisso con la noia, la tristezza, l’immoralità e, in sostanza, l’insuccesso personale, mentre esalta la mobilità e l’incertezza del futuro, che sono offerti dalla condizione lavorativa mobile  (precaria), tipica di sempre più italiani, come prezzo necessario per evolvere come uomo e cittadino del mondo. Una visione ingenua ed ottimistica che forse sarebbe potuta apparire innocente negli anni ’80 ma che oggi, essendo sotto gli occhi di tutti i danni causati della precarietà, appare solo consolatoria per chi già vive questa condizione, senza per altro aver avuto la possibilità di sceglierla. Se i film di Fantozzi indagavano le implicazioni umane della condizione lavorativa, offrendo intelligenti spunti di riflessione sulle relazioni d’amore e d’amicizia, mostrando (e condannando) l’alienazione del lavoro che si riversava sulla condizione personale, il film di Zalone compie l’operazione opposta, assolvendo il processo di precarizzazione del lavoro che aumenta l’alienazione individuale in nome di una supposta libertà e felicità che la realtà ha dimostrato essere totalmente insussistente.

Se i film di Fantozzi spingevano il pubblico a reagire (ai datori di lavoro, al governo, agli speculatori, ai ricchi, ai finti intellettuali, etc, etc) quello di Zalone induce ad accettare passivamente la propria condizione, gratificando un pubblico che non avverte più la sensazione di poter operare delle scelte di cambiamento politico.

Laddove lo sforzo di Villaggio e degli altri sceneggiatori di Fantozzi era diretto a smascherare finti miti (sulla bontà, sulla salute, sulla felicità, sulla famiglia, sull’amore, etc), assumendosi un compito di “sovversione” del consueto e del presente, quello di Zalone e Nunziante punta tutto sulla conferma dei miti generati dal pensiero dominante. Pertanto quelle iniezioni di politically-correct e buonismo che Zalone inserisce rappresentano la superficiale coloritura “progressista” e liberale che avvolge una visione liberista e, dunque, anti-popolare. La presenza della battuta no-TAV non è un segno progressista per il semplice motivo che le battaglie NO-TAVlike prevalentemente non sono politiche ma culturali ed è, quindi, facile ammiccarvi.

Anche sul piano stilistico della recitazione, della scrittura e della regia si ravvisa un ripiegamento conservatore che denota una totale rinuncia alla sperimentazione. E questo non sarebbe poi così grave se non  denotasse la presenza di un (ampio) pubblico stanco e depresso che al cinema cerca solo un momento di consolazione e di tregua dall’alienazione di una vita precaria e senza reali speranze di vero cambiamento. E questo Zalone sembra averlo capito perfettamente.

Pasquale D’Aiello